Relazione “Firenze e Salvador Bahia, due comunità in cammino” svolta dal Card. Piovanelli in occasione del convegno per il 50° della presenza della chiesa fiorentina a Salvador Bahia in Brasile il 2 dicembre 2015 nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio
Un testo lucido, essenziale che raccoglie riflessioni profondamente maturate e puntuali.
Un testo che riassumendo i tratti principali della storia della presenza fiorentina a Salvador Bahia, sottolinea le profonde novità che il Concilio aveva portato all’idea di missione e alla sua concretizzazione e riflette sul rapporto tra chiese sorelle e su come la nostra chiesa locale sia chiamata a coinvolgersi in questo senso.
FIRENZE – SALVADOR BAHIA / 50 ANNI FA
Due films hanno segnato profondamente la mia giovinezza e, in certo modo, mi hanno aperto alla missione: il film “Monsieur Vincent” con una commossa attenzione ai poveri ed un film su don Giovanni Bosco con la partenza dei primi salesiani per l’America latina.
Devo però riconoscere che consideravo la partenza per la missione di alcuni, soprattutto preti e religiosi, sì come giusta risposta all’imperativo missionario “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a tutte le genti” (Mc 16), ma con questa idea: mentre le Chiese locali sono impegnate a custodire la fede e farla anche crescere nel loro territorio, alcuni di buona volontà – preti, religiose, laici – lasciano la loro patria e vanno lontano a predicare il Vangelo.
La scoperta della Chiesa locale come comunità missionaria chiamata ad annunciare il Vangelo non solo nel suo territorio, ma a tutto il mondo, in questo modo crescendo tutti nella conoscenza e nella fedeltà a Cristo Signore, è venuta dopo.
Ricordo la partenza di don Renzo Rossi per la missione. Eravamo amici dal tempo del Seminario. Don Renzo venne a salutarmi a Castelfiorentino, dove io mi trovavo come parroco da alcuni anni. Io ammiravo il suo coraggio e la bellezza della sua scelta. Una scelta, certo, che comportava un distacco, ti metteva in una lontananza dalla tua terra, dalla tua cultura, da tutti i tuoi. Rammento bene una confidenza di Mons. Raffaele Bensi, confessore di don Renzo e mio confessore: Pé Renzo, che sentiva forte il distacco dalla sua terra e dal suo ambiente, qualche volta si metteva da solo sulla spiaggia di fronte all’Oceano Atlantico a gridare la sua nostalgia. La sua scelta, un po’ nuova per noi, provocò anche in me il desiderio di fare altrettanto. Tanto che mi offrii al vescovo per fare anch’ io quel passo.
Ma, quella, era proprio una generosa scelta sua, certamente col beneplacito dell’arcivescovo – allora arcivescovo di Firenze era il Card. Ermenegildo Florit – ma era una scelta personale: lui aveva sentito di essere chiamato e, col beneplacito dell’arcivescovo, rispondeva. Ugualmente, un altro sacerdote aveva avuto il coraggio di fare quella scelta: don Sergio Merlini.
Cinquant’anni fa: la loro scelta fu una scelta importante per la dimensione missionaria della Chiesa di Firenze.
La loro partenza fu una spinta salutare anche per alcune congregazioni religiose che nonostante il calo delle vocazioni si offrirono alla missione e affiancarono i sacerdoti.
Negli anni ’80 col Card. Giovanni Benelli, ci fu per noi un importante cambiamento di prospettiva: la Chiesa locale si fa carico dell’invio in missione.
Così don Renzo Rossi e don Sergio Merlini ricevettero pubblicamente il mandato missionario. Così partirono, in seguito, don Piero Sabatini don Alfonso Pacciani, e poi Lorenzo Lisci e Rodolfo Tedeschi.
