Il volto segnato da rughe profonde, un fazzoletto in testa e la mano tesa a mendicare. Erano gli anni Ottanta: la donna rom, avvolta in una gabbia di diffidenza e sospetto, stava all’angolo di strada vicino alla stazione. Chi passava spesso stringeva a sé la borsa e passava oltre affrettando il passo. A me piaceva salutarla, e anche lei mi donava un saluto.

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Anni Novanta: Annamaria ogni settimana visitava il “ghetto” di roulotte noto come “campo degli zingari”. Incontrare una cultura così “altra” a pochi chilometri da casa nostra era per lei una lezione di vita. Aveva stretto amicizia con tante giovani mamme che vivevano nel campo e che continuavano il lavoro della signora che io incontravo anni prima vicino alla stazione: chiedere l’elemosina.

Il giorno 8 aprile ricorre la giornata internazionale dei Rom, Sinti e Caminanti: i popoli nomadi del continente europeo. Anche loro “evolvono” come ogni altra società umana. C’è chi preferisce rimanere all’aperto nei “campi” e chi sceglie di vivere in appartamento.

Nel 2014 Miriam Anati, responsabile in Italia di Open Society Initiative for Europe, affermava: «il nomadismo è oramai un fenomeno limitato al 3% dei Rom». E noi chiediamo: quali cambiamenti per le donne rom?

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