{"id":28115,"date":"2016-11-06T18:31:00","date_gmt":"2016-11-06T17:31:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.missiotoscana.it\/firenze\/?p=28115"},"modified":"2023-12-08T09:19:33","modified_gmt":"2023-12-08T08:19:33","slug":"racconta-la-missione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.missiotoscana.it\/firenze\/2016\/11\/06\/racconta-la-missione\/","title":{"rendered":"RACCONTA LA MISSIONE"},"content":{"rendered":"<p>[et_pb_section admin_label=&#8221;section&#8221;][et_pb_row admin_label=&#8221;row&#8221;][et_pb_column type=&#8221;4_4&#8243;][et_pb_text admin_label=&#8221;Testo&#8221;]<\/p>\n<p>Il Centro Missionario Diocesano aveva indetto un concorso letterarario, dove invitava a inviare dei racconti di missione.<\/p>\n<p>Durante la festa missionaria \u00e8 avvenuta la premiazione dove \u00e8 stato scelto come migliore racconto quello di Andrea Cuminatto, che per questo ha vinto un WEEKEND a Trento presso la comunit\u00e0 dei missionari Comboniani.<\/p>\n<p>Questi i racconti che ci sono arrivati<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[\/et_pb_text][et_pb_text admin_label=&#8221;Testo&#8221; background_layout=&#8221;light&#8221; text_orientation=&#8221;left&#8221; use_border_color=&#8221;off&#8221; border_color=&#8221;#ffffff&#8221; border_style=&#8221;solid&#8221;]<\/p>\n<p>Racconto VINCITORE<\/p>\n<p>[\/et_pb_text][et_pb_video admin_label=&#8221;Video&#8221; src=&#8221;https:\/\/youtu.be\/SohHwmCjL0Y&#8221;] [\/et_pb_video][et_pb_toggle admin_label=&#8221;Toggle&#8221; title=&#8221;L&#8217;impronta missionaria&#8221; open=&#8221;off&#8221; open_toggle_background_color=&#8221;#f7e180&#8243; use_border_color=&#8221;off&#8221; border_color=&#8221;#ffffff&#8221; border_style=&#8221;solid&#8221;]<\/p>\n<p>In molti mi hanno chiesto perch\u00e9 partivo per un viaggio missionario e il motivo per<br \/>\ncui non andavo a Rimini, Riccione, Ibiza a vivere i miei venti anni. Non so come mai,<br \/>\nquel giorno in macchina con i miei genitori, dissi ad alta voce che volevo andare in<br \/>\nAfrica a vedere la povert\u00e0 da vicino, toccarla con le mie mani. Quello che so \u00e8 che mi<br \/>\nha cambiato, non la vita, ma la mia prospettiva, il mio modo di guardare le cose, di<br \/>\nconoscere le persone. Non andai in Africa, il centro diocesano aveva come meta il<br \/>\nBrasile, Salvador Bahia. Le cose da raccontare sono cos\u00ec tante che \u00e8 difficile scriverle<br \/>\nin poche righe. Mi preme per\u00f2 dire che l&#8217;impatto con la miseria, la precariet\u00e0 della<br \/>\nvita, le palafitte, la violenza e potrei continuare non sono state niente a confronto<br \/>\ncon il sentirsi straniero, diverso, che ho provato i primi giorni in cui ero a<br \/>\nMa\u00e7aranduba. Non dimenticher\u00f2 mai la sensazione di smarrimento per quelle<br \/>\nstrade, dove tutti erano cos\u00ec uguali, parlavano la stessa lingua e vestivano nello<br \/>\nstesso modo, mentre io ero cos\u00ec \u201cimmigrata\u201d. Sono stati quegli abbracci, quei sorrisi<br \/>\ne quegli occhi pieni di curiosit\u00e0 e attenzione; la voglia di raccontarti quello che non<br \/>\ncapivi ma che sentivi e percepivi importante per loro. Quasi nessuno sapeva dove<br \/>\nera l&#8217;Europa, ma erano pieni di gioia vera solo all&#8217;idea che si fosse andati a \u201ctrovarli\u201d<br \/>\nda cos\u00ec lontano. Ci hanno accolto con una cena a base di frutta fatta da loro e gli<br \/>\nabbiamo salutati con una cena a base di pasta fatta da noi. Cos\u00ec si costruiscono ponti<br \/>\ne relazioni, altrimenti solo muri. Quando sono tornata in Italia ho ripreso a vivere la<br \/>\nmia storia, nel mio paese e nel mio mondo dove sono sempre cresciuta e dove<br \/>\ncontinuo a essere la solita Laura per tutti. Ma dentro di me ho capito cosa vuol dire<br \/>\naccogliere chi si sente solo, cosa significa essere solidari con chi ti sta accanto, ho<br \/>\nimparato a cogliere la felicit\u00e0 nelle cose semplici e forse banali. Inoltre dopo sette<br \/>\nanni dal mio viaggio sono finalmente riuscita a creare, con l&#8217;aiuto di altri e del<br \/>\nparroco, il gruppo missioni della mia parrocchia, per lasciare anche qui l&#8217;impronta<br \/>\nmissionaria.<br \/>\nLaura Bellandi<\/p>\n<p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle admin_label=&#8221;Toggle&#8221; title=&#8221;Namast\u00e8&#8221; open=&#8221;off&#8221; open_toggle_background_color=&#8221;#80c4f2&#8243; use_border_color=&#8221;off&#8221; border_color=&#8221;#ffffff&#8221; border_style=&#8221;solid&#8221;]<\/p>\n<p>NAMASTE!<br \/>\n&#8220;Ma \u00e8 vero che andrai in India?&#8221;<br \/>\n&#8220;Si, esatto andr\u00f2 in India, per un viaggio missionario\u2026&#8221;<br \/>\n&#8220;Accidenti, chiss\u00e0 come tornerai cambiata!&#8221;<br \/>\nPrima che partissi questa era la pi\u00f9 tipica delle conversazioni che avevo con chi<br \/>\nincontravo, e sorridevo ogni volta, non capivo, perch\u00e9 dovrei cambiare?<br \/>\nSe ci penso adesso sorrido ancora di pi\u00f9, perch\u00e9 quelle persone non avevano tutti i<br \/>\ntorti, l&#8217;India ti entra dentro e ci rimane, come un pezzo di me \u00e8 rimasto l\u00e0\u2026<br \/>\nNessuno mi aveva mai accolto come sono stata accolta in India, ti senti la benvenuta<br \/>\novunque, le persone ti guardano con curiosit\u00e0 e mai con diffidenza, ti guardano e ti<br \/>\nsorridono, e invece di salutarti alzando una mano come facciamo noi, fanno un<br \/>\npiccolo inchino a mani giunte, un gesto che da subito mi \u00e8 sembrato bellissimo.<br \/>\nSapevo che, partendo per questo viaggio, avrei visto una realt\u00e0 povera che avrei<br \/>\nincontrato molta miseria, alla fine era anche per questo che avevo deciso di partire<br \/>\nper vedere quei posti come si usa dire &#8220;dimenticati da Dio&#8221;.