Testimonianza da parte della famiglia Ugolini, da anni in Turchia
LA NOTTE DEL 15.
Sono le ore del golpe:
l’altra sera, quando è successo tutto quello che è successo, ci siamo sentiti un po’… lontani. Niente aerei, autobus, confini chiusi, coprifuoco. Anche pensare dove poter andare, se le cose si fossero messe al peggio, per una non improbabile guerra civile, tutto impossibile. Per avere notizie saltiamo dai canali tv turchi a Rai news 24. Le notizie sono confuse, talvolta contradditorie, le immagini che ci arrivano fanno impressione. Vedere luoghi che conosciamo bene come Istanbul, Ankara, con i carri armati per strade che anche noi abbiamo percorso, i ponti sul Bosforo bloccati e con lunghissime code di auto ferme, il rumore degli spari, soldati con le mani alzate in segno di resa, il fragore degli aerei che sorvolano le città a bassa quota, tutto questo fa male! E’ difficile scrivervi tante impressioni. Altalena di sentimenti per cui in alcuni momenti avremmo voluto essere lontani da qui, da tutto quello che stava accadendo, ma al tempo stesso non potevamo pensarci in un altro posto che non fosse questo. L’incertezza ci combina strani scherzi portando il nostro pensiero indietro nel tempo, ai ricordi, oppure ci fa precorrere sprazzi di futuro, che ancora non esiste: se le cose cambieranno radicalmente chi saranno i nostri prossimi interlocutori? Potremo restare, dovremo andare via? Sì, siamo stranieri… ma sicuramente non e-stranei. Estranei affatto. Gli amici che abbiamo sparsi un po’ ovunque in questa nazione come staranno? Che ne sarà dei profughi che conosciamo? Certamente lo scenario che le televisioni ci presentano ci introduce bene al significato della parola fragilità. Avranno più peso le frasi del libro del Qoelet o quelle del libro della Sapienza? Ad un tratto ‘sentiamo’ che è tardi, gli avvenimenti scavano. Sono ore che guardiamo la televisione e allora, quasi ritornando ad essere padroni di noi stessi, prendiamo la decisione che si è rivelata la più importante: Gabri ed io ci siamo seduti nella stanza dove in genere preghiamo, abbiamo fatto silenzio… dopo tanto rumore, e Gli abbiamo affidato tutto e tutti. L’assalitore e l’assalito, il giusto e l’ingiusto, i morti e i vivi, i prigionieri e i liberi…
E’ stato facile fare questo perché anche noi in quelle ore siamo stati l’uno e l’altro. Niente altro che… l’uno e l’altro.
Già dalla mattina seguente, tutto è incredibilmente diverso. I casi sono due: o la città non ha memoria o ci siamo immaginati tutto come in un incubo. Siamo andati in centro e tutti i negozi sono aperti, sembra un giorno qualunque, la gente cammina per le strade, vediamo anche diversi matrimoni, con le auto degli sposi che girano addobbate a festa come scatole da regalo con nastri dai colori sgargianti tra un frastuono di clacson. L’unica nota ‘politica’: un nutrito gruppo di donne di tutte le età che in una delle piazze principali sventolano le bandiere turche e cantano inneggiando alla vittoria.
Saranno i tg della sera a farci capire che non abbiamo sognato, mentre fanno il resoconto della notte precedente, commentando e mostrando i filmati. Conosciamo così il numero dei morti, degli arrestati, dei giudici dei tribunali sollevati dal loro incarico, degli istituti di istruzione chiusi, delle reazioni locali e estere.
Oggi, a distanza di poco più di quindici giorni, ogni sera in tutte le città della Turchia, secondo il desiderio del Presidente, folle di cittadini si radunano nelle piazze più importanti e cantano, dormono, vi restano fino al mattino. Comuni cittadini che vegliano sulla ‘sicurezza’ della nazione.
Vedremo i prossimi sviluppi.
“PERCHE’ LORO SI?”.
Uno spazio veramente grande, digradante, posto su un lato di una montagna a pochi chilometri da Van, accoglie la discarica dei rifiuti della città. L’abbiamo scoperta casualmente più o meno dodici anni fa, i primi giorni del nostro arrivo qui. Ve ne abbiamo già scritto allora per raccontarvi le storie di vita dei ragazzi che vi avevamo conosciuto e che vi lavoravano. Qualche giorno fa abbiamo incontrato uno di loro. E’ stato lui a riconoscerci e fermarci. Adesso ha lasciato la discarica, lavora altrove. Desideriamo condividere con voi queste righe per una riflessione che lui ci ha fatto e ci ha colpito molto. Parlavamo della situazione in generale alla luce degli attentati di Istanbul, Ankara, Germania, Francia. Ad un certo punto ci ha detto: “vi ricordate quando venivate alla discarica? Ricordate quello che vi dicevamo a proposito degli animali che vivono sulla collina intorno alla spazzatura? Noi ragazzi e altre persone lavoravamo fino verso le 5 del pomeriggio. Appena noi ce ne andavamo e la zona era libera… ecco arrivare le persone più povere della città per cercare qualcosa da poter riutilizzare e talvolta… mangiare. Insieme a loro arrivavano anche i gabbiani, centinaia e centinaia, in cerca di cibo, e ce n’era tanto tra quei rifiuti. Poi, dopo aver mangiato, gli uccelli se ne andavano e subito arrivavano i cani selvatici, anche loro per lo stesso motivo. Vi restavano un po’ a razzolare tra i rifiuti. Dopo ancora, quando la notte si faceva più fonda era il turno dei lupi che scendevano dalle parti più alte della montagna. Per alcune ore, tranquillamente, si cibavano di tutto quello che era rimasto… ed era sempre sufficiente. Ancora oggi è così”.
