PARTENZA

“Viaggiando s’impara” si intitolava il ventitreesimo corso di formazione alla mondialità e alla missionarietà promosso dal Centro Missionario di Firenze, terminato ad Aprile. Sul volantino si leggeva che il corso mirava a formare e informare i partecipanti sui problemi delle relazioni Nord-Sud del mondo, e a promuovere l’attenzione alla missionarietà intesa come rispetto delle culture. Al termine del corso vi era la possibilità di partecipare facoltativamente ad un viaggio di conoscenza in un paese del Sud del mondo, si poteva leggere sempre sul volantino. Quest’anno vi era la scelta tra Albania, Lampedusa e India. Il viaggio in India si svolgerà principalmente in Kerala, Tamil Nadu, Karnataka e Andra Pradesh. Per conoscere la vita sulle strade e lungo la riva del fiume e del mare, i mezzi di trasporto, gli orfanotrofi, le scuole, le popolazioni primitive, la quotidianità in una Missione dove anche i partecipanti al corso vivranno.
Io al corso mi sono iscritta. E l’ho frequentato.
E tra poco andrò a Bologna. E all’alba di domattina, insieme ad altre 7 persone, salirò sull’aereo che mi porterà in India per tre settimane.
Ho capito che non mi basta, ho una fame di conoscenza del mondo che non resisto…voglio vedere, voglio sapere, voglio sentire.

PRIMO GIORNO

Il viaggio è stato interminabile. Quando siamo arrivati a Kochi, non riesco a capire nè che giorno sia, nè se fuori ci sia il sole o la luna. So solo che alle 3.30 del 30 Luglio siamo all’aeroporto di Bologna direzione Monaco, e il 31 Luglio alle 2.00 in quello di Bombay, aspettando il terzo aereo delle 5.30. Arrivati a Kochi aspettiamo quasi altre due ore perchè a due di noi non arrivano le valige. Io non riesco a stare con gli occhi aperti. Con gli avambracci sulle cosce, faccio fatica a reggermi la testa, sono certa di perderla, con le palpebre che alternano colpi di sonno ad una scarsissima lucidità. All’aeroporto ci sono un’infinità di persone. I bambini mi osservavano curiosi, alcuni mi indicano, capisco che i capelli biondi siano il “trova l’intruso” in mezzo a tutti loro. Una bambina vestita da principessa mi chiede di fare un selfie. E poi di nuovo in viaggio. In pulmino per altre 3 ore. Dormiamo e basta. Quando mi sveglio sono certa che quando Dio ha creato il giardino dell’Eden, pensava all’India. Forse noi, tutto quel verde, lo utilizzeremmo per cercarci i pokemon! Al nostro arrivo, ci sono bambini di ogni età che ci aspettano in due file parallele. Scendiamo. Ci vengono incontro per metterci una collana di gelsomini al collo, e più ridono e più ci salutano e più io la stanchezza non la sento più. Una bambina viene da me a dirmi “you are beautiful” e non sicura che avessi capito, me lo viene a dire un’altra volta. “Tu sei bellissima” è l’unica cosa che so risponderle. È la verità. Hanno tutti degli occhi giganti come quelli dei cartoni animati, con quegli occhi lì, per forza di cose, possono vedere più profondamente degli altri esseri umani, penso. Non c’è il tempo di aprire il portabagagli che le valige sono già scaricate e portate in camera da loro, e in un attimo non c’è più niente da fare se non entrare. Poi un pranzo solo per noi. Alla messa diciamo una parola tutti noi italiani, e forse per la stanchezza e molto probabilmente per qualcosa di molto più grande, chi più chi meno, ci commoviamo tutti. Dopo le bambine ci fanno visitare le loro camere e sono così felici nel farlo, che a me pare di vedere il castello delle favole. Ci fanno fanno vedere anche la stanza dei compiti, si svegliano tutte le mattine alle 5.30 per studiare un’ora in più prima di andare a scuola. Poi, con il brillantino in mezzo alla fronte da loro regalatoci, ce ne andiamo a cena. Sono tutti lì. I bambini mangiano con noi, e si alternano a piccoli gruppi, a cantare o ballare per darci il benvenuto, alla fine diventa quasi una sfida maschi/femmine, chiaramente solo col sorriso sulla faccia. E noi lì nel mezzo, siamo i giudici di X Factor. Applaudiamo, ridiamo, i bambini ci chiedono di fare selfie che poi chiaramente vogliono vedere. Non ho mai visto così tanti bambini e rispetto ed educazione nella stessa stanza, forse in Australia, di sicuro non in Italia. Quando vedo la loro contentezza davanti alle nostre caramelle, penso subito che dovremmo fare un video da fare vedere ai bambini italiani si, ma anche agli adulti, ma anche a me. Alla fine della cena, 70 bambini dai 3 ai 15 anni (circa), vengono tutti a darci la buonanotte, ad uno ad uno, a volte in coppia, ci abbracciano e ci sorridono. Io ora sono a letto che non riesco a dormire.
Ed è il primo giorno.

