Cammino Formativo

L’animazione missionaria

Vocazione e responsabilità del CMD

Francesco Grasselli

Laico

Criteri di lettura e di discernimento di Francesco Grasselli sull’esperienza dei Centri Missionari Diocesani, nell’ambito dell’incontro formativo di Missio Toscana che ha avuto come tema “l’Animazione Missionaria”.

Premesse

Mi avete dato un compito molto più difficile di quello che mi fu assegnato nel precedente incontro: perché allora dovevo dire qualche cosa sulla spiritualità missionaria, che è un tema in qualche modo universale; adesso invece sono chiamato – mi pare – a dare criteri di lettura e di discernimento della vostra esperienza di Centri Missionari Diocesani. Non conoscendo, se non molto genericamente, il vostro vissuto, posso individuare solo dei possibili criteri… “Possibili criteri di lettura e discernimento del vissuto dei Centri Missionari Diocesani della Toscana e dell’Emilia Romagna” sarà, quindi, il tema di questa chiacchierata.

Con la nostra mentalità, che è allo stesso tempo greco-illuministica e tecnico-pragmatica, le prime domande che ci vengono in testa sono:

  • che cos’è un CMD?
  • che cosa deve fare un CMD?

Mi sembra che tutte e due le domande ci portino su strade senza via d’uscita.

“La prima domanda verte su un concetto oggi molto esaltato: quello di identità.”

Tutti sono in cerca della propria identità: l’uomo, la donna, il cristiano, il prete, il laico, la religiosa, il missionario, il vescovo, perfino… il papa! La parola è entrata anche nel linguaggio della Chiesa per merito (!), se non vado errato, di un noto movimento cattolico. Ma non appartiene alla tradizione cristiana. Tutta questa insistenza sull’identità, infatti, deriva da una condizione particolare del nostro tempo: siamo insicuri, perché attorno a noi tutto si muove velocemente, la tradizione si è interrotta e abbiamo pochi punti di riferimento. La “dilatazione dello spazio” e la “concentrazione del tempo” ci fa sentire come fuscelli mossi qua e là da un vento furioso. Ecco allora, il bisogno di aggrapparci all’identità, come quei triestini che sotto l’incalzare della bora si aggrappano al primo palo della luce.
Subire questo bisogno di identità significa privilegiare il passato rispetto al futuro, i rapporti già stabiliti rispetto a quelli che si vengono profilando; significa, soprattutto, irrigidirsi contro tutto ciò che può cambiarci o può cambiare l’immagine che abbiamo di noi stessi. Affermazione di identità e invito alla conversione permanente entrano spesso in conflitto tra loro.

Identità non è proprio uguale a chiusura o a contrapposizione, ma può spingere verso questi atteggiamenti di ostilità verso l’altro. Non mi pare un concetto “missionario”, perché non comporta quella “propensione al futuro di Dio” di cui parlavamo nel precedente incontro.

Sostituirei il termine identità, con un altro che è invece proprio della tradizione cristiana, è biblico e teologicamente fondato: il termine vocazione. La domanda – sul Centro Missionario Diocesano – in questo caso diventa: a che cosa è chiamato? Qui l’attenzione si sposta, anzitutto, a Colui che chiama: l’iniziativa è sua. Il CMD è una risposta. Inoltre, l’attenzione si sposta sul futuro. Dire: a che cosa è chiamato? significa individuare una meta e il cammino che vi conduce, con i suoi obiettivi. Passato e presente non sono dimenticati, ma diventano punti di partenza o zaini per la strada da fare. In terzo luogo, la domanda si specifica per ogni CMD: non a che cosa è chiamato genericamente il CMD, ma a che cosa è chiamato qui e adesso questo “nostro” CMD!

Così il CMD diventa, prima di tutto, uno slancio di obbedienza a Dio! Caratteristica ancora genericissima, ma che lo pone su un livello alto: il livello della fede: il CMD è un centro di spiritualità. Abbiamo parlato la volta scorsa della spiritualità missionaria. Il CMD è prima di tutto il Centro di questa spiritualità. Questo avrà delle conseguenze.