<br \/>\nE in effetti di realt\u00e0 difficili ne ho viste soprattutto nelle case dei malati di mente o da<br \/>\nAuto Raja dove vivono persone raccolte dalla strada, ma vi posso assicurare che \u00e8<br \/>\nproprio in quei posti dove ho sentito di pi\u00f9 la presenza di Dio. Lui era con quelle<br \/>\npersone, potevi vederLo nei loro occhi che nonostante tutto ti guardavano con<br \/>\nimmensa gratitudine, contenti di un semplice abbraccio o una caramella. Una<br \/>\ncaramella che erano pronti a ridarti se a te mancava. Un uomo, in una di queste<br \/>\ncase, voleva cedermi la sua che gli avevo appena dato perch\u00e9 per me non c&#8217;era.<br \/>\nQuell&#8217;uomo che non aveva niente voleva dare a me che vivo in un paese pieno di<br \/>\ncaramelle la sua, questa \u00e8 vera generosit\u00e0!<br \/>\nTutte le persone che ho avuto modo di incontrare dai bambini, agli anziani e le<br \/>\nsuore, mi hanno fatto riscoprire la bellezza e il conforto che pu\u00f2 dare un semplice<br \/>\nsorriso, un sorriso che loro hanno sempre stampato sul volto!<br \/>\nInsomma sono partita per l&#8217;India con una valigia piena di pennarelli da portare ai<br \/>\nbambini ma sono io che sono tornata con il cuore e gli occhi piena di colori!<br \/>\nMaria Bellandi<\/p>\n<p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle admin_label=&#8221;Toggle&#8221; title=&#8221;Quando quella notte&#8221; open=&#8221;off&#8221; open_toggle_background_color=&#8221;#d8d8d8&#8243; use_border_color=&#8221;off&#8221; border_color=&#8221;#ffffff&#8221; border_style=&#8221;solid&#8221;]<\/p>\n<p>Quando quella notte, per la prima volta ho aperto gli occhi al mondo, non ho visto nulla, quasi totalmente buio.<\/p>\n<p>La luce debole del fal\u00f2, acceso appena fuori casa, proiettava sulle pareti le ombre delle persone che stavano attorno a me e a mia madre che mi aveva appena partorito, persone qualunque, neanche l\u2019ombra di un dottore, magari un infermiere\u2026nessuno.<\/p>\n<p>Prima di nascere, mi ero immaginata come sarebbe stato venire al mondo, mi aspettavo la luce fredda ed accecante di una sala parto, una equipe di medici e specialisti pronti a prendersi cura di me e mia madre, monitor e altri aggeggi per controllare il nostro stato di salute, e poi mi aspettavo di vedere mio padre accanto a lei. Illusa.<\/p>\n<p>La sala parto dove sono nata io non aveva luci o monitor accesi, la sala parto dove sono nata io non faceva parte di nessun grande ospedale, era una stanza di una capanna persa nella foresta, a 40 chilometri dal punto sanit\u00e0 pi\u00f9 vicino. Nella sala parto dove sono nata io non c\u2019erano dottori, specialisti o infermieri, solo i familiari di mia madre, solo di mia madre perch\u00e8 mio padre l\u2019aveva abbandonata.<\/p>\n<p>Nella sala parto dove sono nata io, non c\u2019era nessuno che potesse salvare la vita di mia madre, morta per delle complicazioni durante il parto.<\/p>\n<p>Forse, se si fosse potuta prendere la maternit\u00e0, se non avesse dovuto zappare il campo di famiglia (unica fonte di sostentamento) fino al giorno stesso, se non avesse avuto da sfamare gli altri miei fratelli, adesso io sarei tra le sue braccia.<\/p>\n<p>Mia nonna mi prese con se, ero neonata e lei ovviamente, latte da darmi non ne aveva. Ogni tanto mi portava alla bocca un bicchiere con dentro un liquido marroncino chiaro, sembrava the, magari una limonata, ed invece era acqua. Acqua che con tanta fatica mia nonna andava a recuperare nel letto secco di un fiume, scavava nel terreno fino ad incontrare l\u2019unica acqua disponibile in quella stagione.<\/p>\n<p>Tentavo di bere per farla felice, ma il gusto era terribile, sentivo la bocca piena di granelli di terra, deglutire mi era quasi impossibile.<\/p>\n<p>I giorni passarono ed io mi sentivo sempre pi\u00f9 debole, magra, affamata, denutrita.<\/p>\n<p>Ero cosi magra che potevo vedermi le ossa, una per una senza bisogno di radiografie, e mi sentivo cosi debole che a stento riuscivo ad aprire gli occhi, e quando li aprivo non riuscivo a vedere se non ombre, a malapena avevo le energie per respirare, \u00a0mi sentivo una bambola di pezza, inerme di fronte ad un destino tanto avverso.<\/p>\n<p>Me lo sentivo, non avevo pi\u00f9 forze per restare attaccata a quella vita cos\u00ec dura, che a parer mio non avevo fatto nulla per meritare, ero pronta a raggiungere mia madre, ma quel giorno, appena prima dell\u2019alba, mia nonna mi prese in braccio, mi appoggi\u00f2 sulla \u00a0sua schiena e mi avvolse con la capulana legandosela sul davanti e si mise in cammino.<\/p>\n<p>Attraversammo venti chilometri di foresta e sbucammo sull\u2019unica strada che passasse da quelle parti e rimanemmo in attesa di un passaggio che ci portasse il pi\u00f9 vicino possibile all\u2019unico posto dove sarei potuta essere salvata, una missione.<\/p>\n<p>Eravamo ferme a bordo strada da parecchio, e mi aspettavo che ci fosse un orario, pi\u00f9 o meno preciso, in cui i trasporti passassero, ed invece no, c\u2019era solo da aspettare e nel nostro caso pregare, un\u2019 ora, cinque ore, un giorno intero, a seconda della fortuna di ciascuno. E quel giorno, mia nonna ed io fummo fortunate.<\/p>\n<p>Dopo quattro ore che stavamo aspettando, un camion col cassone posteriore pieno di persone si ferm\u00f2 e ci raccolse portandoci fin quasi a destinazione.<\/p>\n<p>Mia nonna era esausta ma percorse di buon passo gli ultimi due tre chilometri che ci separavano dalla nostra meta.<\/p>\n<p>Arrivate alla missione venne verso di noi un uomo come non ne avevo mai visti, uguale identico a tutti gli altri ma con un colore della pelle \u00a0totalmente diverso.