SECONDO GIORNO

Oggi giochiamo con le bambine prima che vadano a scuola. Facciamo il girotondo in italiano, ma capiscono benissimo quando devono andare giù per terra. Ridono. Due bambini maschi vedendoci, vengono a girare con noi, tutti inizialmente si imbarazzano all’idea di prendersi la mano, ma la voglia di giocare vince.
Non vogliono smettere più. E io ho bisogno di un’altra doccia.

Andiamo poi a visitare un’azienda agricola e a vedere le piante di caucciù e la loro coltivazione. Ma lo sapevate che quando la futura gomma esce dalla pianta è bianca come il latte di cocco?! Potrei quasi scommettere che il primo coltivatore, la “gomma” se l’è anche bevuta!

E ci sono anche i falegnami che piallano il legno con un fazzoletto davanti alla bocca.

E poi è il momento della Lourdebhavan Trust.
Succede che circa 20 anni fa, un uomo originario del Kerala, con i soli studi elementari, con moglie e due figli, decida di aprire la sua casa, unico bene in suo possesso, a chi dorme in strada. Molti matti, altri no. Adesso vengono qui da tutta l’India. Attualmente sono circa 90. Siamo entrati, sono arrivati tutti a darci la mano. Ci siamo presentati. Visitiamo la casa. Quando apro il pacchetto di caramelle, le loro mani sono tutte tese davanti a me, come se regalassi banconote da 500,00 euro in Italia, e forte è il mio senso di inadeguatezza e vergogna nei loro confronti per la parte del mondo da cui provengo e che niente sa.
Viene detto un Padre Nostro. In India pregano tutti, pregano tanto, non importa che tu sia cattolico induista o mussulmano, pregano anche insieme. Siamo tutti in cerchio per mano ed è qualcosa che non riuscirò mai a spiegare. Quando arriva il momento di andare via, andiamo a salutarli uno per uno. Loro ti vengono incontro con le mani giunte, e te con le tue abbracci le loro, e poi loro fanno la stessa cosa con le tue. A metà iniziano a cascarmi le lacrime e non le so frenare, loro, gli ultimi degli ultimi, ti sorridono. Tu non parli la loro lingua, loro non sanno nè la tua nè l’inglese, ma capiscono tutto. E quell’amore infinito, in ogni sguardo scambiato e in quel gesto con le mani, io non lo scorderó mai nella vita.
Prendo le mani di Jose e gli dico grazie.
Questi della foto sono loro, quando corrono tutti alla porta di uscita per salutarci, un secondo prima di questa foto, sono tutti con le mani alzate che dicono “ciao”.
Qualora vi venisse in mente di fare un’offerta alla Lourdebhavan Trust, fatelo, sono soldi in buone mani. Per rimanere in tema.
È il secondo giorno.

QUARTO GIORNO

Oggi giochiamo con le bambine prima che vadano a scuola. Facciamo il girotondo in italiano, ma capiscono benissimo quando devono andare giù per terra. Ridono. Due bambini maschi vedendoci, vengono a girare con noi, tutti inizialmente si imbarazzano all’idea di prendersi la mano, ma la voglia di giocare vince.
Non vogliono smettere più. E io ho bisogno di un’altra doccia.

Andiamo poi a visitare un’azienda agricola e a vedere le piante di caucciù e la loro coltivazione. Ma lo sapevate che quando la futura gomma esce dalla pianta è bianca come il latte di cocco?! Potrei quasi scommettere che il primo coltivatore, la “gomma” se l’è anche bevuta!

E ci sono anche i falegnami che piallano il legno con un fazzoletto davanti alla bocca.

E poi è il momento della Lourdebhavan Trust.
Succede che circa 20 anni fa, un uomo originario del Kerala, con i soli studi elementari, con moglie e due figli, decida di aprire la sua casa, unico bene in suo possesso, a chi dorme in strada. Molti matti, altri no. Adesso vengono qui da tutta l’India. Attualmente sono circa 90. Siamo entrati, sono arrivati tutti a darci la mano. Ci siamo presentati. Visitiamo la casa. Quando apro il pacchetto di caramelle, le loro mani sono tutte tese davanti a me, come se regalassi banconote da 500,00 euro in Italia, e forte è il mio senso di inadeguatezza e vergogna nei loro confronti per la parte del mondo da cui provengo e che niente sa.
Viene detto un Padre Nostro. In India pregano tutti, pregano tanto, non importa che tu sia cattolico induista o mussulmano, pregano anche insieme. Siamo tutti in cerchio per mano ed è qualcosa che non riuscirò mai a spiegare. Quando arriva il momento di andare via, andiamo a salutarli uno per uno. Loro ti vengono incontro con le mani giunte, e te con le tue abbracci le loro, e poi loro fanno la stessa cosa con le tue. A metà iniziano a cascarmi le lacrime e non le so frenare, loro, gli ultimi degli ultimi, ti sorridono. Tu non parli la loro lingua, loro non sanno nè la tua nè l’inglese, ma capiscono tutto. E quell’amore infinito, in ogni sguardo scambiato e in quel gesto con le mani, io non lo scorderó mai nella vita.
Prendo le mani di Jose e gli dico grazie.
Questi della foto sono loro, quando corrono tutti alla porta di uscita per salutarci, un secondo prima di questa foto, sono tutti con le mani alzate che dicono “ciao”.
Qualora vi venisse in mente di fare un’offerta alla Lourdebhavan Trust, fatelo, sono soldi in buone mani. Per rimanere in tema.
È il secondo giorno.

