Il Centro Missionario Diocesano aveva indetto un concorso letterarario, dove invitava a inviare dei racconti di missione.
Durante la festa missionaria è avvenuta la premiazione dove è stato scelto come migliore racconto quello di Andrea Cuminatto, che per questo ha vinto un WEEKEND a Trento presso la comunità dei missionari Comboniani.
Questi i racconti che ci sono arrivati
Racconto VINCITORE
L'impronta missionaria
In molti mi hanno chiesto perché partivo per un viaggio missionario e il motivo per
cui non andavo a Rimini, Riccione, Ibiza a vivere i miei venti anni. Non so come mai,
quel giorno in macchina con i miei genitori, dissi ad alta voce che volevo andare in
Africa a vedere la povertà da vicino, toccarla con le mie mani. Quello che so è che mi
ha cambiato, non la vita, ma la mia prospettiva, il mio modo di guardare le cose, di
conoscere le persone. Non andai in Africa, il centro diocesano aveva come meta il
Brasile, Salvador Bahia. Le cose da raccontare sono così tante che è difficile scriverle
in poche righe. Mi preme però dire che l’impatto con la miseria, la precarietà della
vita, le palafitte, la violenza e potrei continuare non sono state niente a confronto
con il sentirsi straniero, diverso, che ho provato i primi giorni in cui ero a
Maçaranduba. Non dimenticherò mai la sensazione di smarrimento per quelle
strade, dove tutti erano così uguali, parlavano la stessa lingua e vestivano nello
stesso modo, mentre io ero così “immigrata”. Sono stati quegli abbracci, quei sorrisi
e quegli occhi pieni di curiosità e attenzione; la voglia di raccontarti quello che non
capivi ma che sentivi e percepivi importante per loro. Quasi nessuno sapeva dove
era l’Europa, ma erano pieni di gioia vera solo all’idea che si fosse andati a “trovarli”
da così lontano. Ci hanno accolto con una cena a base di frutta fatta da loro e gli
abbiamo salutati con una cena a base di pasta fatta da noi. Così si costruiscono ponti
e relazioni, altrimenti solo muri. Quando sono tornata in Italia ho ripreso a vivere la
mia storia, nel mio paese e nel mio mondo dove sono sempre cresciuta e dove
continuo a essere la solita Laura per tutti. Ma dentro di me ho capito cosa vuol dire
accogliere chi si sente solo, cosa significa essere solidari con chi ti sta accanto, ho
imparato a cogliere la felicità nelle cose semplici e forse banali. Inoltre dopo sette
anni dal mio viaggio sono finalmente riuscita a creare, con l’aiuto di altri e del
parroco, il gruppo missioni della mia parrocchia, per lasciare anche qui l’impronta
missionaria.
Laura Bellandi
Namastè
NAMASTE!
“Ma è vero che andrai in India?”
“Si, esatto andrò in India, per un viaggio missionario…”
“Accidenti, chissà come tornerai cambiata!”
Prima che partissi questa era la più tipica delle conversazioni che avevo con chi
incontravo, e sorridevo ogni volta, non capivo, perché dovrei cambiare?
Se ci penso adesso sorrido ancora di più, perché quelle persone non avevano tutti i
torti, l’India ti entra dentro e ci rimane, come un pezzo di me è rimasto là…
Nessuno mi aveva mai accolto come sono stata accolta in India, ti senti la benvenuta
ovunque, le persone ti guardano con curiosità e mai con diffidenza, ti guardano e ti
sorridono, e invece di salutarti alzando una mano come facciamo noi, fanno un
piccolo inchino a mani giunte, un gesto che da subito mi è sembrato bellissimo.
Sapevo che, partendo per questo viaggio, avrei visto una realtà povera che avrei
incontrato molta miseria, alla fine era anche per questo che avevo deciso di partire
per vedere quei posti come si usa dire “dimenticati da Dio”.
E in effetti di realtà difficili ne ho viste soprattutto nelle case dei malati di mente o da
Auto Raja dove vivono persone raccolte dalla strada, ma vi posso assicurare che è
proprio in quei posti dove ho sentito di più la presenza di Dio. Lui era con quelle
persone, potevi vederLo nei loro occhi che nonostante tutto ti guardavano con
immensa gratitudine, contenti di un semplice abbraccio o una caramella. Una
caramella che erano pronti a ridarti se a te mancava. Un uomo, in una di queste
case, voleva cedermi la sua che gli avevo appena dato perché per me non c’era.
Quell’uomo che non aveva niente voleva dare a me che vivo in un paese pieno di
caramelle la sua, questa è vera generosità!
Tutte le persone che ho avuto modo di incontrare dai bambini, agli anziani e le
suore, mi hanno fatto riscoprire la bellezza e il conforto che può dare un semplice
sorriso, un sorriso che loro hanno sempre stampato sul volto!
Insomma sono partita per l’India con una valigia piena di pennarelli da portare ai
bambini ma sono io che sono tornata con il cuore e gli occhi piena di colori!