Anche la seconda domanda, ipotizzata dalla nostra mentalità tecnico-pratica: che cosa deve fare un CMD? risulta, dicevamo, mal posta. Non perché nel Centro non si debbano fare cose, prendere iniziative, promuovere attività o campagne…, ma perché cose, iniziative, attività, campagne… devono scaturire dall’essere e l’essere dal rispondere, cioè dalla vocazione che momento per momento viene accolta e seguita. La domanda giusta, quindi, è: che responsabilità è data qui e adesso al nostro Centro? Responsabilità proprio nel senso etimologico, di risposta o risposte da dare. Essa è conferita da chi chiama ed è rivolta verso coloro per i quali si è chiamati. Il “che cosa deve fare un CMD” dipende da Dio che puntualmente lo chiama e da coloro per i quali Dio lo chiama. Il CMD come centro di responsabilità. Un’altra caratteristica ancora genericissima, ma che avrà delle conseguenze.

1° punto: COLUI CHE CI CHIAMA

Diranno alcuni dei presenti, i preti e i laici delle diocesi: è il nostro Vescovo che ci ha chiamato nel CMD. Diranno altri, religiosi e religiose, membri di Istituti missionari o di Società apostoliche: è il mio Superiore, la mia Superiora che mi manda. E altri ancora: è la nostra gente (del Mozambico, del Perù, del Bangladesh, ecc.) che ci manda nel Centro… Ma è necessario che tutti insieme dicano: è il Signore che ci chiama, con la forza del suo Spirito. Colui che chiama è unico. Le mediazioni della chiamata sono importanti e segnano, in qualche misura, la presenza e la risposta di ciascuno. Ma al di sopra di tutto c’è la chiamata dell’unico Signore. Questo fa sì che il Centro sia una realtà profondamente unitaria. Nessuno è associato, esterno, secondario… E nessuno dirà, una volta costituiti in Centro: io rappresento il vescovo, la diocesi; io rappresento i comboniani o il Pime; io rappresento gli africani, io i latinoamericani, io i cinesi… Il Centro è un soggetto unitario, anche se non amorfo. I Saveriani vi apporteranno una loro nota specifica, e così i diocesani, e così i preti in quanto preti e i laici in quanto laici. Il CMD sarà un centro di spiritualità sinfonica, ma

“è un soggetto unitario e non stiracchiato di qua e di là da appartenenze esterne ad esso!”

Poniamo il caso, del tutto ipotetico, che del Centro faccia parte una missionaria comboniana, alla quale la superiora abbia detto: “Tu vai a lavorare nel CMD, ma mi raccomando: devi cercare vocazioni per l’Istituto!”. E poniamo il caso, ancora ipotetico, che del Centro faccia parte un prete a cui il vescovo abbia detto: “Tu nel Centro devi curare gli interessi dei preti Fidei Donum e dei laici della diocesi in missione. Gli Istituti hanno già i loro soldi e le loro strutture”. Ora, tutti e due devono “affogare” queste richieste nel Centro. Affogarle non vuol dire metterle con la testa sott’acqua e assassinarle barbaramente. Si pensi piuttosto al gelato “affogato” nel caffè o, per chi non ama il caffè, in un bel bicchiere di cognac. Il gelato non muore, ma aggiunge al suo gusto di gelato un altro gusto. I due succitati, missionaria comboniana e prete diocesano, non devono far morire le richieste dei rispettivi superiori, se sono legittime, ma devono “affogarle” in una chiamata più alta e comprensiva, che è proprio la chiamata che il CMD riceve dal Signore.

Quando i membri del CMD, che – come sappiamo – è costituito da tutti i rappresentanti degli organismi missionari e interessati alla missione presenti in Diocesi e il cui carisma è approvato dalla competente autorità (Papa o vescovo), avranno “affogato” i loro intenti, progetti, particolarità e appartenenze nella chiamata che Dio fa al Centro, allora e allora soltanto questo esiste davvero e non solo giuridicamente, non solo sulla carta. Solo allora sarà diventato il soggetto della pastorale missionaria della diocesi. Da qui l’importanza di definire bene questa chiamata di Dio.

2° punto: LA CHIAMATA DI DIO

Il CMD è chiamato anzitutto a essere memoria viva e operosa nella Chiesa locale dell’amore di Dio per il mondo.