OTTAVO GIORNO

I bambini qua in missione vivono in una casa separata dalle bambine. Si conoscono ma non giocano insieme.
A scuola sono divisi, classi maschili o femminili. E il ricordo vola veloce ad acchiappino e a lupo menta, tutti insieme, a ricreazione, nel giardino della mia scuola elementare Gioacchino Rossini.
Sono profondamente in disaccordo con questo sistema, già è difficile riuscire a relazionarsi e soprattutto a capirsi con una persona dell’altro sesso, figuriamoci se inizi ad interfacciarsi con lui/lei nel periodo dell’università o del lavoro!
Ci hanno detto che qua vi è un’alta percentuale di divorzi, ma che non capita praticamente mai alle coppie scelte dai genitori. Di fatto non sono obbligati a sposarsi se non si piacciono, ma il genitore prova a trovare la persona giusta per sua figlia/o e se ne prende la completa responsabilità se le cose vanno male. Dice invece che la percentuale di separazioni cresce esponenzialmente in coppie che si sono scelte. Paradossalmente riesco a capire…la possibilità di scelta può essere un ergastolo a Guantanamo, se non sai gestirla!
Conosciamo le storie di tutti i bambini. Alcune fanno accapponare la pelle, altre sono “solo” storie di povertà. Eppure tutti girano vestiti da principi e principesse; Anche per la strada, nella stragrande maggioranza dei casi, fino ad adesso, noto questo: un’incredibile dignità che regna sovrana, e mai un cenno di apparenza.
I bambini ti chiamano Anthy. Se ti trovano la borsa aperta, invece di curiosare, come farebbero i nostri, te la richiudono. Ti vengono a sistemare la maglia se fa intravedere una spalllina del reggiseno .
Una bambina chiede un elastico per capelli ad una di noi e, dopo due secondi, scende con i suoi orecchini in mano come regalo.
Ieri, entrando nel salone, i bambini corrono verso di noi. Per arrivare prima, un bambino sgomita l’altro, facendolo battere accidentalmente contro il muricciolo di marmo. Lui si mette la mano alla bocca, se ne va con le lacrime in silenzio. Lo rincorriamo e mettiamo il ghiaccio. E non un urlo. E non un dito puntato.
Ora sanno giocare a “un due tre stella” e a “bandierina”.
Quando stamani nel corridoio, incrocio due di loro, dico “un due tre stella” e loro si bloccano all’istante 😀.
E poi ti abbracciano, ti abbracciano tanto.

Veniamo ospitati per tre giorni in un altro paese, da alcuni parenti di una missionaria. Tre giorni di cenoni di Natale. C’è solo da sentirsi in imbarazzo e da dire grazie, in continuazione. Loro mangiano dopo, prima veniamo noi. Dopo capiremo che per la tradizione indiana, ogni volta che viene un ospite, fanno conto di avere in casa Dio. Quanto è lontano da noi tutto questo!
La mamma della bambina, mi dice che sua figlia le ha detto che sono come la sua Barbie. Io rido.

Mi sono stati tolti i dolori mestruali disegnandomi un pallino rosso su una mano e massaggiandomi tra il pollice e l’indice. Mi sono passati.

Chiaramente anche qua ci sono i furbetti, non la mafia organizzata ci viene spiegato! Ma per esempio, quando siamo andati a fare un giro al parco, viene chiesto alla missionaria se i bianchi salgono sugli elefanti, ma lei indiana, prontamente risponde: “si, ma pago io che sono povera, quindi o mi fate la metà o ce ne andiamo!”
E comunque qua gli elefanti, li abbiamo visti anche in libertá, come quando si incrociano i gatti da noi.

E poi guidano come dei pazzi, roba che una strada a due corsie, a diventarne a 4 ci mette un minuto, e ogni curva un rischio frontale.
E poi c’è questa cosa che l’immondizia ognuno la brucia per conto suo, e naturalmente niente raccolta differenziata. E sono così tanti, e il pianeta uno solo. Ah già, che in Italia c’è ancora chi non la fa.

L’Europa ha i soldi e l’India i bambini. Viene chiesto: Chi è più ricco? Loro.
E oggi scopriamo che solo in Kerala ci sono 2000 istituti per bambini.

Qui, quando salutano dicono “Namastè”, unendo i palmi delle mani con le dita rivolte verso l’alto e tenendole all’altezza del petto. Letteralmente significa “mi inchino alle qualitá divine che sono in te”. Amo così tanto questo gesto e il suo senso. Chissà se riuscirò a vedere le qualità divine negli altri e in me stessa, così tanto come adesso, anche quando torneró al ‘bóna’ dei Lungarni.

Oggi siamo stati ad Alappuzha.
Oggi è una settimana e un giorno.