Maria Bellandi
Quando quella notte
Quando quella notte, per la prima volta ho aperto gli occhi al mondo, non ho visto nulla, quasi totalmente buio.
La luce debole del falò, acceso appena fuori casa, proiettava sulle pareti le ombre delle persone che stavano attorno a me e a mia madre che mi aveva appena partorito, persone qualunque, neanche l’ombra di un dottore, magari un infermiere…nessuno.
Prima di nascere, mi ero immaginata come sarebbe stato venire al mondo, mi aspettavo la luce fredda ed accecante di una sala parto, una equipe di medici e specialisti pronti a prendersi cura di me e mia madre, monitor e altri aggeggi per controllare il nostro stato di salute, e poi mi aspettavo di vedere mio padre accanto a lei. Illusa.
La sala parto dove sono nata io non aveva luci o monitor accesi, la sala parto dove sono nata io non faceva parte di nessun grande ospedale, era una stanza di una capanna persa nella foresta, a 40 chilometri dal punto sanità più vicino. Nella sala parto dove sono nata io non c’erano dottori, specialisti o infermieri, solo i familiari di mia madre, solo di mia madre perchè mio padre l’aveva abbandonata.
Nella sala parto dove sono nata io, non c’era nessuno che potesse salvare la vita di mia madre, morta per delle complicazioni durante il parto.
Forse, se si fosse potuta prendere la maternità, se non avesse dovuto zappare il campo di famiglia (unica fonte di sostentamento) fino al giorno stesso, se non avesse avuto da sfamare gli altri miei fratelli, adesso io sarei tra le sue braccia.
Mia nonna mi prese con se, ero neonata e lei ovviamente, latte da darmi non ne aveva. Ogni tanto mi portava alla bocca un bicchiere con dentro un liquido marroncino chiaro, sembrava the, magari una limonata, ed invece era acqua. Acqua che con tanta fatica mia nonna andava a recuperare nel letto secco di un fiume, scavava nel terreno fino ad incontrare l’unica acqua disponibile in quella stagione.
Tentavo di bere per farla felice, ma il gusto era terribile, sentivo la bocca piena di granelli di terra, deglutire mi era quasi impossibile.
I giorni passarono ed io mi sentivo sempre più debole, magra, affamata, denutrita.
Ero cosi magra che potevo vedermi le ossa, una per una senza bisogno di radiografie, e mi sentivo cosi debole che a stento riuscivo ad aprire gli occhi, e quando li aprivo non riuscivo a vedere se non ombre, a malapena avevo le energie per respirare, mi sentivo una bambola di pezza, inerme di fronte ad un destino tanto avverso.
Me lo sentivo, non avevo più forze per restare attaccata a quella vita così dura, che a parer mio non avevo fatto nulla per meritare, ero pronta a raggiungere mia madre, ma quel giorno, appena prima dell’alba, mia nonna mi prese in braccio, mi appoggiò sulla sua schiena e mi avvolse con la capulana legandosela sul davanti e si mise in cammino.
Attraversammo venti chilometri di foresta e sbucammo sull’unica strada che passasse da quelle parti e rimanemmo in attesa di un passaggio che ci portasse il più vicino possibile all’unico posto dove sarei potuta essere salvata, una missione.
Eravamo ferme a bordo strada da parecchio, e mi aspettavo che ci fosse un orario, più o meno preciso, in cui i trasporti passassero, ed invece no, c’era solo da aspettare e nel nostro caso pregare, un’ ora, cinque ore, un giorno intero, a seconda della fortuna di ciascuno. E quel giorno, mia nonna ed io fummo fortunate.
Dopo quattro ore che stavamo aspettando, un camion col cassone posteriore pieno di persone si fermò e ci raccolse portandoci fin quasi a destinazione.
Mia nonna era esausta ma percorse di buon passo gli ultimi due tre chilometri che ci separavano dalla nostra meta.
Arrivate alla missione venne verso di noi un uomo come non ne avevo mai visti, uguale identico a tutti gli altri ma con un colore della pelle totalmente diverso.
Si avvicinò a mia nonna, le offrì dell’ acqua fresca, trasparente, si sedette accanto a lei e la ascoltò. Mia nonna viveva da sempre nella foresta e non aveva mai frequentato nessuna scuola, quindi l’unica lingua che lei conoscesse era quella della mia gente, il macua. L’uomo sembrava capire ogni sua parola, annuiva e rispondeva nella stessa lingua, mentre ascoltava e apprendeva la gravità delle mie condizioni mi guardava, sembrava mi volesse abbracciare con lo sguardo, allungava una mano e mi sfiorava la guancia con un dito, forse aveva paura di rompermi tanto ero delicata.
Certo in principio ero spaventata, avevo visto poche persone da quando ero nata, e di certo nessuna che avesse quel colore e quei lineamenti…ma quel suo sguardo e quel suo tocco mi stavano trasmettendo un qualcosa, che da uno sconosciuto non mi sarei mai aspettata, mi stavano trasmettendo Amore.
L’uomo entrò in casa e dopo poco uscì con in mano qualche barattolo e un biberon.