Essere memoria viva e operosa…

Essere, quindi, prima e non fare. Essere memoria, con un richiamo, quindi, all’evento fondamentale di questo amore, Gesù di Nazaret e la sua pasqua. Memoria viva e operosa: questi due aggettivi si rendono necessari, perché la memoria potrebbe restare sullo sfondo, conservata solo nel rito liturgico o nell’affermazione dottrinale, senza diventare vita e testimonianza di vita. Ripensiamo ai tre comandamenti o “testamenti” che Gesù ha lasciato ai suoi prima di salire al Padre: “Amatevi come io vi ho amato”, “Fate questo in memoria di me”, “Andate in tutto il mondo ed evangelizzate ogni creatura”: ebbene, mentre il secondo comandamento è perfettamente osservato su tutta la faccia della terra (e sarebbe grave scandalo che in una parrocchia non si celebrasse la messa quotidiana o almeno festiva!), per il primo e il terzo si lascia correre molto di più. I peccati di omissione della giustizia e della carità, come i peccati di non-missione sono quasi irrilevanti nelle nostre Chiese!

… dell’amore di Dio…

Ma mi direte: non deve essere tutta la Chiesa memoria dell’amore di Dio? Non è questa, in fondo, la missione della Chiesa? Non è la sua ragion d’essere? Perché dovrebbe un semplice CMD sostituirsi all’intera comunità dei credenti?

Vi dico due ragioni perché nella Chiesa occorre questo focolare della memoria:

  1. Dal punto di vista sociologico, ogni istituzione, legittimamente e validamente costituita per un servizio importante alla comunità, tende a ripiegarsi su se stessa, a diventare essa stessa fine e non mezzo. Pensiamo, oggi, all’istituzione economica e finanziaria; in forme diverse anche alla Scuola, alla Sanità, alla Sicurezza… È quello che viene talvolta chiamato il riflesso o peso istituzionale.
    Anche la Chiesa è un’istituzione che, creata da Gesù Cristo per la testimonianza e il servizio dell’amore di Dio al mondo, tende a porre al centro se stessa (ecclesiocentrismo), a vantare dei privilegi, a farsi servire e ossequiare, a rinchiudersi tra mura di sicurezza e di tranquillità. Il mondo diventa spazio di conquista o strumento di potere, di successo, di onore.
  2. Dal punto di vista teologico, il peccato entra nella Chiesa sotto forma di autosufficienza e di autoreferenza. Il non serviam di Lucifero è ciò che egli, l’avversario di Dio, vuole insinuare proprio in quel corpo dei servi (la Chiesa), che dovrebbe essere trasparenza del Servo crocifisso, il quale ha preso su di sé i peccati di tutti e ha abrogato ogni condanna. La resistenza a servire gli altri, la volontà di porsi come fine e non come strumento per la salvezza di tutti è stato anche uno dei peccati più gravi di Israele e una delle cause fondamentali del suo rifiuto del Cristo.

Ecco, allora, che in ogni comunità cristiana deve essere istituita una specie di vigilanza sulla “estroversione” della Chiesa. Il CMD è chiamato da Dio a esercitare questa vigilanza, a ricordare a tutto il corpo ecclesiale che esso è costituito sì come frutto della salvezza operata da Cristo, ma questo frutto è soprattutto segno e strumento, ovverosia sacramento della salvezza universale (Cf. Lumen gentium 1, 9d, 48b), della volontà salvifica di Dio per tutta l’umanità e per tutto il cosmo.

Questa “vigilanza” – che è anche testimonianza, proposta, sostegno, incoraggiamento – tanto più è efficace quanto più si fa concreta, specifica, puntuale: deve rivolgersi a ogni aspetto della vita della Chiesa. La memoria viva e operosa dell’amore di Dio per il mondo riguarda la liturgia, la catechesi, la carità, l’organizzazione ecclesiale, le opere… tutto! Una specie di istanza trasversale.