Si ebbe, allora, anche un segno della partecipazione del presbiterio alla missione. Avendo questi ultimi due lasciato il ministero sacerdotale, sorse il problema: considerando queste perdite, nonché la diminuzione generale del numero dei sacerdoti, conviene continuare a mantenere l’impegno della missione? Ricordo bene che in una riunione del Consiglio Presbiterale la decisione largamente maggioritaria fu di continuare, affrontando anche i rischi eventuali legati alla missione, perché ogni comunità cristiana è chiamata non a chiudersi per difendersi, ma ad uscire per ritrovare se stessa nell’obbedienza al comando evangelico e all’esigenza di condividere i beni che il Signore ha donato alla nostra vita.
Ed allora, ecco don Luca Niccheri e don Paolo Sbolci, che lasciano le loro parrocchie e vanno a Salvador Bahia in Brasile; ecco don Giovanni Paccosi e don Paolo Bargigia che partono per il Perù; ecco don Gherardo Gambelli che va in Africa nel Ciad; ecco che riparte anche don Sergio Merlini e questa volta va in Africa.
Don Gianni Colzani – teologo di Milano, che ha fatto lezione anche alla nostra Facoltà Teologica, riconosciuta come Facoltà Teologica dell’Italia Centrale – ci dice che una nuova fondazione teologica del discorso missionario rende libera e sicura per tutti “la possibilità di partecipare pienamente al mistero di Cristo”. Così la missione appare “la manifestazione, cioè l’epifania e la realizzazione del piano di Dio nel mondo e nella sua storia”. In questa azione di salvezza tutto ciò che di verità e di grazia era riscontrabile per una misteriosa presenza di Dio in mezzo alle genti, essa lo purifica dalle scorie del male e lo restituisce al suo autore”.
Certamente, tenuto conto della crisi di identità che ha investito la missione dopo la seconda guerra mondiale, non basta rivestire la tesi tradizionale con concetti moderni come dialogo, sviluppo, liberazione, umanizzazione, solidarietà e simili; occorre piuttosto un cambio di mentalità, una trasformazione degli schemi concettuali dominanti, una nuova diversa fondazione della missione.
La missione della Chiesa non tanto come crescita e completamento della Chiesa, quanto come irruzione di una novità nella storia, una novità tale che cancella i drammi del peccato. La salvezza va offerta come insopprimibile speranza di rinnovamento del mondo. Deve esprimere la speranza e offrire quell’abbondanza di vita che, secondo il Vangelo di Giovanni, rappresenta la ragione stessa della venuta di Cristo fra noi: “ Io sono venuto perché abbiamo la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).
Attenta alla storia, la missione esige una correlazione profonda tra Vangelo e storia.
Perché non pensare a Firenze e al convegno della Chiesa italiana nello scorso autunno?
“ Ecce homo “.
“Pensare l’umano oggi – ci ha detto il nostro Arcivescovo Card. Giuseppe Betori – non può prescindere da come Dio lo ha pensato nell’atto creativo, quale vertice e responsabile della creazione tutta e quindi inestricabilmente legato al creato, alla terra e ai viventi che la abitano e la edificano come ambiente di vita”.
Il ritmo escatologico impresso da Cristo risorto alla storia umana, esige attenzione a quanto lo Spirito e la Parola stanno operando tra noi.
“Andare in missione equivale a partecipare alla missione di Dio svolta dallo Spirito”.
Il primo atto missionario è il discernimento per scoprire il modo in cui lo Spirito si sta muovendo nel mondo per unirsi a quel movimento”.
Forse, nella prima metà del Novecento la teologia della missione era una teologia del missionario più che una teologia della missione e perciò sviluppava prevalentemente, se non esclusivamente, i temi dell’annuncio, della conversione, della plantatio e della espansione della Chiesa.
Ed allora ecco gli interrogativi: a che cosa mira la missione? quale rapporto tra evangelizzazione, conversione e plantatio Ecclesiae? Quale rapporto tra l’azione di Dio e il munus ecclesiale?
Come rapportare la missione della Chiesa e le missioni ad gentes ?
Il soggetto della missione è la gerarchia o il popolo di Dio?
E quale rapporto tra il centralismo romano di Propaganda Fide e le giovani Chiese?