Spiegò con molta calma e pazienza a mia nonna, le dosi e come fare a preparare il latte che mi avrebbe ridato le energie necessarie, sempre che non fosse troppo tardi.
Non lo so da dove venisse quel missionario, di certo non era di qui, non so neanche che cosa ci facesse nella mia terra, così lontano dalla sua, ma alcune cose le so…so benissimo che mi ha salvato la vita, so benissimo che quando ho avuto bisogno di lui, lui c’era, so anche che mi ha voluto bene anche se non mi aveva mai vista e conosciuta prima, so che lui era li anche per me. Forse adesso so anche cosa significhi missione, almeno per quello che mi riguarda, non significa solo Fare…ma Esserci. Se quel giorno lui non ci fosse stato io sarei morta.
Mi chiamo Guilherquimina, sono arrivata in quella missione quando avevo 18 giorni, da allora sono passati sette mesi, ora sto bene e sono in forze, ancora mi nutro con il latte che ci passa la missione e così sarà fino al raggiungimento del mio primo anno di età.
Grazie a quei missionari che, come quello che mi ha salvato la vita, ogni giorno ci sono. Grazie anche a tutte quelle persone che, in un modo o nell’altro, con un aiuto una preghiera un pensiero, permettono a questi missionari di esserci. Grazie a tutti voi io oggi vivo.
Luca Donadoni
Laico missionario
nella missione cavà/memba
mozambico
Racconto India
Il viaggio è stato interminabile. Quando siamo arrivati a Kochi, non riesco a capire nè che giorno sia, nè se fuori ci sia il sole o la luna. So solo che alle 3.30 del 30 Luglio siamo all’aeroporto di Bologna direzione Monaco, e il 31 Luglio alle 2.00 in quello di Bombay, aspettando il terzo aereo delle 5.30. Arrivati a Kochi aspettiamo quasi altre due ore perchè a due di noi non arrivano le valige. Io non riesco a stare con gli occhi aperti. Con gli avambracci sulle cosce, faccio fatica a reggermi la testa, sono certa di perderla, con le palpebre che alternano colpi di sonno ad una scarsissima lucidità. All’aeroporto ci sono un’infinità di persone. I bambini mi osservavano curiosi, alcuni mi indicano, capisco che i capelli biondi siano il “trova l’intruso” in mezzo a tutti loro. Una bambina vestita da principessa mi chiede di fare un selfie. E poi di nuovo in viaggio. In pulmino per altre 3 ore. Dormiamo e basta. Quando mi sveglio sono certa che quando Dio ha creato il giardino dell’Eden, pensava all’India. Forse noi, tutto quel verde, lo utilizzeremmo per cercarci i pokemon! Al nostro arrivo, ci sono bambini di ogni età che ci aspettano in due file parallele. Scendiamo. Ci vengono incontro per metterci una collana di gelsomini al collo, e più ridono e più ci salutano e più io la stanchezza non la sento più. Una bambina viene da me a dirmi “you are beautiful” e non sicura che avessi capito, me lo viene a dire un’altra volta. “Sei tu che sei bellissima” è l’unica cosa che so risponderle. È la verità. Hanno tutti degli occhi giganti come quelli dei cartoni animati, con quegli occhi lì, per forza di cose, possono vedere più profondamente degli altri esseri umani, penso. Non c’è il tempo di aprire il portabagagli che le valige sono già scaricate e portate in camera da tutti loro, e in un attimo non c’è più niente da fare se non entrare. Poi un pranzo solo per noi. Alla messa diciamo una parola tutti noi italiani, e forse per la stanchezza e molto probabilmente per qualcosa di molto più grande, chi più chi meno, ci commoviamo tutti. Dopo le bambine ci fanno visitare le loro camere e sono così felici nel farlo, che a me pare di vedere il castello delle favole. Ci fanno vedere anche la stanza dei compiti, si svegliano tutte le mattine alle 5.30 per studiare un’ora in più prima di andare a scuola. Poi, con il brillantino in mezzo alla fronte da loro regalatoci, ce ne andiamo a cena. Sono tutti lì. I bambini mangiano con noi, e si alternano a piccoli gruppi, a cantare o ballare per darci il benvenuto, alla fine diventa quasi una sfida maschi vs femmine, chiaramente solo col sorriso sulla faccia. E noi lì nel mezzo, siamo i giudici di X Factor. Applaudiamo, ridiamo, i bambini ci chiedono di fare selfie che poi chiaramente vogliono vedere. Non ho mai visto così tanti bambini e rispetto ed educazione nella stessa stanza, di sicuro non in Italia. Quando vedo la loro contentezza davanti alle nostre caramelle, penso subito che dovremmo fare un video da mostrare ai bambini italiani si, ma anche agli adulti, ma anche a me quando immergerò nuovamente nella quotidianità fiorentina. Alla fine della cena, 70 bambini dai 3 ai 15 anni (circa), vengono tutti a darci la buonanotte, ad uno ad uno, a volte in coppia, ci abbracciano e ci sorridono. La sera, a letto, non riesco a dormire. Ed è solo il primo giorno.