…per il mondo

Si pone la questione di chi è questo mondo che Dio ama. Non stiamo a ripetere cose dette in passato, ma dal punto di vista del CMD ci interessa sottolineare che esso non deve avvicinare ciò che è lontano e allontanare ciò che è vicino. In altre parole il CMD si fa corresponsabile di tutti i problemi e gli impegni della propria Chiesa. Ci può essere anche un “particolarismo” dell’universale, per così dire. Ci sono missionari che non sanno vedere altro che la missione, in una visuale ristretta. Per loro chi si impegna per il mondo del lavoro qui da noi, per esempio, fa qualche cosa di inutile e lo stesso chi si sacrifica per gli anziani, per la pace, per l’ambiente… Questo “particolarismo missionario” diventa odioso, mi si permetta di dire così, quando è legato all’interesse del proprio gruppo o della propria famiglia religiosa o del proprio movimento e così via… Nel CMD deve essere veramente accolto e amato tutto ciò che Dio ama, con la particolare prospettiva però che l’amore di Dio è sempre inclusivo e ogni atto d’amore particolare, incarnato, concreto è amore di comunione universale! Io, cristiano, non posso amare un bambino, mio figlio, senza amare in lui tutti i bambini del mondo…

3° punto: NELLA CHIESA LOCALE

Abbiamo detto memoria viva e operosa nella Chiesa locale e questo è un punto da sottolineare, perché si fa spesso confusione e una confusione deleteria. Oh, potreste non essere d’accordo su questo punto e allora ci chiariremo le idee a vicenda, ma a mio avviso il CMD non è primariamente per “le missioni”, per “il terzo mondo”, per “gli altri”; prima di tutto è per la Chiesa locale stessa. Questa deve diventare soggetto della missione in prima persona, a cominciare dal vescovo giù giù o su su fino all’ultimo o al primo dei fedeli (gli ultimi saranno i primi!). E il servizio ad gentes in tutte le sue forme avrà i suoi strumenti operativi. Mi pare del resto che esista già in molte diocesi (non so se in Toscana e in Emilia Romagna) il cosiddetto Ufficio diocesano per la pastorale missionaria [che, detto tra parentesi, è un nome sbagliato, contraddittorio, addirittura buffo], che si prende cura dei preti Fidei donum e dei laici missionari, dei loro contratti, della preparazione e del rientro, insomma di tutto l’ad extra della Diocesi. Tutto questo sta a valle, però, ed è discutibile se sia meglio fare due istanze separate o un’istanza diocesana sola con diverse articolazioni… Quello che mi pare importante, invece, è stabilire il compito primario del CMD: ed è che la diocesi diventi missionaria sul territorio e nel mondo, che sia Chiesa per il Regno, che sia Chiesa evangelizzatrice sempre e in ogni luogo. Siccome questo è un compito pesante, è facile fuggire per la tangente. Il CMD diventa allora un Centro di attività missionarie, dove si hanno immediate soddisfazioni: pensiamo agli impegni dei nuovi stili di vita, con tutta l’organizzazione del Commercio equo e solidale che da sé basta a occupare tutto un Centro; ai gemellaggi, ai viaggi in missione, alle adozioni a distanza: fughe, fughe, fughe…, se non si collocano nell’ottica giusta, se vengono prima e non dopo la crescita della coscienza missionaria di tutto il popolo di Dio. Siccome la coscienza missionaria nei preti, nei religiosi e in gran parte dei laici cresce lentamente, allora… “su, muoviamoci noi”, con qualche nostro gruppo, con un manipolo di volontari e volontarie…

“Ci si ritaglia così un cammino parallelo a quello della Chiesa nella sua globalità, e questa rimane con le sue vecchie abitudini e prassi autorefenziali, ma si fa bella delle “tante attività missionarie che ci sono in diocesi!”.”

Scusatemi, se la metto giù un po’ dura, ma mi pare che qui scopriamo un nervo scoperto dell’animazione missionaria in Italia negli ultimi decenni. Si rischia così di non cambiare niente, facendo credere alla nostra Chiesa italiana di essere all’avanguardia nell’impegno missionario.