Domande cruciali che il documento Christifideles (35) riassume così: “La Chiesa deve fare oggi un grande passo avanti nella sua evangelizzazione, deve entrare in una nuova fase storica del suo dinamismo missionario”. Ma, per il Concilio, questa nuova tappa storica coincide con il cammino della Chiesa. Non a caso il decreto Ad Gentes (5) dirà che “questa missione (della Chiesa) continua e sviluppa nel corso della storia la missione del Cristo stesso”.
Questo legame tra la realtà della Chiesa e il suo munus, il suo compito missionario, sarà il cuore dell’insegnamento conciliare e renderà sempre più manifesto che la Chiesa è “sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”. Non è qui il caso di discutere se queste indicazioni erano sufficienti per affrontare la situazione del tempo. Quello che si può vedere è che il Concilio passa dalle missioni alla missione e che questo porta in primo piano due conseguenze: la centralità della testimonianza e il partenariato delle Chiese sorelle.
Il Concilio abbandona un modello di espansione della cristianità, di conquista di nuovi popoli alla fede, un modello di stampo coloniale che pure era stato nobilitato dalla fede e dalla carità di molti missionari che vi avevano innestato temi come la salvezza delle anime, la gloria di Dio, la plantatio Ecclesiae, la dignità dei figli di Dio, la luminosità della conversione. La fine dell’eurocentrismo unitamente alla valorizzazione delle culture e delle religioni indigene esigeva cammini diversi; leggendo la storia con occhi nuovi. il Concilio riprenderà il tema della volontà salvifica universale connettendovi la dottrina patristica dei semina Verbi (i semi della Parola) che motiva cristologicamente la presenza di elementi di santità e verità nelle religioni non cristiane.
Di conseguenza, come mostra il decreto del Concilio Vaticano II Nostra Aetate 2, valorizzerà gli aspetti positivi delle altre religioni.
Queste indicazioni trascinano con sé anche il passaggio dall’impegno delle missioni all’impegno della missione e quindi alla valorizzazione delle Chiese indigene. Il Concilio prenderà atto che una Chiesa che abbraccia il mondo può operare solo sulla base della cooperazione tra i suoi membri; ne ricaverà una nuova visione dei rapporti tra Chiese di antica tradizione e giovani Chiese; il partenariato di Chiese sorelle e la loro cooperazione avranno alla base non l’importanza delle Chiese più ricche e più colte, ma la responsabilità di tutte le Chiese all’obbedienza al Signore e al Vangelo, la comune responsabilità missionaria.
L’opera dei missionari non viene cancellata, ma diventa decisiva la testimonianza offerta dalla vita e dai credenti delle giovani Chiese. In poche parole, il cristianesimo smetterà di essere una religione straniera e occidentale per incarnarsi in Chiese radicate nelle società di appartenenza chiamate a partecipare al cammino civile dei loro popoli. La secolarizzazione, il dialogo scienza e fede, la sfida dell’ateismo, tipici dell’Occidente sviluppato, lasceranno la loro centralità alla questione dei poveri e al dialogo con le altre religioni.
Chiese sorelle non si scambiano solo denaro e persone, ma anche, e soprattutto, preghiere, esperienze di cammini spirituali e pastorali, metodologie di evangelizzazione.
Dalle giovani Chiese abbiamo imparato a rendere viva la pastorale attraverso il metodo delle piccole comunità di base: gruppi che si ritrovano nelle case attorno alla Parola di Dio secondo un programma indicato dal vescovo per tutta la Diocesi e che si aprono ai vicini di casa, a conoscenti ed amici, attivando un confronto molto partecipato tra vita e Vangelo e facendo crescere il desiderio e il bisogno di ritrovarsi tutti la Domenica attorno all’altare dell’Eucaristia.
La missione appare inseparabile da questo scambio di doni tra le Chiese: scambio che la nostra società indica come pluralismo, ma che, per i credenti, ha una singolare profondità spirituale che apre alla fiducia e alla speranza e si chiama “koinonia” cioè “comunione”.