Il successivo giorno, giochiamo con le bambine prima che vadano a scuola. Facciamo il girotondo in italiano, ma capiscono benissimo quando devono andare giù per terra. Ridono. Due bambini maschi vedendoci, vengono a girare con noi, tutti inizialmente si imbarazzano all’idea di prendersi la mano, ma la voglia di giocare vince.
Non vogliono smettere più.
Più tardi andiamo a visitare un’azienda agricola e a vedere le piante di caucciù e la loro coltivazione. Ma lo sapevate che quando la futura gomma esce dalla pianta è bianca come il latte di cocco?! Potrei quasi scommettere che il primo coltivatore, la “gomma” se l’è anche bevuta, ha un aspetto così invitante, io sicuramente l’avrei fatto, menomale che non sono il primo coltivatore!
E ci sono anche i falegnami che piallano il legno con un fazzoletto davanti alla bocca.
E poi è il momento della Lourdebhavan Trust.
Succede che circa 20 anni fa, un uomo originario del Kerala, con i soli studi elementari, con moglie e due figli, decida di aprire la sua casa, unico bene in suo possesso, a chi dorme in strada. Molti matti, altri no. Adesso vengono qui da tutta l’India. Attualmente sono circa 90. Siamo entrati, sono arrivati tutti a darci la mano. Ci siamo presentati. Visitiamo la casa. Quando apro il pacchetto di caramelle, le loro mani sono tutte tese davanti a me, come se regalassi banconote da 500,00 euro in Italia, e forte è il mio senso di inadeguatezza e vergogna nei loro confronti per la parte del mondo da cui provengo e che niente sa.
Diciamo un Padre Nostro tutti insieme. In India pregano tutti, pregano tanto, non importa che tu sia cattolico induista o mussulmano, pregano anche insieme. Siamo tutti in cerchio per mano ed è qualcosa che non riuscirò mai a spiegare. Quando arriva il momento di andare via, andiamo a salutarli uno per uno. Loro ti vengono incontro con le mani giunte, e te con le tue abbracci le loro, e poi loro fanno la stessa cosa con le tue. A metà iniziano a cascarmi le lacrime e non le so frenare, loro, gli ultimi degli ultimi, ti sorridono. Tu non parli la loro lingua, loro non sanno nè la tua nè l’inglese, ma capiscono tutto. E quell’amore infinito, in ogni sguardo scambiato e in quel gesto con le mani, io non lo scorderó mai nella vita.
Prendo le mani di Jose e gli dico grazie.
Ed è solo il secondo giorno.
Il terzo giorno è anche il primo giorno in cui rientro a casa senza un mattone sullo stomaco.
Andiamo in un’altra casa di bambine. Sempre la stessa storia: sono lì perchè le famiglie sono povere, i genitori sono divorziati, il padre o la madre hanno fatto i bagagli e se ne sono andati da qualche altra parte o con qualche altra persona. E sempre la stessa storia: grandi feste per noi! Le bambine mi dicono che sono bella, mi guardano, mi prendono le mani, mi toccano i capelli in continuazione, così tanto diversi dai loro. Mi chiamano Barby e io spiego loro che è quasi il mio soprannome. Cantiamo,balliamo e giochiamo tutto il tempo, siamo tutti distrutti e sudati fradici, ma loro sono felici e anche noi. Ci provano ad insegnare individualmente giochi con le mani, ma loro sono assolutamente di un’altra categoria, chiaramente superiore. Tre bambine specialmente si attaccano a me e non si staccheranno mai per tutto il pomeriggio. Ma tutte sono lì che ti cercano e sempre presenti con sguardi e sorrisi. “Cercano calore e non i cellulari”, come viene notato poi nella condivisione del post cena. Ci raccontano la loro storia e noi la nostra. Quando ci salutiamo tra baci e abbracci all’europea e mani giunte all’indiana, una bambina mi bacia affettuosamente le mani. Se sono riuscita a trasmettere anche solo la metà dell’amore che ho ricevuto quella sera, ho raggiunto il mio obiettivo. Alla fine ce ne andiamo con la consapevolezza che malgrado tutto quelle bambine sono felici e la struttura in cui sono, darà davvero quella possibilità che la vita sembrava voler loro togliere. Incontriamo anche un ragazzo uscito da lì che da quel giorno in poi ci accompagnerà in alcuni viaggi in programma, ora è laureato e con un buon lavoro. Si chiama George.
L’India è anche il paese dei grandi paradossi, come è emerso più volte dalle nostre condivisioni del post cena, e così a pranzo andiamo per la prima volta a mangiare in un ristorante bello, che al decimo piano ha la vista.