<\/p>\n<p>Si avvicin\u00f2 a mia nonna, le offr\u00ec dell\u2019 acqua fresca, trasparente, si sedette accanto a lei e la ascolt\u00f2. Mia nonna viveva da sempre nella foresta e non aveva mai frequentato nessuna \u00a0scuola, \u00a0quindi l\u2019unica lingua che lei conoscesse era quella della mia gente, il macua. L\u2019uomo sembrava capire ogni sua parola, annuiva e rispondeva nella stessa lingua, mentre ascoltava e apprendeva la gravit\u00e0 delle mie condizioni mi guardava, sembrava mi volesse abbracciare con lo sguardo, allungava una mano e mi sfiorava la guancia con un dito, forse aveva paura di rompermi tanto ero delicata.<\/p>\n<p>Certo in principio ero spaventata, avevo visto poche persone da quando ero nata, e di certo nessuna che avesse quel colore e quei lineamenti\u2026ma quel suo sguardo e quel suo tocco mi stavano trasmettendo un qualcosa, che da uno sconosciuto non mi sarei mai aspettata, mi stavano trasmettendo Amore.<\/p>\n<p>L\u2019uomo entr\u00f2 in casa e dopo poco usc\u00ec con in mano qualche barattolo e un biberon.<\/p>\n<p>Spieg\u00f2 con molta calma e pazienza a mia nonna, le dosi e come fare a preparare il latte che mi avrebbe ridato le energie necessarie, sempre che non fosse troppo tardi.<\/p>\n<p>Non lo so da dove venisse quel missionario, di certo non era di qui, non so neanche che cosa ci facesse \u00a0nella mia terra, cos\u00ec lontano dalla sua, ma alcune cose le so\u2026so benissimo che mi ha salvato la vita, so benissimo che quando ho avuto bisogno di lui, lui c\u2019era, so anche che mi ha voluto bene anche se non mi aveva mai vista e conosciuta prima, so che lui era li anche per me. Forse adesso so anche cosa significhi missione, almeno per quello che mi riguarda, non significa solo Fare\u2026ma Esserci. Se quel giorno lui non ci fosse stato io sarei morta.<\/p>\n<p>Mi chiamo Guilherquimina, sono arrivata in quella missione quando avevo 18 giorni, da allora sono passati sette mesi, ora sto bene e sono in forze, ancora mi nutro con il latte che ci passa la missione e cos\u00ec sar\u00e0 fino al raggiungimento del mio primo anno di et\u00e0.<\/p>\n<p>Grazie a quei missionari che, come quello che mi ha salvato la vita, ogni giorno ci sono. Grazie anche a tutte quelle persone che, in un modo o nell\u2019altro, con un aiuto una preghiera un pensiero, permettono a questi missionari di esserci. Grazie a tutti voi io oggi vivo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Luca Donadoni<\/p>\n<p>Laico missionario<\/p>\n<p>nella missione cav\u00e0\/memba<\/p>\n<p>mozambico<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle admin_label=&#8221;Toggle&#8221; open=&#8221;off&#8221; use_border_color=&#8221;off&#8221; border_color=&#8221;#ffffff&#8221; border_style=&#8221;solid&#8221; title=&#8221;Racconto India&#8221;]<br \/>\nAll&#8217;alba del 30 Luglio 2016, insieme ad altre 5 persone( 2 si troveranno direttamente in India), salgo sull&#8217;aereo che mi porta in India per tre settimane.<br \/>\nIl viaggio \u00e8 stato interminabile. Quando siamo arrivati a Kochi, non riesco a capire n\u00e8 che giorno sia, n\u00e8 se fuori ci sia il sole o la luna. So solo che alle 3.30 del 30 Luglio siamo all&#8217;aeroporto di Bologna direzione Monaco,\u00a0 e il 31 Luglio alle 2.00 in quello di Bombay, aspettando il terzo aereo delle 5.30. Arrivati a Kochi aspettiamo quasi altre due ore perch\u00e8 a due di noi non arrivano le valige. Io non riesco a stare con gli occhi aperti. Con gli avambracci sulle cosce, faccio fatica a reggermi la testa, sono certa di perderla, con le palpebre che alternano colpi di sonno ad una scarsissima lucidit\u00e0. All&#8217;aeroporto ci sono un&#8217;infinit\u00e0 di persone. I bambini mi osservavano curiosi, alcuni mi indicano, capisco che i capelli biondi siano il &#8220;trova l&#8217;intruso&#8221; in mezzo a tutti loro. Una bambina vestita da principessa mi chiede di fare un selfie. E poi di nuovo in viaggio. In pulmino per altre 3 ore. Dormiamo e basta. Quando mi sveglio sono certa che quando Dio ha creato il giardino dell&#8217;Eden, pensava all&#8217;India. Forse noi, tutto quel verde, lo utilizzeremmo per cercarci i pokemon! Al nostro arrivo, ci sono bambini di ogni et\u00e0 che ci aspettano in due file parallele. Scendiamo. Ci vengono incontro per metterci una collana di gelsomini al collo, e pi\u00f9 ridono e pi\u00f9 ci salutano e pi\u00f9 io la stanchezza non la sento pi\u00f9. Una bambina viene da me a dirmi &#8220;you are beautiful&#8221; e non sicura che avessi capito, me lo viene a dire un&#8217;altra volta.\u00a0 &#8220;Sei tu che sei bellissima&#8221; \u00e8 l&#8217;unica cosa che so risponderle. \u00c8 la verit\u00e0. Hanno tutti degli occhi giganti come quelli dei cartoni animati, con quegli occhi l\u00ec, per forza di cose, possono vedere pi\u00f9 profondamente degli altri esseri umani, penso. Non c&#8217;\u00e8 il tempo di aprire il portabagagli che le valige sono gi\u00e0 scaricate e portate in camera da tutti loro, e in un attimo non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 niente da fare se non entrare. Poi un pranzo solo per noi. Alla messa diciamo una parola tutti noi italiani, e forse per la stanchezza e molto probabilmente per qualcosa di molto pi\u00f9 grande, chi pi\u00f9 chi meno, ci commoviamo tutti. Dopo le bambine ci fanno visitare le loro camere e sono cos\u00ec felici nel farlo, che a me pare di vedere il castello delle favole. Ci fanno vedere anche la stanza dei compiti, si svegliano tutte le mattine alle 5.30 per studiare un&#8217;ora in pi\u00f9 prima di andare a scuola. Poi, con il brillantino in mezzo alla fronte da loro regalatoci, ce ne andiamo a cena. Sono tutti l\u00ec. I