Ma allora cosa deve fare un CMD per essere davvero memoria viva e operosa, ecc. ecc. Se uso queste formule generali non è per essere evasivo, ma per comprende il più vasto raggio di possibilità. Ne accenno qualcuna: credo che a qualche CMD Dio chieda di fare ogni sforzo perché l’insegnamento teologico e pastorale in seminario sia rinnovato in senso missionario. E non dite: non spetta a noi; noi non c’entriamo niente; non ne abbiamo la competenza. Ricordate sopra quando dicevamo che il CMD è un Centro di responsabilità? Ebbene, questa può essere una cosa di cui rispondere, di cui farsi carico. Un altro esempio: si programma la catechesi in diocesi, si fanno corsi di aggiornamento per i catechisti e gli educatori… Il CMD deve intervenire con sue proposte, magari con un suo documentino…
Partendo poi dall’affermazione tante volte ripetuta da Don Bruno Maggioni e alla quale si continua a non dare il giusto peso e cioè che “la parrocchia così com’è non potrà mai essere missionaria”, così come “la diocesi così com’è non potrà mai essere missionaria”, su un punto senza dubbio tutti i Centri dovranno sentirsi interpellati: il crescere della corresponsabilità nella Chiesa.

Da un’indagine fatta in una “normale” parrocchia di città del Centro Italia con il sistema che si applica alle aziende e a tutte le organizzazioni sociali di “simulazione dinamica” (analisi sistemica fondata su equazioni differenziali), si è constatato che tutti gli altri cambiamenti apportati alla parrocchia (aumento degli operatori pastorali, maggior tempo dedicato agli incontri personali, corsi di formazione e di indottrinamento, ecc. ) hanno sì degli effetti, ma minimi rispetto alla crescita missionaria delle comunità stessa; l’unico elemento che dà un significativo risultato in questo senso è il crescere della corresponsabilità comunitaria. Tutto ciò che porta a un maggiore partecipazione, porta a un nuovo slancio di missione. Anche qui il Centro è tentato di dire: ma non entra nelle nostre competenze, non possiamo farci niente. Chi può portare la nostra Chiesa ad essere meno piramidale, meno clericale? Chi può portare le famiglie cristiane a essere soggetti comunitari a pieno titolo? Cosa c’entra questo con il CMD? Ebbene, se questa è una condizione preliminare, sì, ma indispensabile al crescere della missionarietà della Chiesa locale, il CMD non può non farsene carico!

4° punto: LA RIFORMA DELLA PROPRIA CHIESA

Bisogna allora concludere che il CMD deve rispondere a una chiamata che riguarda, in qualche modo, il rinnovamento globale della propria Chiesa, rinnovamento che nasce dalla missione e scaturisce dalla missione.

Nasce dalla missione in quanto questa, come missione del Verbo e dello Spirito per la salvezza del mondo, precede la Chiesa e le conferisce la sua natura missionaria. Scusatemi se qui dico un’eresia o quello che potrebbe suonare come un’eresia: se nelle sue iniziative e attività il CMD dipende ovviamente dalle istanze istituzionali della propria Chiesa (dal Vescovo, in definitiva), nel suo essere più profondo precede queste istanze, ha una natura critico-profetica. Dicevamo, in avvio, che l’essere il CMD un Centro di spiritualità missionaria e un Centro di responsabilità avrebbe avuto delle conseguenze e qui vengono al pettine. Nel suo farsi carico del rinnovamento delle Chiesa in senso missionario il Centro risponde direttamente, ma ecclesialmente, a Dio e all’azione dello Spirito. Esso dovrà prendere in esame anche il rinnovamento o conversione in senso missionario del Vescovo, della Curia, del Consiglio presbiterale e del Consiglio Pastorale Diocesano, del Seminario, dell’Azione Cattolica, degli Istituti religiosi e perfino degli Istituti missionari presenti in Diocesi. Capitolo molto delicato questo, come potete immaginare, perché il CMD diventa il “rompiballe” della situazione quasi in modo permanente.

Per questo ho sottolineato quell’ecclesialmente, che va inteso nel senso in cui lo intendevano i Padri. Cosa vuol dire adoperarsi ecclesialmente per la riforma della Chiesa? (Se fosse stato ben capito nel corso della storia si sarebbero evitate tante decadenze e tanti scismi o eresie!). Cito:

“I Padri della Chiesa parlano di anima ecclesiale come di una specie di identificazione con la Chiesa. L’espressione è di Origene. Anima ecclesiale è quella che si affida alla misericordia e alla provvidenza di Dio, cosciente di attirare la grazia di Dio con la propria povertà e nullità, intenzionata a compiere il suo cammino per diventare evangelicamente creatura nuova, piccola, l’uomo nuovo spirituale…”