Poi l’ex ragazzo della discarica continua con questo pensiero:
“In questi giorni di attentati, di incapacità di convivenza politica, religiosa, proprio su una delle nostre montagne è ancora possibile vedere come persone, gabbiani, cani selvatici, lupi, abbiano trovato un modo di convivere che permette a ogni gruppo di stare insieme senza l’uso della violenza e nel rispetto gli uni degli altri”.
Caro ragazzo cresciuto alla scuola della discarica, quando venivamo a trovare te e tutti i tuoi compagni, coprivate con una vostra maglietta o con una giacca le latte di olio o benzina vuote per far sedere Gabri, Costanza e me per non farci sporcare. Mentre ti ascoltavo mi hai fatto pensare a quella frase di una canzone di De André che dice: “ dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” e siamo felici di vederti crescere come un bel fiore. Grazie!
OLTRE IL CONFINE
Desideriamo condividere con voi quanto riceviamo da un amico che non abita qui in Turchia ma che è assai vicino alla situazione di cui vi scriviamo. E’ il resoconto di un’analisi di Human Rights Watch ed è una risposta parziale alla domanda: “Perché voi afghani continuate a scappare per venire in Turchia e iniziare un’attesa che è quasi infinita e senza soluzione dato che l’Alto Commissariato per i Rifugiati vi ha praticamente esclusi da ogni possibilità di richiesta di asilo?”.
E’ con questa semplice domanda che viene fuori una realtà che non conoscevamo.
“Ormai da molti anni, ma ultimamente sempre di più, gli Afghani si sono rifugiati in Iran per sfuggire alla guerra e alle invasioni militari. La maggioranza di questi rifugiati sono di etnia Hazara, una minoranza sciita nel loro paese, di lingua persiana, che è stata e continua ad essere perseguitata e discriminata dai talebani, di etnia Pashtun. Anche nel paese in cui cercano riparo però, la loro vita è segnata dall’incertezza, in quanto l’Iran non rilascia loro documenti legali. Non hanno accesso all’impiego e per l’educazione scolare ci sono tasse altissime. Questa situazione li rende doppiamente ricattabili, infatti tutti quelli fra loro, compresi i minori di età che accettano di unirsi ai Guardiani della Rivoluzione iraniana per andare in Siria a combattere per il sostegno ad Assad, al loro ritorno in Iran avranno un permesso di soggiorno e per il tempo del ‘servizio militare’ un salario fino a seicento dollari. Per chi non accetta c’è lo spettro della deportazione in Afghanistan e minacce alle loro famiglie. Sempre secondo lo studio di HRW e di Al Jazeera, sono stati cooptati anche dei rifugiati detenuti per reati comuni, con la promessa di un annullamento di pena. Questa proposta di ‘arruolamento’ nasce dal fatto che le perdite dei soldati iraniani in Siria sono ingenti. Facile intuire come una sola sia la possibilità di scelta: la fuga. Un altro difficile esodo che li porta in Turchia. Questa realtà è solo una cima di una ‘catena di montagne’ di problemi che affliggono questa parte di vicino-medio oriente”.
GESTI e PENSIERI.
Domenica scorsa, al termine dei canti che danno inizio alla celebrazione festiva alla quale partecipiamo, il Pastore della chiesa domestica si è avvicinato a sua moglie e le ha imposto le mani sul capo soffermandosi in un momento di preghiera. Dopo questo gesto, sua moglie è andata al piccolo ambone e ha letto alcuni brani della Bibbia, introducendo degli argomenti che poi sono stati ripresi e spiegati dal Pastore stesso.
Questo gesto, effettuato in estrema semplicità tra moglie e marito, davanti all’Assemblea e ai loro due figli mi ha colpito molto e ha suscitato una serie di pensieri.
Imporre: quanto vasto e diverso il significato di questo verbo ‘imporre’ se letto con una mentalità di possesso, di violenza o di amore.
Per fede non ti impongo la mia forza, la mia scienza, ricchezza o potere, ma solo il mio bene per te, il mio mettermi al tuo servizio per invocare qualcosa o Qualcuno per te e per noi. Non impongo perché sono più di te, ma perché chiedo per te ciò che io non ho e che desidero tu possa avere. Desidero che tu possa darci la tua profondità, che invoco. Per me desidero unicamente l’umiltà per servirti perché insieme si possa condividere il Bene per offrirlo a tutti.
Sono anche questi i momenti in cui per Gabri e per me corde profonde si sentono toccate, al di là dell’essere cattolici, protestanti, ortodossi.
Vi abbiamo scritto quello che è possibile, che pensiamo e che sentiamo.
Con grande affetto.
RobGab
Edremit-Van
Agosto 2016