In questo giorno vivrò anche la mia prima volta in un tempio Indù. Sanno benissimo che non siamo della loro religione, ma ci accolgono a braccia aperte. Ci fanno lavare i piedi, bagnare le dita nel colore e farci il pallino sulla fronte, ci fanno mettere un fiore sulla testa, gli uomini si devono togliere la maglietta. Dentro ci accompagnano nei loro rituali spiegando quello che dobbiamo fare, un tipo mi corregge perchè tengo le mani incrociate e in basso, e non giunte all’altezza naso osservando ciò che loro pregano, un bambino mi blocca che sto per passare dentro il confine del sasso. È stata un’esperienza anche questa, mi porto dietro la stranezza di quei gesti che non capiamo, ma anche la loro tenerezza nel volerceli spiegare e soprattutto la loro accoglienza, accoglienza che ho sentito, sento e sentirò nella pelle ,in ogni momento di permanenza indiana, e anche nel ritorno in Italia, dove l’ospite dopo 3 giorni puzza.
Che bello che è il mondo nelle sue differenze!
Comunque non è tutto oro quello che luccica. Per esempio, la notte verso le 2.00, scappo dalla mia camera perchè c’è un ragno grande come la mia faccia. Ed è solo il quarto giorno.
I bambini in missione vivono in una casa separata dalle bambine. Si conoscono ma non giocano insieme.
A scuola sono divisi, classi maschili o femminili. E mentre sono con loro, il ricordo vola veloce ad acchiappino e a lupo menta, tutti insieme, a ricreazione, nel giardino della mia scuola elementare Gioacchino Rossini.
Sono profondamente in disaccordo con questo sistema, già è difficile riuscire a relazionarsi e soprattutto a capirsi con una persona dell’altro sesso, figuriamoci se inizi ad interfacciarsi con lui/lei nel periodo dell’università o del lavoro!
Ci hanno detto che qua vi è un’alta percentuale di divorzi, ma che non capita praticamente mai alle coppie scelte dai genitori. Di fatto non sono obbligati a sposarsi se non si piacciono, ma il genitore prova a trovare la persona giusta per sua figlia/o e se ne prende la completa responsabilità se le cose vanno male. Dice invece che la percentuale di separazioni cresce esponenzialmente in coppie che si sono scelte.
Conosciamo le storie di tutti i bambini. Alcune fanno accapponare la pelle, altre sono “solo” storie di povertà. Eppure tutti girano vestiti da principi e principesse; Anche per la strada, nella stragrande maggioranza dei casi, noto questo: un’incredibile dignità che regna sovrana, e mai per apparenza.
I bambini ti chiamano Anthy. Se ti trovano la borsa aperta, invece di curiosare, come farebbero i nostri, te la richiudono. Ti vengono a sistemare la maglia se fa intravedere una spalllina del reggiseno .
Una bambina chiede un elastico per capelli ad una di noi e, dopo due secondi, scende con i suoi orecchini in mano come regalo.
Un giorno, entrando nel salone, i bambini corrono verso di noi. Per arrivare prima, un bambino sgomita l’altro, facendolo battere accidentalmente contro il muricciolo di marmo. Lui si mette la mano alla bocca, se ne va con le lacrime in silenzio. Lo rincorriamo e mettiamo il ghiaccio. E non un urlo. E non un dito puntato.
Ora sanno giocare a “un due tre stella” e a “bandierina”.
Quando la mattina incrocio qualcuno di loro, dico “un due tre stella” e loro si bloccano all’istante .
E poi ti abbracciano, ti abbracciano tanto.
Successivamente, veniamo ospitati per tre giorni in un altro paese, da alcuni parenti di una missionaria. Tre giorni di cenoni di Natale. C’è solo da sentirsi in imbarazzo e da dire grazie, in continuazione. Loro mangiano dopo, prima veniamo noi. Dopo capiremo che per la tradizione indiana, ogni volta che viene un ospite, fanno conto di avere in casa Dio. Quanto è lontano da noi tutto questo!
La mamma della bambina, mi dice che sua figlia le ha detto che sono come la sua Barbie. Io rido.
Mi sono stati tolti dei dolori di pancia disegnandomi un pallino rosso su una mano e massaggiandomi tra il pollice e l’indice. Mi sono passati. Quanto è davvero lontano da noi tutto questo!
Chiaramente anche qua ci sono i furbetti, non la mafia organizzata ci viene spiegato! Ma per esempio, quando siamo andati a fare un giro al parco, viene chiesto alla missionaria se i “bianchi” salgono sugli elefanti, ma lei indiana, prontamente risponde: “si, ma pago io che sono povera, quindi o mi fate la metà o ce ne andiamo!”
E comunque qua gli elefanti, li abbiamo visti anche in libertá, come quando si incrociano i gatti da noi.
E poi guidano come dei pazzi, roba che una strada a due corsie, a diventarne a 4 ci mette un minuto, e ogni curva un rischio frontale.
E poi c’è questa cosa che l’immondizia ognuno la brucia per conto suo, e naturalmente niente raccolta differenziata. E sono così tanti, e il pianeta uno solo. Ah già, che in Italia c’è ancora chi non la fa.
L’Europa ha i soldi e l’India i bambini. Viene chiesto: Chi è più ricco? Loro.
E oggi scopriamo che solo in Kerala ci sono 2000 istituti per bambini.
