Nelle foreste del Katanga non si placano gli scontri tra i pigmei twa e la popolazione luba. Le ostilità sono iniziate per una manciata di larve. Anzi no: per una storia d’amore. Ma sono altre le vere cause…

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«Ero nella capanna assieme ai miei due figli quando ho sentito urlare mio marito: “Scappa, scappa!”. Ho capito subito cosa stava accadendo, così ho preso i bimbi e sono fuggita nella boscaglia. Nascosta tra i rovi, ho visto un gruppo di uomini nell’accampamento che lo avevano circondato. Indossavano amuleti e brandivano asce e bastoni. Si sono accaniti su di lui come bestie feroci. Lo hanno colpito più volte alla testa e hanno infierito sul suo corpo. Gli hanno tagliato i genitali e lo hanno fatto a pezzi urlando cose terribili. Io e i miei figli abbiamo visto tutto, eravamo scioccati e terrorizzati, ma non potevamo fare nulla. Se ci avessero scoperti, avremmo fatto la stessa orribile fine».

A rompere il silenzio, in ottobre, è stato un missionario cattolico che, preferendo non rivelare la propria identità, ha documentato e reso pubblica l’ultima strage: venti persone sono state trucidate in scontri interetnici avvenuti nella località di Kabalo.

«La vicenda dei bruchi e la storia dei due amanti sono solo dei pretesti. Alla base delle violenze c’è il diffuso razzismo dei bantu nei confronti dei pigmei. I Twa subiscono da sempre una sorta di apartheid, vivono ai margini della vita sociale ed economica.

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