Certamente, Dio si serve anche della nostra povertà e delle nostre debolezze per farci imparare la strada del Regno.
Il fatto che in Europa gli istituti religiosi soffrano per mancanza di vocazioni locali rende sempre più facile, sino a considerarla una normalità, che le comunità religiose si presentino con persone di colore e di razza diverse, di cultura e di lingua differenti. E questo, sempre più spesso, non solo a livello di appartenenza comunitaria, ma anche a livello di responsabilità alte.
Così, la Chiesa si presenta come una comunità composta da persone di razze diverse, che sono come fratelli e sorelle che si rispettano e si amano. Vedendoli, molti continueranno a ripetere come agli inizi del cristianesimo: “Guardate come si amano!” e Gesù ripeterà con più forza: “Voi siete la luce del mondo”.
Non c’è un’altra parola esaltante come questa, né altra parola che come questa impegni, senza limiti di spazio e di tempo, il concreto della nostra vita.
Così la Chiesa illumina una strada destinata all’umanità intera: composta di persone diverse per cultura, razza, tradizione, lingua, religione, l’umanità intera è chiamata a diventare una famiglia di popoli, una famiglia che raccoglie le donne e gli uomini di tutta la terra. Quando questo avviene e nella misura in cui avviene, la comunità cristiana diventa luce del mondo, quasi uno specchio per l’umanità intera: tutti, proprio tutti gli uomini – al di là delle differenze culturali e religiose – sono chiamati a vivere nella solidarietà, nello scambio di beni intellettuali, scientifici, artistici, nell’aiuto a superare eventuali difficoltà e ritardi, crescendo tutti verso una umanità più serena, capace di dire no alla guerra, capace di aiutare i poveri e difendere i deboli, capace di dare una mano dovunque ci sia bisogno di incoraggiamento e sostegno.
Una strada lunga e difficile, sulla quale non si finisce mai di camminare, per cui ognuno è chiamato a fare ogni giorno un altro passo.
Una strada sulla quale la Chiesa, consapevole delle sue responsabilità, non finirà mai di chiedere perdono, mentre il vento dello Spirito non cesserà mai di gonfiare le sue vele.
Giorgio La Pira, indimenticabile sindaco di Firenze, esclamava: “Ecco l’intiero corso dei secoli – dal principio alla fine, dal primo all’ultimo – “attratto” verso Cristo Risorto ed “in cammino” verso di Lui” e citava la poesia di Pasternak nel romanzo Il Dr. Zivago: “… e il terzo giorno risorgerò / e come le zattere discendono i fiumi / in giudizio, da me, come chiatte in carovana / affluiranno i popoli”.
C’è qui, a tutto tondo, l’umanesimo di Giorgio La Pira, il quale nell’immediato dopoguerra si era già costruito una gerarchia di valori, anteponendo “l’umanesimo della trascendenza e della grazia” all’ “umanesimo antropologico e terrestre”.
È l’umanesimo cristiano, che – tra profezia e storia – portava La Pira a tradurre tutto in “apostolato” e in “missione”: fino a dire con certezza, come riassumeva il poeta fiorentino Mario Luzi: “Dio c’è, la Provvidenza esiste, noi abbiamo la fortuna di essere qui”.
Da qui egli traeva quella forza luminosa che nei momenti di buio e di abbandono gli faceva ripetere: “Ma Cristo è risorto!”, riprendendo sempre il cammino “in spem contra spem”, cioè sperando contro ogni speranza.
È un’indicazione preziosa per tutti noi, “scelti da Dio fin dall’eternità per essere santi e immacolati al suo cospetto” in quella continua donazione di sé che è l’amore vero.
“Dio c’è, la Provvidenza esiste, noi abbiamo la fortuna di essere qui”: la fortuna, cioè la grazia e l’impegno di fare un altro passo e dare il nostro colpo di remo alla barca della Chiesa e della storia.
Non finiremo mai di ringraziare coloro che con il loro esempio ci hanno spalancato la porta e indicato la strada.