bambini mangiano con noi, e si alternano a piccoli gruppi, a cantare o ballare per darci il benvenuto, alla fine diventa quasi una sfida maschi vs femmine, chiaramente solo col sorriso sulla faccia. E noi l\u00ec nel mezzo, siamo i giudici di X Factor. Applaudiamo, ridiamo, i bambini ci chiedono di fare selfie che poi chiaramente vogliono vedere. Non ho mai visto cos\u00ec tanti bambini e rispetto ed educazione nella stessa stanza, di sicuro non in Italia. Quando vedo la loro contentezza davanti alle nostre caramelle,\u00a0 penso subito che dovremmo fare un video da mostrare ai bambini italiani si, ma anche agli adulti, ma anche a me quando immerger\u00f2 nuovamente nella quotidianit\u00e0 fiorentina. Alla fine della cena, 70 bambini dai 3 ai 15 anni (circa), vengono tutti a darci la buonanotte, ad uno ad uno, a volte in coppia, ci abbracciano e ci sorridono. La sera, a letto, non riesco a dormire. Ed \u00e8 solo \u00a0il primo giorno.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il successivo giorno, giochiamo con le bambine prima che vadano a scuola. Facciamo il girotondo in italiano, ma capiscono benissimo quando devono andare gi\u00f9 per terra. Ridono. Due bambini maschi vedendoci, vengono a girare con noi, tutti inizialmente si imbarazzano all&#8217;idea di prendersi la mano, ma la voglia di giocare vince.<br \/>\nNon vogliono smettere pi\u00f9.<br \/>\nPi\u00f9 tardi andiamo a visitare un&#8217;azienda agricola e a vedere le piante di caucci\u00f9 e la loro coltivazione. Ma lo sapevate che quando la futura gomma esce dalla pianta \u00e8 bianca come il latte di cocco?! Potrei quasi scommettere che il primo coltivatore, la &#8220;gomma&#8221; se l&#8217;\u00e8 anche bevuta, ha un aspetto cos\u00ec invitante, io sicuramente l\u2019avrei fatto, menomale che non sono il primo coltivatore!<\/p>\n<p>E ci sono anche i falegnami che piallano il legno con un fazzoletto davanti alla bocca.<\/p>\n<p>E poi \u00e8 il momento della Lourdebhavan Trust.<br \/>\nSuccede che circa 20 anni fa, un uomo originario del Kerala, con i soli studi elementari, con moglie e due figli, decida di aprire la sua casa, unico bene in suo possesso, a chi dorme in strada. Molti matti, altri no. Adesso vengono qui da tutta l&#8217;India. Attualmente sono circa 90. Siamo entrati, sono arrivati tutti a darci la mano. Ci siamo presentati. Visitiamo la casa. Quando apro il pacchetto di caramelle, le loro mani sono tutte tese davanti a me, come se regalassi banconote da 500,00 euro in Italia, e forte \u00e8 il mio senso di inadeguatezza e vergogna nei loro confronti per la parte del mondo da cui provengo e che niente sa.<br \/>\nDiciamo \u00a0un Padre Nostro tutti insieme. In India pregano tutti, pregano tanto, non importa che tu sia cattolico induista o mussulmano, pregano anche insieme. Siamo tutti in cerchio per mano ed \u00e8 qualcosa che non riuscir\u00f2 mai a spiegare. Quando arriva il momento di andare via, andiamo a salutarli uno per uno. Loro ti vengono incontro con le mani giunte, e te con le tue abbracci le loro, e poi loro fanno la stessa cosa con le tue. A met\u00e0 iniziano a cascarmi le lacrime e non le so frenare, loro, gli ultimi degli ultimi, ti sorridono. Tu non parli la loro lingua, loro non sanno n\u00e8 la tua n\u00e8 l&#8217;inglese, ma capiscono tutto. E quell&#8217;amore infinito, in ogni sguardo scambiato e in quel gesto con le mani, io non lo scorder\u00f3 mai nella vita.<br \/>\nPrendo le mani di Jose e gli dico grazie.<br \/>\nEd \u00e8 solo \u00a0il secondo giorno.<\/p>\n<p>Il terzo giorno \u00e8 anche il primo giorno in cui rientro a casa senza un mattone sullo stomaco.<br \/>\nAndiamo in un&#8217;altra casa di bambine. Sempre la stessa storia: sono l\u00ec perch\u00e8 le famiglie sono povere, i genitori sono divorziati, il padre o la madre hanno fatto i bagagli e se ne sono andati da qualche altra parte o con qualche altra persona. E sempre la stessa storia: grandi feste per noi! Le bambine mi dicono che sono bella, mi guardano, mi prendono le mani, mi toccano i capelli in continuazione, cos\u00ec tanto diversi dai loro. Mi chiamano Barby e io spiego loro che \u00e8 quasi il mio soprannome. Cantiamo,balliamo e giochiamo tutto il tempo, siamo tutti distrutti e sudati fradici, ma loro sono felici e anche noi. Ci provano ad insegnare individualmente giochi con le mani, ma loro sono assolutamente di un&#8217;altra categoria, chiaramente superiore. Tre bambine specialmente si attaccano a me e non si staccheranno mai per tutto il pomeriggio. Ma tutte sono l\u00ec che ti cercano e sempre presenti con sguardi e sorrisi. &#8220;Cercano calore e non i cellulari&#8221;, come viene notato poi nella condivisione del post cena. Ci raccontano la loro storia e noi la nostra. Quando ci salutiamo tra baci e abbracci all&#8217;europea e mani giunte all&#8217;indiana, una bambina mi bacia affettuosamente le mani. Se sono riuscita a trasmettere anche solo la met\u00e0 dell&#8217;amore che ho ricevuto quella sera, ho raggiunto il mio obiettivo.\u00a0 Alla fine ce ne andiamo con la consapevolezza che malgrado tutto quelle bambine sono felici e la struttura in cui sono, dar\u00e0 davvero quella possibilit\u00e0 che la vita sembrava voler loro togliere. Incontriamo anche un ragazzo uscito da l\u00ec che da quel giorno in poi ci accompagner\u00e0 in alcuni viaggi in programma, ora \u00e8 laureato e con un buon lavoro. Si chiama George.<\/p>\n<p>L&#8217;India \u00e8 anche il paese dei grandi paradossi, come \u00e8 emerso pi\u00f9 volte dalle nostre condivisioni del post cena, e cos\u00ec a pranzo andiamo per la prima volta a mangiare in un ristorante bello, che al decimo piano ha la vista.