Qui, quando salutano dicono “Namastè”, unendo i palmi delle mani con le dita rivolte verso l’alto e tenendole all’altezza del petto. Letteralmente significa “mi inchino alle qualitá divine che sono in te”. Amo così tanto questo gesto e il suo senso. “Chissà se riuscirò a vedere le qualità divine negli altri e in me stessa, così tanto come adesso, anche quando torneró al ‘bóna’ dei Lungarni “, mi sono chiesta ogni giorno per 21 giorni.
E poi conosciamo Raja. Non ha una laurea. Forse nemmeno un diploma, non so. Guidava l’ape. Faceva il taxista. Finchè un giorno ha iniziato a portare a casa sua persone abbandonate in strada. Finchè un giorno non c’entravano più. E allora ha costruito uno spazio più grande. Sempre più grande. Uno spazio più grande che oggi ospita 600 EX rifiuti umani.
Ci sono persone sdraiate in terra, ci sono persone a sedere, c’è anche un defunto con una coperta bianca, ma che almeno qualcuno ha amato nella sua ultima parte della vita.
E no, non è un film.
E poi viene messa la musica. E balliamo tutti insieme.
Sul suo biglietto una scritta:
“My Nation My People
Its My Responsibility
Please Come &
Join with Us We will make
A difference
In their Lives”.
Uscita da lì, sempre e solo una domanda che picchia nella testa:”cosa possiamo fare noi?”
Io non lo so.
Ma la prima cosa che ho pensato è che dobbiamo parlare, dobbiamo raccontare quello che abbiamo visto qui, il dolore ma anche l’immensa catena di aiuti da parte di chi ha comunque poco e niente.
Dobbiamo parlare.
E dobbiamo smettere di essere indifferenti.
A volte basta un sorriso.
E poi, dopo decine di altri km percorsi, decine di altri volti incontrati e tra un battito di cuore e l’altro, arriviamo al giorno dei saluti.
“Anthy, l’ho fatto per te, ma non aprirlo ora, aprilo quando sei in camera. ”
E in camera, quell’enorme cuore rosso disegnato su un pezzo di carta, lo finisco da quanto lo guardo.
E ancora lei:
“Really, never forget you!”
“Nemmeno io, Anagha, mai!”
E poi i saluti veri. E piango, e piango che mi fanno male gli occhi. E continuo a scusarmi. Inutilmente.
E tutti i bambini lì:
“Anthy, don’t cry, don’t cry, Anthy, the next year!!
E noi sul pulmino. E le loro mani verso le nostre.
Ventuno giorni. 21 giorni di India. 21 giorni di Kanjirapally, Kottayam, Kattapana, Kozhimala, Kuttikanam, Upputhara, Madurai, Thekkady, Tamil Nadu, Pattumala, Kumaly, Valakodu, Alappuzha, Mannanam, Bharananganam, Bangalore, Trivandrum, Veli, Beemapally, Kalache, Cochin.
21 giorni di docce fredde che se vuoi l’acqua calda vai a prenderla fuori con un secchio. Di capelli asciugati con le pale che girano in camera. Di rotoli di carta igenica nello zaino, da noi tutti chiamata:”il mio tessoro”. Di amuchina. Di pioggia-umido-caldo-sole. Del pericolo ragni giganti. Di sciarpine. Di sari. Di magliette accollate. Di mai i tacchi che non mi capitava da quando avevo 15 anni. Di pallini in fronte.
Di chiese. Di templi. Di moschee. Di istituti. Di persone di strada. Di favelas. Di ospedali. Di mucche sui marciapiedi. Di scimmie ed elefanti tra gli alberi. Di clacson. Di sorpassi che nemmeno Schumacher nell’epoca d’oro. Di tsunami di 12 anni fa. Di riso. Di chicken. Di curry. Di peperoncino. Di ginger. Di kurkuma. Di chapati. Di cibi preparati per te. Di cocchi bevuti con la cannuccia in mezzo alla strada. Di mango. Di papaia. Di ananas. Di melograno. Di passion fruit. Di rambutan. Di jackfruits ma questo ci piace meno perchè puzza di gorgonzola. Di dormire in una famiglia indiana “per vedere l’effetto che fa” . Di raccontarti in un’aula dell’università. Di capelli biondi toccati continuamente da ogni piccola mano, con stupore:” mia figlia è venuta a dirmi che sei uguale alla sua Barbie!”. Di accoglienza. Di mani su mani. Di balli. Di canti. Di feste. Di bambini. Di giochi. Di risate. Di lacrime. Di abbracci. Di sorrisi. Di condivisioni. Di amicizie nuove che paiono essere vecchie tutta la vita. Di noi otto.
Prima di partire, Suor Elisabetta, la nostra accompagnatrice, una delle migliori persone che abbia conosciuto nella vita, e le altre stupende suore, hanno regalato ad ognuno di noi, un pensiero. Io ho ricevuto due cigni che si baciano, con in mezzo un cuore con la scritta “LOVE”.
Sono partita con un bagaglio pieno di vestiti e sono tornata con un bagaglio pieno di amore.
E con un solo timore e una sola preghiera: Fà che la routine non cancelli mai dal mio cuore e dalla mia testa, quelle sensazioni e quei volti di cui, per dirla come i Modena City Ramblers, “di tutti ho tenuto una faccia o un nome o qualche risata.”