Sarò anche più chiaro citando la lettera di un mio caro amico, vera anima ecclesiale, che il Signore ha chiamato a sé due anni e mezzo fa. Scrivendo a un missionario, Gianni Zaccherini (Lettera a p. Camillo Ballin, del 6 settembre 2000), diceva:

Sento nel mio cuore infiniti desideri e straordinarie speranze; vorrei correre in tutto il mondo, e un poco ti invidio per tutto quello che fai nel nome del Signore. Certo, sono grato al Signore per quello che ha fatto per me, per avermi custodito nella fede, per il dono di mia moglie e dei miei figli, per tutto quello che da loro potrà continuare dilatando la mia vita… Sento molto l’impotenza della chiesa, soprattutto di questa nostra moribonda chiesa italiana, così ricca materialmente e insignificante, nell’incapacità di essere quello che deve essere secondo il cuore di Dio: ma è anche la mia incapacità e la mia insignificanza. Vivere nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio, nella pratica della carità, sapendo che il più piccolo gesto fatto a un povero è un gesto infinito, perché è fatto a Cristo, e quindi si dilata nell’infinità di Dio, come anche la preghiera, in una circolarità di esistenza che non si esaurisce mai…”.

Qui è perfettamente configurato lo spirito ecclesiale di chi, esprimendo anche duramente il suo giudizio sulla propria madre Chiesa (“Sento molto l’impotenza della Chiesa, soprattutto di questa nostra moribonda chiesa italiana, così ricca materialmente e insignificante, nell’incapacità di essere quello che deve essere secondo il cuore di Dio”) aggiunge subito: “Ma è anche la mia incapacità e la mia impotenza”. La riforma della Chiesa che perseguiamo è per ciascuno di noi e dei nostri gruppi sempre un’autoriforma. Nessuno spirito ribellistico o di contestazione, ma solo la sofferenza per una Chiesa che non è più trasparenza dell’amore divino, volto permanente del Cristo crocifisso e risorto. Il CMD non vuole una Chiesa diversa perché è “di sinistra” o perché va di moda il rinnovamento, ma perché è reso sensibile dallo Spirito di Dio al sogno di Dio per l’umanità.

Notiamo come questo compito del CMD rimane strettamente legato a due esigenze che abbiamo sopra richiamato: che il CMD sia un centro di spiritualità e che sia profondamente unitario nell’ascolto della chiamata e nell’obbedienza ad essa.

Scaturisce dalla missione: la riforma della propria Chiesa non solo nasce dalla missione, ma è anche un “ritorno” della missione. Preoccupazione costante del CMD deve essere quella di raccogliere i frutti spirituali sia di quella che chiamiamo “missione per invio”, sia della “missione nel territorio”. Non si va solo a portare, si va in ogni caso anche a ricevere e tutto ciò che riceviamo ci cambia. Questa è una dinamica dello Spirito a cui bisogna obbedire. Io cito spesso la famosa formula ermeneutica di S. Leone Magno: Scriptura cum legente crescit. La sacra Scrittura è sempre uguale in se stessa, eppure cresce se cresce spiritualmente colui che la legge. Questo è vero per tutta la Chiesa, per cui si potrebbe parafrasare: Scriptura cum legente ecclesia crescit. Se leggo la Scrittura con un altro, essa cresce per me anche per l’apporto di comprensione dell’altro. E se la leggo con un altro che è altro anche per cultura, per storia di vita, per storia religiosa, per problematiche e sensibilità attuali…, ecco che la mia penetrazione della rivelazione di Dio si fa più nuova e più profonda. La Scrittura sarà letta progressivamente meglio man mano che sarà letta da tutte le Chiese d’Occidente e d’Oriente, del Nord e del Sud del mondo, con gli apporti di tutte le culture e vicende umane, di tutte le sensibilità religiose specifiche. E quello che dico esemplarmente della Scrittura vale per la Liturgia, per la catechesi, per la Caritas. La comunione a livello universale è una dei fattori principali di crescita della Chiesa.

5° punto: CENTRO, CIOÈ?