<br \/>\nIn questo giorno vivr\u00f2 anche la\u00a0 mia prima volta in un tempio Ind\u00f9.\u00a0 Sanno benissimo che non siamo della loro religione, ma ci accolgono a braccia aperte. Ci fanno lavare i piedi, bagnare le dita nel colore e farci il pallino sulla fronte, ci fanno mettere un fiore sulla testa, gli uomini si devono togliere la maglietta. Dentro ci accompagnano nei loro rituali spiegando quello che dobbiamo fare, un tipo mi corregge perch\u00e8 tengo le mani incrociate e in basso, e non giunte all&#8217;altezza naso osservando ci\u00f2 che loro pregano, un bambino mi blocca che sto per passare dentro il confine del sasso. \u00c8 stata un&#8217;esperienza anche questa, mi porto dietro la stranezza di quei gesti che non capiamo, ma anche la loro tenerezza nel volerceli spiegare e soprattutto la loro accoglienza, accoglienza che ho sentito, sento e sentir\u00f2 nella pelle ,in ogni momento di permanenza indiana, e anche nel ritorno in Italia, dove l\u2019ospite dopo 3 giorni puzza.<br \/>\nChe bello che \u00e8 il mondo nelle sue differenze!<br \/>\nComunque non \u00e8 tutto oro quello che luccica. Per esempio, la notte verso le 2.00, \u00a0scappo dalla mia camera perch\u00e8 c&#8217;\u00e8 un ragno grande come la mia faccia. Ed \u00e8 solo \u00a0il quarto giorno.<\/p>\n<p>I bambini in missione vivono in una casa separata dalle bambine. Si conoscono ma non giocano insieme.<br \/>\nA scuola sono divisi, classi maschili o femminili. E mentre sono con loro, \u00a0il ricordo vola veloce ad acchiappino e a lupo menta, tutti insieme, a ricreazione, nel giardino della mia scuola elementare Gioacchino Rossini.<br \/>\nSono profondamente in disaccordo con questo sistema, gi\u00e0 \u00e8 difficile riuscire a relazionarsi e soprattutto a capirsi con una persona dell&#8217;altro sesso, figuriamoci se inizi ad interfacciarsi con lui\/lei nel periodo dell&#8217;universit\u00e0 o del lavoro!<br \/>\nCi hanno detto che qua vi \u00e8 un&#8217;alta percentuale di divorzi, ma che non capita praticamente mai alle coppie scelte dai genitori. Di fatto non sono obbligati a sposarsi se non si piacciono, ma il genitore prova a trovare la persona giusta per sua figlia\/o e se ne prende la completa responsabilit\u00e0 se le cose vanno male. Dice invece che la percentuale di separazioni cresce esponenzialmente in coppie che si sono scelte.<\/p>\n<p>Conosciamo le storie di tutti i bambini. Alcune fanno accapponare la pelle, altre sono &#8220;solo&#8221; storie di povert\u00e0. Eppure tutti girano vestiti da principi e principesse; Anche per la strada, nella stragrande maggioranza dei casi, noto questo: un&#8217;incredibile dignit\u00e0 che regna sovrana, e mai per \u00a0apparenza.<br \/>\nI bambini ti chiamano Anthy. Se ti trovano la borsa aperta, invece di curiosare, come farebbero i nostri, te la richiudono. Ti vengono a sistemare la maglia se fa intravedere una spalllina del reggiseno .<br \/>\nUna bambina chiede un elastico per capelli ad una di noi e, dopo due secondi, scende con i suoi orecchini in mano come regalo.<br \/>\nUn giorno, entrando nel salone, i bambini corrono verso di noi. Per arrivare prima, un bambino sgomita l&#8217;altro, facendolo battere accidentalmente contro il muricciolo di marmo. Lui si mette la mano alla bocca, se ne va con le lacrime in silenzio. Lo rincorriamo e mettiamo il ghiaccio. E non un urlo. E non un dito puntato.<br \/>\nOra sanno giocare a &#8220;un due tre stella&#8221; e a &#8220;bandierina&#8221;.<br \/>\nQuando la mattina \u00a0incrocio qualcuno di loro, dico &#8220;un due tre stella&#8221; e loro si bloccano all&#8217;istante .<br \/>\nE poi ti abbracciano, ti abbracciano tanto.<\/p>\n<p>Successivamente, veniamo ospitati per tre giorni in un altro paese, da alcuni parenti di una missionaria. Tre giorni di cenoni di Natale. C&#8217;\u00e8 solo da sentirsi in imbarazzo e da dire grazie, in continuazione. Loro mangiano dopo, prima veniamo noi. Dopo capiremo che per la tradizione indiana, ogni volta che viene un ospite, fanno conto di avere in casa Dio. Quanto \u00e8 lontano da noi tutto questo!<br \/>\nLa mamma della bambina, mi dice che sua figlia le ha detto che sono come la sua Barbie. Io rido.<br \/>\nMi sono stati tolti dei dolori di pancia disegnandomi un pallino rosso su una mano e massaggiandomi tra il pollice e l&#8217;indice. Mi sono passati. Quanto \u00e8 davvero lontano da noi tutto questo!<\/p>\n<p>Chiaramente anche qua ci sono i furbetti, non la mafia organizzata ci viene spiegato! Ma per esempio, quando siamo andati a fare un giro al parco, viene chiesto alla missionaria se i \u201cbianchi\u201d salgono sugli elefanti, ma lei indiana, prontamente risponde: &#8220;si, ma pago io che sono povera, quindi o mi fate la met\u00e0 o ce ne andiamo!&#8221;<br \/>\nE comunque qua gli elefanti, li abbiamo visti anche in libert\u00e1, come quando si incrociano i gatti da noi.<\/p>\n<p>E poi guidano come dei pazzi, roba che una strada a due corsie, a diventarne a 4 ci mette un minuto, e ogni curva un rischio frontale.<br \/>\nE poi c&#8217;\u00e8 questa cosa che l&#8217;immondizia ognuno la brucia per conto suo, e naturalmente niente raccolta differenziata. E sono cos\u00ec tanti, e il pianeta uno solo. Ah gi\u00e0, che in Italia c&#8217;\u00e8 ancora chi non la fa.<\/p>\n<p>L&#8217;Europa ha i soldi e l&#8217;India i bambini. Viene chiesto: Chi \u00e8 pi\u00f9 ricco? Loro.<br \/>\nE oggi scopriamo che solo in Kerala ci sono 2000 istituti per bambini.<\/p>\n<p>Qui, quando salutano dicono &#8220;Namast\u00e8&#8221;, unendo i palmi delle mani con le dita rivolte verso l&#8217;alto e tenendole all&#8217;altezza del petto. Letteralmente significa &#8220;mi inchino alle qualit\u00e1 divine che sono in te&#8221;. Amo cos\u00ec tanto questo gesto e il suo senso. \u201cChiss\u00e0 se riuscir\u00f2 a vedere le qualit\u00e0 divine negli altri e in me stessa, cos\u00ec tanto come adesso, anche quando torner\u00f3 al &#8216;b\u00f3na&#8217; dei Lungarni \u201c, mi sono chiesta ogni giorno per 21 giorni.