Sono tornata a casa da due mesi. E non c’è giorno che i miei occhi non si perdano in quel Love inciso su quel cuore, e non c’è giorno che la mia mente non voli a quell’India, incisa sul mio di cuore.
“Nessun luogo è lontano”, scriveva Richard Bach, io ora so cosa intendesse.
Barbara Morandi
Il mio racconto
Da diverso tempo ormai sentivo quel desiderio impellente di superare i miei confini territoriali, di andare oltre ciò che avevo già conosciuto, di vedere con i miei occhi ciò che ancora non avevo mai visto.
Quel desiderio si maturava dentro me anno dopo anno fino a quando non potetti più aspettare, dovevo farlo: dovevo partire!
Non so spiegare il motivo di quel desiderio, non so dire da cosa ero mossa ma dovevo intraprendere a tutti costi quest’esperienza… e solo dopo averla fatta forse ho capito il motivo per cui la desideravo così tanto.
Sono partita, sono andata in un altro “mondo” e sono tornata diversa da prima. Perché quando sono entrata in contatto con questa realtà così variegata, colorata e diversa; quando questa mi ha contagiata, mi ha lasciato quell’impronta dentro la mia anima, ecco che non potevo tornare uguale a prima.
Nel mio caso sono stata a Salvador Bahia, nella parte più “rustica”, più povera, quella che stride in contrasto ai grandi palazzi che le fanno da sfondo, quella che urla di più ma viene meno ascoltata, quella parte fatta di bambini misti a polvere, donne miste a solitudine e uomini misti a fango. Quella parte dove nessuno è da solo anche se tutti hanno niente, dove due travi sono una casa in cui essere accolto, dove comunità è una parola che viene sussurrata da bocca in bocca.
La bellezza e la grandezza delle persone incontrate sono tali da essere compagne della mia quotidianità come tesoro prezioso di cui sento la nostalgia, continuamente, come se fossero una coperta calda con cui ancora oggi scaldarmi.
Un pezzo della mia vita così forte che sono dovuta andare a rivisitarlo, con la mia famiglia. Una seconda occasione in cui è stato prezioso fare vita quotidiana con loro, come se anche quella fosse casa nostra, anzi anche se ci siamo stati solo 2 volte e per pochi giorni, la consideriamo tale: una seconda casa dove poter andare soprattutto quando il cuore ha bisogno di riposo dai “grigiumi” che spesso ci circondano, quando ha bisogno di essere nuovamente riempito di quel qualcosa di indefinibile che solo là posso trovare.
Michela Rossi
Video racconto realizzato da Alessandra Magi, laica fidei donum e don Paolo Sbolci, scerdote fidei donum, entrambi missionari a Salvador Bahia – Brasile
racconto di fra Manolo in Guatemala
Innanzitutto mi presento. Sono un frate domenicano appartenente alla Provincia Romana di Santa Caterina da Siena, presbitero dal 10 settembre 2011, vicario parrocchiale presso la parrocchia di Santa Maria Novella in Firenze. Vi racconto la mia esperienza missionaria in Guatemala, fatta al tempo in cui ero diacono. Sono partito il 15 aprile 2011, il venerdì precedente la domenica delle Palme, dall’aeroporto di Milano e, dopo due scali, uno a Madrid e uno a Miami (Florida), sono giunto all’aeroporto di Città del Guatemala, la capitale, dove padre Ottavio O.P. mi ha fraternamente accolto. Dopo un pranzo dalle suore domenicane missionarie di San Sisto, siamo saliti sul suo pick-up, e ci siamo messi in viaggio per raggiungere la cittadina di Dolores, nel Petén, sede della missione, distante circa 400 Km da Città del Guatemala. La strada era a due corsie, percorsa da enormi autocarri e per lunghi tratti interessata dai lavori di ampliamento. Giunto nella casa missionaria di Dolores, ormai buio, sono stato accolto da padre Alberto O.P. e da quattro missionari laici che hanno deciso di spendere il proprio tempo e il proprio denaro a favore dei poveri e dei bisognosi: Franco, Rita, Paolo e Lilli. I miei primi giorni in Guatemala sono stati piuttosto duri. Ci sono voluti almeno quattro giorni per abituarmi al fuso orario locale (ben otto ore di differenza rispetto all’Italia). Mi alzavo presto al mattino, seguivo tutto il giorno i padri nelle aldeas (= villaggi), viaggiavo diverse ore in pick-up su strade non asfaltate e spesso dissestate, vedevo intorno a me tanta povertà e tanto analfabetismo, cercavo di proteggermi dai morsi di zanzara e altri insetti molesti, pranzavo con il cibo locale che mi veniva offerto su scodelle di plastica e senza posate, e di sera, dopo il rientro, ero talmente stanco che andavo subito a dormire senza cenare e senza lavarmi. Ogni volta che mettevamo piede in una aldea, venivamo circondati da tanti bambini curiosi e affettuosi che si facevano fotografare volentieri e poi si avvicinavano per vedere la fotografia riprodotta sul display della fotocamera digitale.