Abbiamo lasciato per ultimo un interrogativo sul termine “centro”: Centro missionario diocesano, centro di spiritualità, centro di responsabilità… Ma perché “centro”? Termine inflazionato oggi e di cui dobbiamo perciò ritrovare il senso: si va dal centro commerciale al centro ricreativo, dal Beauty Center al centro per l’incontro tra le religioni… Stabiliamo, anzitutto, che il CMD non è un luogo. È importante che abbia un luogo (o più luoghi) nel territorio e magari potremo anche cercare di definirne le caratteristiche: ma non è primariamente un posto. Non è neanche, primariamente, un gruppo di persone, l’équipe di quelli e quelle che in Diocesi sono incaricati di gestire le attività missionarie e di animazione missionaria. Certo, questa équipe occorre e occorrerà definirne le funzioni e le competenze; ma non è primariamente questo. Che cos’è, allora?

Direi che è il punto di convergenza e di irradiazione di tutto ciò che riguarda la missione universale nella Chiesa locale.

Immaginate la missione universale della Chiesa e immaginate la Diocesi… In che rapporto stanno? Ogni Diocesi è centro della missione universale: siamo abituati a pensare che solo Roma sia centro della missione universale, ma non è così e ce lo ha detto a chiare lettere il Concilio Vaticano II.

Ogni Chiesa locale è questo centro e, in qualche modo, nella comunione fra tutte le Chiese locali, di cui Roma è segno e garante, risiede l’universalità della missione.

La Diocesi è, dunque, centro della missione universale: anzitutto, centro di convergenza della missione universale: un punto in cui convergono tutti i raggi; un seno a cui giungono tutti i semi (semina Verbi) che lo Spirito diffonde nella sua invisibile missione fra gli uomini e i popoli. Dobbiamo sottolineare questo carattere ricettivo del CMD, direi la sua natura femminile! Accogliere il mondo come mondo di Dio; accogliere la storia e la vita delle persone e dei popoli come storia e vita di salvezza; accogliere le culture e le religioni, pur con tutti i loro limiti e le loro strutture di peccato, come il terreno che Dio da sempre sta arando e seminando… Accogliere vuol dire conoscere e conoscere con empatia… Ecco, allora che il CMD è, nella Diocesi, lo strumento che fa conoscere il mondo e lo fa amare nei suoi aspetti positivi, lo fa “soffrire” nei suoi aspetti negativi. In che modo il CMD può diventare questo “osservatorio” sul mondo? Riviste, libri, siti, motori Internet, Misna…E non solo “strettamente missionari”…. Ma accogliere vuol dire anche lasciarsi fecondare, far sì che tutto il corpo della Diocesi sussulti di gioia, come Giovanni nel seno di Elisabetta quando sentì la presenza del Salvatore nel ventre di Maria. Far sentire alla Diocesi che noi non dobbiamo prima di tutto cambiare il mondo, ma farci cambiare dal mondo in quanto è parola di Dio per noi.

La Diocesi è, naturalmente, anche centro di irradiazione della missione universale: da ogni Diocesi parte l’annuncio della Pasqua e della Pace, l’annuncio dell’amore di Dio per il mondo che in Gesù di Nazaret ha trovato e trova la sua piena rivelazione e attuazione. Che cosa la nostra diocesi può dare al mondo, che cosa e chi può mandare??? Occorre qui molto discernimento, che non è sempre e tutto affidato al CMD, ma di cui il CMD deve sforzarsi di stabilire i criteri. Quando qui parliamo di mondo non pensiamo solo a quello lontano, ma anche a quello vicino. E quando parliamo di dare o mandare ricordiamo che nemo dat quod non habet. Non si può dare quello che non sia ha. In questi ultimi giorni, in relazione a particolari e personali vicende, sono molto colpito da una frase di Gesù nel Vangelo: “L’albero cattivo non può dare frutti buoni”. A mio avviso vale anche per la missione, non nel senso che la Chiesa non debba fare missione se non quando è santa, ma nel senso che nel fatto che è sempre inquinata dal peccato deve cogliere il pericolo che anche la sua missione sia inquinata. Uno sforzo continuo di purificare la missione deve presiedere al lavoro del CMD. Non basta purificare la memoria della missione, confessando ed evitando le colpe del passato; bisogna anche purificare il cuore della missione dai peccati di oggi della Chiesa. Dare e mandare come? Predicare il Vangelo come? Ci sono alcuni fondamentali criteri da stabilire sugli aiuti, sull’invio, sul ritorno, sul modo di stare evangelicamente davanti agli increduli e agli indifferenti del nostro mondo.