<\/p>\n<p>E poi conosciamo Raja. Non ha una laurea. Forse nemmeno un diploma, non so. Guidava l&#8217;ape. Faceva il taxista. Finch\u00e8 un giorno ha iniziato a portare a casa sua persone abbandonate in strada. Finch\u00e8 un giorno non c&#8217;entravano pi\u00f9. E allora ha costruito uno spazio pi\u00f9 grande. Sempre pi\u00f9 grande. Uno spazio pi\u00f9 grande che oggi ospita 600 EX rifiuti umani.<\/p>\n<p>Ci sono persone sdraiate in terra, ci sono persone a sedere, c&#8217;\u00e8 anche un defunto con una coperta bianca, ma che almeno qualcuno ha amato nella sua ultima parte della vita.<br \/>\nE no, non \u00e8 un film.<br \/>\nE poi viene messa la musica. E balliamo tutti insieme.<br \/>\nSul suo biglietto una scritta:<br \/>\n&#8220;My Nation My People<br \/>\nIts My Responsibility<br \/>\nPlease Come &amp;<br \/>\nJoin with Us We will make<br \/>\nA difference<br \/>\nIn their Lives&#8221;.<\/p>\n<p>Uscita da l\u00ec, sempre e solo una domanda che picchia nella testa:&#8221;cosa possiamo fare noi?&#8221;<br \/>\nIo non lo so.<br \/>\nMa la prima cosa che ho pensato \u00e8 che dobbiamo parlare, dobbiamo raccontare quello che abbiamo visto qui, il dolore ma anche l&#8217;immensa catena di aiuti da parte di chi ha comunque poco e niente.<br \/>\nDobbiamo parlare.<br \/>\nE dobbiamo smettere di essere indifferenti.<br \/>\nA volte basta un sorriso.<\/p>\n<p>E poi, dopo decine di altri km percorsi, decine di altri volti incontrati e tra un battito di cuore e l\u2019altro, arriviamo al giorno dei saluti.<\/p>\n<p>&#8220;Anthy, l&#8217;ho fatto per te, ma non aprirlo ora, aprilo quando sei in camera. &#8221;<br \/>\nE in camera, quell\u2019enorme cuore rosso disegnato su un pezzo di carta, lo finisco da quanto lo guardo.<\/p>\n<p>E ancora lei:<br \/>\n&#8220;Really, never forget you!&#8221;<br \/>\n&#8220;Nemmeno io, Anagha, mai!&#8221;<\/p>\n<p>E poi i saluti veri. E piango, e piango che mi fanno \u00a0male gli occhi. E continuo a scusarmi. Inutilmente.<br \/>\nE tutti i bambini l\u00ec:<br \/>\n&#8220;Anthy, don&#8217;t cry, don&#8217;t cry, Anthy, the next year!!<\/p>\n<p>E noi sul pulmino. E le loro mani verso le nostre.<\/p>\n<p>Ventuno giorni. 21 giorni di India. 21 giorni di Kanjirapally, Kottayam, Kattapana, Kozhimala, Kuttikanam, Upputhara, Madurai, Thekkady, Tamil Nadu, Pattumala, Kumaly, Valakodu, Alappuzha, Mannanam, Bharananganam, Bangalore, Trivandrum, Veli, Beemapally, Kalache, Cochin.<\/p>\n<p>21 giorni di docce fredde che se vuoi l&#8217;acqua calda vai a prenderla fuori con un secchio. Di capelli asciugati con le pale che girano in camera. Di rotoli di carta igenica nello zaino, da noi tutti chiamata:&#8221;il mio tessoro&#8221;. Di amuchina. Di pioggia-umido-caldo-sole. Del pericolo ragni giganti. Di sciarpine. Di sari. Di magliette accollate. Di mai i tacchi che non mi capitava da quando avevo 15 anni. Di pallini in fronte.<br \/>\nDi chiese. Di templi. Di moschee. Di istituti. Di persone di strada. Di favelas. Di ospedali. Di mucche sui marciapiedi. Di scimmie ed elefanti tra gli alberi. Di clacson. Di sorpassi che nemmeno Schumacher nell&#8217;epoca d&#8217;oro. Di tsunami di 12 anni fa. Di riso. Di chicken. Di curry. Di peperoncino. Di ginger. Di kurkuma. Di chapati. Di cibi preparati per te. Di cocchi bevuti con la cannuccia in mezzo alla strada. Di mango. Di papaia. Di ananas. Di melograno. Di passion fruit. Di rambutan. Di jackfruits ma questo ci piace meno perch\u00e8 puzza di gorgonzola. Di dormire in una famiglia indiana &#8220;per vedere l&#8217;effetto che fa&#8221; . Di raccontarti in un&#8217;aula dell&#8217;universit\u00e0. Di capelli biondi toccati continuamente da ogni piccola mano, con stupore:&#8221; mia figlia \u00e8 venuta a dirmi che sei uguale alla sua Barbie!&#8221;. Di accoglienza. Di mani su mani. Di balli. Di canti. Di feste. Di bambini. Di giochi. Di risate. Di lacrime. Di abbracci. Di sorrisi. Di condivisioni. Di amicizie nuove che paiono essere vecchie tutta la vita. Di noi otto.<\/p>\n<p>Prima di partire, Suor Elisabetta, la nostra accompagnatrice, una delle migliori persone che abbia conosciuto nella vita, e le altre stupende suore, hanno regalato ad ognuno di noi, un pensiero. Io ho ricevuto due cigni che si baciano, con in mezzo un cuore con la scritta \u201cLOVE\u201d.<br \/>\nSono partita con un bagaglio pieno di vestiti e sono tornata con un bagaglio pieno di amore.<br \/>\nE con un solo timore e una sola preghiera: F\u00e0 che la routine non cancelli mai dal mio cuore e dalla mia testa, quelle sensazioni e quei volti di cui, per dirla come i Modena City Ramblers, &#8220;di tutti ho tenuto una faccia o un nome o qualche risata.&#8221;<\/p>\n<p>Sono tornata a casa da due mesi. E non c\u2019\u00e8 giorno che i miei occhi non si perdano in quel Love inciso su quel cuore, e non c\u2019\u00e8 giorno che la mia mente non voli a quell\u2019India, incisa sul mio di cuore.<\/p>\n<p>\u201cNessun luogo \u00e8 lontano\u201d,\u00a0 scriveva Richard Bach, io ora so cosa intendesse.<\/p>\n<p>Barbara Morandi<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle admin_label=&#8221;Toggle&#8221; title=&#8221;Il mio racconto&#8221; open=&#8221;off&#8221; open_toggle_background_color=&#8221;#f77bf5&#8243; use_border_color=&#8221;off&#8221; border_color=&#8221;#ffffff&#8221; border_style=&#8221;solid&#8221;]<\/p>\n<p>Da diverso tempo ormai sentivo quel desiderio impellente di superare i miei confini territoriali, di andare oltre ci\u00f2 che avevo gi\u00e0 conosciuto, di vedere con i miei occhi ci\u00f2 che ancora non avevo mai visto.