Nell’aldea di Los Olivos, la prima che ho visitato, abbiamo regalato loro caramelle e biglie: i bambini si sono accalcati l’un l’altro intorno a noi allungando le mani per riuscire ad averne qualcuna. Mentre i padri confessavano e presiedevano le celebrazioni, io svolgevo il mio ministero diaconale, affiancando sempre uno di loro, proclamando il vangelo in lingua spagnola e servendo la santa Messa. In due occasioni ho anche battezzato diversi bambini: durante la veglia pasquale nella chiesa parrocchiale di Nuestra Señora de los Dolores e nell’aldea di San Marcos. Le chiese erano in genere piccole, con il pavimento in cemento, ma in alcuni casi in terra battuta, dotate di semplici panche di legno e coperte da un tetto in lamiera; l’altare era un semplice tavolo di legno. Il pranzo ci veniva offerto dagli abitanti del villaggio: una scodella di riso e fagioli neri o di riso e pollame, e tortillas di mais. Ovviamente l’igiene lasciava un po’ a desiderare, ma io ho mangiato sempre tutto quello che mi veniva offerto, con le mani perché nelle aldeas le posate sono un lusso riservato a pochi, lasciando che fosse lo spirito di solidarietà a prevalere. Per evitare infezioni ho prudentemente evitato di bere la loro acqua: bevevo solo l’acqua in bottiglia che portavo con me nello zaino. Le abitazioni erano poverissime: un’unica sala delimitata da tavole di legno, con pavimento in terra battuta e tetto in foglie di palma di guano, un tipo di palma ad alto e sottile fusto, o in lamiera. Per cucinare utilizzavano un robusto tavolo di legno, sul quale era posto uno strato di cemento, dove su dei sostegni, al di sotto dei quali ardeva la legna, venivano appoggiate le pentole. Per dormire si servivano di letti di legno (senza materasso) e di amàche. Gli animali erano allo stato brado: a parte le mandrie di bovini che in genere stavano nei recinti, era la norma incrociare per strada polli, galline, pulcini, tacchini, maiali, cavalli, mucche, cani. Spesso ho visto gente fare il bagno nel fiume, in genere vestita o comunque con alcuni indumenti addosso, o lavarsi a pezzi nelle fontane o nei ruscelli.
La mia prima settimana in Guatemala, dunque, è trascorsa celebrando i riti della Settimana Santa, del Triduo Pasquale e di Pasqua nella chiesa di Nuestra Señora de los Doleres e nelle aldeas. Insieme ai tre padri domenicani, alle due coppie di laici e a due accoliti guatemaltechi, dopo un lunghissimo viaggio in pulmino che ha incluso l’attraversamento di un fiume su di una grande chiatta, ho partecipato alla santa Messa del Crisma presieduta da mons. Mario Bernardo Fiandri, vicario apostolico del Petén. Durante la seconda settimana, ho avuto l’opportunità di fare tre gite: due escursioni nei siti archeologici di Ixcún e Tikal, ricchi di stele, acropoli, templi, piazze e strade dell’antica civiltà maya, e una visita alla cittadina di Flores, sul lago Petén Itzá. Ho conosciuto le suore domenicane missionarie di San Sisto a Santa Elena, il cui convento ospita un orfanotrofio femminile, e quelle di Poptún. Un giorno ho aiutato i missionari a confezionare e a spostare quasi duecento sacchi, pesanti diversi chili, pieni di indumenti e di scarpe da distribuire ai catechisti, che a loro volta li avrebbero distribuiti alle persone bisognose dei loro villaggi. Ho visitato il centro infantile e nutrizionale di Dolores, dove le suore vincenziane si prendono cura dei bambini malati e denutriti del territorio. Il 3 maggio 2011 sono rientrato a Bologna, nel convento patriarcale di San Domenico, dove ho compiuto gli studi teologici, dopo aver viaggiato su un pick-up, quattro aerei, due treni e un autobus. Al termine di questa esperienza missionaria devo ringraziare di cuore il mio priore provinciale, padre Daniele O.P., che mi ha inviato in Guatemala. Se non mi avesse detto “Ti mando in Guatemala”, probabilmente non ci sarei mai andato di mia iniziativa. Questa missione, a pochi mesi di distanza dall’ordinazione presbiterale, ha contribuito alla mia formazione umana e sacerdotale. Ringrazio i padri Ottavio O.P. e Giorgio O.P., in missione permanente nel Petén, che mi hanno fraternamente accolto e guidato. Ringrazio inoltre padre Alberto O.P., Franco, Rita, Paolo e Lilli, con i quali ho vissuto nella casa missionaria e condiviso mensa e attività non solo impegnative e stancanti ma anche ricreative. Auguro a tutti di fare almeno una volta nella propria vita un’esperienza missionaria di collaborazione e di solidarietà con i poveri.
Fra Manolo M. Puppini O.P.
c/o Convento di Santa Maria Novella
Piazza di Santa Maria Novella 18
50123 FIRENZE (FI)