L’ultimissimo interrogativo è: “Ma chi fa parte del Centro, allora?”. Direi che occorre considerare ancora l’immagine geometrica dei raggi che convergono o si irradiano da un punto centrale o quella del cartello per il tiro a segno: c’è un centro “più centrale” e ci sono anelli successivi. Bisogna considerare l’appartenenza al Centro nell’insieme: l’anello più ampio è la diocesi stessa e tutti i cristiani che ne fanno parte; un altro anello può essere quello delle “forze missionarie” presenti e operanti nel territorio; un terzo può essere costituito dai rappresentanti che in ogni parrocchia rappresentano o dovrebbero rappresentare (dentro o fuori dal Consiglio pastorale parrocchiale) l’istanza missionaria della parrocchia stessa. Infine – ma potrei aver saltato degli anelli – c’è il CMD stabilito istituzionalmente. Importante è che quest’ultimo non si consideri a sé stante, isolato; che non si ammali di clericalismo pensando poter disporre dall’alto: non c’è centro senza circonferenza! La sua funzione è proprio quella di “raccogliere” per poi esprimere e articolare tutta la missionarietà della Diocesi; ma anche di attingere questa missionarietà dalla natura stessa della Chiesa locale per “animarla” in tutte le istanze pastorali della Diocesi stessa.

Ripresa delle domande per una verifica

  1. Viviamo il CMD come risposta a una chiamata permanente, da riscoprire continuamente?
  2. Facciamo unità nel Centro, con la fusione comunionale delle differenze?
  3. Il nostro Centro è un centro di spiritualità e di responsabilità missionaria?
  4. Siamo memoria viva e operosa dell’amore di Dio per il mondo?
  5. Ci impegniamo per far crescere la coscienza missionaria della Diocesi o “fuggiamo per la tangente”?
  6. Ci sforziamo di essere, ecclesialmente, istanza critico-profetica per la riforma della nostra Chiesa locale?
  7. Aiutiamo la Diocesi ad essere “ricettiva del mondo” con l’informazione e la formazione all’umiltà ecclesiale, al dialogo, alla capacità di leggere i segni dei tempi e i “semi” di Dio nella storia dei popoli?
  8. Stiamo elaborando e applicando criteri evangelici per l’invio di aiuti e di persone, come anche per la testimonianza di carità e l’annuncio nel territorio?

Condivisione e indicazioni pratiche

  • Formare l’equipe del CM perché diventi un organo pastorale al quale i membri sono stati chiamati (far parte del CMD è una chiamata, una vocazione, non un lavoro da svolgere); un gruppo che si formi insieme, testimoni unità, faccia proposte “serie”.
  • Essere centro di spiritualità missionaria e di stimolo per un rinnovamento della pastorale in senso missionario; un’attenzione particolare da spendere per la formazione “missionaria” delle persone.
  • Essere una comunità di annuncio e agire con solidarietà liberante (formare alla mondialità, partecipare alle iniziative degli altri, proporre, suscitare…)
  • Passare da una coscienza di marginalità in campo pastorale diocesano a una consapevolezza di centralità e quindi cercare tutti i modi perché le comunità cristiane rivedano la loro pastorale di mantenimento dell’esistente per tornare ad essere “luogo di annuncio e testimonianza” (sostegno ai missionari, attenzione agli immigrati, agli emarginati…)
  • Salvando sempre la comunione ecclesiale (o forse per crearla) sentirsi ed essere coscienza critico/profetica nella propria diocesi per richiamare sempre i valori del Vangelo (nella prassi dei sacramenti, nell’impegno per la pace, per i poveri… nel coraggio di riconvertire le strutture che non testimoniano vangelo ma ricchezza e potere…)
  • Non credere di poter fare tutto da soli: collaborare (quanto è difficile!) con gli altri uffici diocesani e creare una rete di collaboratori dislocati nei diversi territori della diocesi e nelle comunità cristiane, per avere una cassa di risonanza per tutti le iniziative in senso missionario.

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