<\/p>\n<p>Quel desiderio si maturava dentro me anno dopo anno fino a quando non potetti pi\u00f9 aspettare, dovevo farlo: dovevo partire!<\/p>\n<p>Non so spiegare il motivo di quel desiderio, non so dire da cosa ero mossa ma dovevo intraprendere a tutti costi quest\u2019esperienza\u2026 e solo dopo averla fatta forse ho capito il motivo per cui la desideravo cos\u00ec tanto.<\/p>\n<p>Sono partita, sono andata in un altro \u201cmondo\u201d e sono tornata diversa da prima. Perch\u00e9 quando sono entrata in contatto con questa realt\u00e0 cos\u00ec variegata, colorata e diversa; quando questa mi ha contagiata, mi ha lasciato quell\u2019impronta dentro la mia anima, ecco che non potevo tornare uguale a prima.<\/p>\n<p>Nel mio caso sono stata a Salvador Bahia, nella parte pi\u00f9 \u201crustica\u201d, pi\u00f9 povera, quella che stride in contrasto ai grandi palazzi che le fanno da sfondo, quella che urla di pi\u00f9 ma viene meno ascoltata, quella parte fatta di bambini misti a polvere, donne miste a solitudine e uomini misti a fango. \u00a0Quella parte dove nessuno \u00e8 da solo anche se tutti hanno niente, dove due travi sono una casa in cui essere accolto, dove comunit\u00e0 \u00e8 una parola che viene sussurrata da bocca in bocca.<\/p>\n<p>La bellezza e la grandezza delle persone incontrate sono tali da essere compagne della mia quotidianit\u00e0 come tesoro prezioso di cui sento la nostalgia, continuamente, come se fossero una coperta calda con cui ancora oggi scaldarmi.<\/p>\n<p>Un pezzo della mia vita cos\u00ec forte che sono dovuta andare a rivisitarlo, con la mia famiglia. Una seconda occasione in cui \u00e8 stato prezioso fare vita quotidiana con loro, come se anche quella fosse casa nostra, anzi anche se ci siamo stati solo 2 volte e per pochi giorni, la consideriamo tale: una seconda casa dove poter andare soprattutto quando il cuore ha bisogno di riposo dai \u201cgrigiumi\u201d che spesso ci circondano, quando ha bisogno di essere nuovamente riempito di quel qualcosa di indefinibile che solo l\u00e0 posso trovare.<\/p>\n<p>Michela Rossi<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[\/et_pb_toggle][et_pb_toggle admin_label=&#8221;Toggle&#8221;] [\/et_pb_toggle][et_pb_text admin_label=&#8221;Testo&#8221; background_layout=&#8221;light&#8221; text_orientation=&#8221;left&#8221; use_border_color=&#8221;off&#8221; border_color=&#8221;#ffffff&#8221; border_style=&#8221;solid&#8221;]<\/p>\n<p>Video racconto realizzato da Alessandra Magi, laica fidei donum e don Paolo Sbolci, scerdote fidei donum, entrambi missionari a Salvador Bahia &#8211; Brasile<\/p>\n<p>[\/et_pb_text][et_pb_video admin_label=&#8221;Video&#8221; src=&#8221;https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=d7aS46X5QmA&amp;feature=youtu.be&#8221;] [\/et_pb_video][et_pb_toggle admin_label=&#8221;Toggle&#8221; title=&#8221;racconto di fra Manolo in Guatemala&#8221; open=&#8221;off&#8221; use_border_color=&#8221;off&#8221; border_color=&#8221;#ffffff&#8221; border_style=&#8221;solid&#8221;]<\/p>\n<p>Innanzitutto mi presento. Sono un frate domenicano appartenente alla Provincia Romana di Santa Caterina da Siena, presbitero dal 10 settembre 2011, vicario parrocchiale presso la parrocchia di Santa Maria Novella in Firenze. Vi racconto la mia esperienza missionaria in Guatemala, fatta al tempo in cui ero diacono. Sono partito il 15 aprile 2011, il venerd\u00ec precedente la domenica delle Palme, dall\u2019aeroporto di Milano e, dopo due scali, uno a Madrid e uno a Miami (Florida), sono giunto all\u2019aeroporto di Citt\u00e0 del Guatemala, la capitale, dove padre Ottavio O.P. mi ha fraternamente accolto. Dopo un pranzo dalle suore domenicane missionarie di San Sisto, siamo saliti sul suo pick-up, e ci siamo messi in viaggio per raggiungere la cittadina di Dolores, nel Pet\u00e9n, sede della missione, distante circa 400 Km da Citt\u00e0 del Guatemala. La strada era a due corsie, percorsa da enormi autocarri e per lunghi tratti interessata dai lavori di ampliamento. Giunto nella casa missionaria di Dolores, ormai buio, sono stato accolto da padre Alberto O.P. e da quattro missionari laici che hanno deciso di spendere il proprio tempo e il proprio denaro a favore dei poveri e dei bisognosi: Franco, Rita, Paolo e Lilli. I miei primi giorni in Guatemala sono stati piuttosto duri. Ci sono voluti almeno quattro giorni per abituarmi al fuso orario locale (ben otto ore di differenza rispetto all\u2019Italia). Mi alzavo presto al mattino, seguivo tutto il giorno i padri nelle aldeas (= villaggi), viaggiavo diverse ore in pick-up su strade non asfaltate e spesso dissestate, vedevo intorno a me tanta povert\u00e0 e tanto analfabetismo, cercavo di proteggermi dai morsi di zanzara e altri insetti molesti, pranzavo con il cibo locale che mi veniva offerto su scodelle di plastica e senza posate, e di sera, dopo il rientro, ero talmente stanco che andavo subito a dormire senza cenare e senza lavarmi. Ogni volta che mettevamo piede in una aldea, venivamo circondati da tanti bambini curiosi e affettuosi che si facevano fotografare volentieri e poi si avvicinavano per vedere la fotografia riprodotta sul display della fotocamera digitale.<\/p>\n<p>Nell\u2019aldea di Los Olivos, la prima che ho visitato, abbiamo regalato loro caramelle e biglie: i bambini si sono accalcati l\u2019un l\u2019altro intorno a noi allungando le mani per riuscire ad averne qualcuna. Mentre i padri confessavano e presiedevano le celebrazioni, io svolgevo il mio ministero diaconale, affiancando sempre uno di loro, proclamando il vangelo in lingua spagnola e servendo la santa Messa. In due occasioni ho anche battezzato diversi bambini: durante la veglia pasquale nella chiesa parrocchiale di Nuestra Se\u00f1ora de los Dolores e nell\u2019aldea di San Marcos. Le chiese erano in genere piccole, con il pavimento in cemento, ma in alcuni casi in terra battuta, dotate di semplici panche di legno e coperte da un tetto in lamiera; l\u2019altare era un semplice tavolo di legno. Il pranzo ci veniva offerto dagli abitanti del villaggio: una scodella di riso e fagioli neri o di riso e pollame, e tortillas di mais. Ovviamente l\u2019igiene lasciava un po\u2019 a desiderare, ma io ho mangiato sempre tutto quello che mi veniva offerto, con le mani perch\u00e9 nelle aldeas le posate sono un lusso riservato a pochi, lasciando che fosse lo spirito di solidariet\u00e0 a prevalere. Per evitare infezioni ho prudentemente evitato di bere la loro acqua: bevevo solo l\u2019acqua in bottiglia che portavo con me nello zaino. Le abitazioni erano poverissime: un\u2019unica sala delimitata da tavole di legno, con pavimento in terra battuta e tetto in foglie di palma di guano, un tipo di palma ad alto e sottile fusto, o in lamiera. Per cucinare utilizzavano un robusto tavolo di legno, sul quale era posto uno strato di cemento, dove su dei sostegni, al di sotto dei quali ardeva la legna, venivano appoggiate le pentole. Per dormire si servivano di letti di legno (senza materasso) e di am\u00e0che. Gli animali erano allo stato brado: a parte le mandrie di bovini che in genere stavano nei recinti, era la norma incrociare per strada polli, galline, pulcini, tacchini, maiali, cavalli, mucche, cani. Spesso ho visto gente fare il bagno nel fiume, in genere vestita o comunque con alcuni indumenti addosso, o lavarsi a pezzi nelle fontane o nei ruscelli.<\/p>\n<p>La mia prima settimana in Guatemala, dunque, \u00e8 trascorsa celebrando i riti della Settimana Santa, del Triduo Pasquale e di Pasqua nella chiesa di Nuestra Se\u00f1ora de los Doleres e nelle aldeas. Insieme ai tre padri domenicani, alle due coppie di laici e a due accoliti guatemaltechi, dopo un lunghissimo viaggio in pulmino che ha incluso l\u2019attraversamento di un fiume su di una grande chiatta, ho partecipato alla santa Messa del Crisma presieduta da mons. Mario Bernardo Fiandri, vicario apostolico del Pet\u00e9n. Durante la seconda settimana, ho avuto l\u2019opportunit\u00e0 di fare tre gite: due escursioni nei siti archeologici di Ixc\u00fan e Tikal, ricchi di stele, acropoli, templi, piazze e strade dell\u2019antica civilt\u00e0 maya, e una visita alla cittadina di Flores, sul lago Pet\u00e9n Itz\u00e1. Ho conosciuto le suore domenicane missionarie di San Sisto a Santa Elena, il cui convento ospita un orfanotrofio femminile, e quelle di Popt\u00fan. Un giorno ho aiutato i missionari a confezionare e a spostare quasi duecento sacchi, pesanti diversi chili, pieni di indumenti e di scarpe da distribuire ai catechisti, che a loro volta li avrebbero distribuiti alle persone bisognose dei loro villaggi. Ho visitato il centro infantile e nutrizionale di Dolores, dove le suore vincenziane si prendono cura dei bambini malati e denutriti del territorio. Il 3 maggio 2011 sono rientrato a Bologna, nel convento patriarcale di San Domenico, dove ho compiuto gli studi teologici, dopo aver viaggiato su un pick-up, quattro aerei, due treni e un autobus. Al termine di questa esperienza missionaria devo ringraziare di cuore il mio priore provinciale, padre Daniele O.P., che mi ha inviato in Guatemala. Se non mi avesse detto \u201cTi mando in Guatemala\u201d, probabilmente non ci sarei mai andato di mia iniziativa. Questa missione, a pochi mesi di distanza dall\u2019ordinazione presbiterale, ha contribuito alla mia formazione umana e sacerdotale. Ringrazio i padri Ottavio O.P. e Giorgio O.P., in missione permanente nel Pet\u00e9n, che mi hanno fraternamente accolto e guidato. Ringrazio inoltre padre Alberto O.P., Franco, Rita, Paolo e Lilli, con i quali ho vissuto nella casa missionaria e condiviso mensa e attivit\u00e0 non solo impegnative e stancanti ma anche ricreative. Auguro a tutti di fare almeno una volta nella propria vita un\u2019esperienza missionaria di collaborazione e di solidariet\u00e0 con i poveri.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Fra Manolo M. Puppini O.P.<\/p>\n<p>c\/o Convento di Santa Maria Novella<\/p>\n<p>Piazza di Santa Maria Novella 18<\/p>\n<p>50123 FIRENZE (FI)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[\/et_pb_toggle][\/et_pb_column][\/et_pb_row][\/et_pb_section]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I racconti dei partecipanti al concorso letterario indetto dal Centro Missionario<\/p>\n","protected":false},"author":3,"featured_media":28120,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_et_pb_use_builder":"on","_et_pb_old_content":"<p>Il Centro Missionario Diocesano aveva indetto un concorso letterarario, dove invitava a inviare dei racconti di missione.<\/p><p>Durante la festa missionaria \u00e8 avvenuta la premiazione dove \u00e8 stato scelto come migliore racconto quello di Andrea Cuminatto, che per questo ha vinto un WEEKEND a Trento presso la comunit\u00e0 dei missionari Comboniani.<\/p><p>Questi i racconti che ci sono arrivati<\/p><p>\u00a0<\/p>","_et_gb_content_width":"","footnotes":""},"categories":[132],"tags":[],"class_list":["post-28115","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-evento","et-has-post-format-content","et_post_format-et-post-format-standard"],"cc_featured_image_caption":{"caption_text":"","source_text":"","source_url":""},"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v15.8 - 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