Per la rubrica Chiesa in Uscita, che ogni quindici giorni proponiamo con la Newsletter del Centro Missionario Diocesano (iscriviti da qui), di Piombino, vi proponiamo l’incontro sviluppato da Serena Noceti, teologa di Firenze, durante i giovedì della missione, a Brescia, sulla ministerialità delle donne nella Chiesa e per una Chiesa missionaria.

Ho predisposto anche uno schema, così forse è più semplice seguire ed eventualmente far memoria di quello che dirò. Buonasera a tutti ed a tutte. Vorrei iniziare la mia riflessione sulla ministerialità delle donne nella Chiesa e per una Chiesa missionaria ascoltando le parole di una donna che ha determinato il tema della missione, la scoperta della missione nella Parigi degli anni ’40-’50, Madeleine Delbrêl:

Siamo noi che possiamo fare la presenza nella Chiesa e la differenza della Chiesa in questi paesi”.

Sta parlando dell’Europa, della Francia degli anni ’40.

“Siamo noi che possiamo far avanzare le sue frontiere, noi che la costituiamo non la conduciamo però dove andiamo e non andiamo dove la Chiesa vorrebbe andare”.

Vorrei partire da queste parole, perché mi sembra che siano parole di una donna che ha scelto di declinare la missione delle donne e tra le donne, mostrando che c’è una nuova frontiera da spostare e vedremo che proprio per il tema del ministero, della ministerialità, le donne (coinvolte da secoli nel cammino missionario, con autonomia e con spazi estremamente significativi di confronto) chiedono però di andare. In fondo le donne hanno oggi una processualità di parola nell’annuncio della fede nel contesto della Chiesa come Chiesa missionaria. Ma per troppo tempo le donne non sono state riconosciute fino in fondo come soggetto di parola, la parola che fa Chiesa, e tante questioni (tra cui quella del ministero) sono rimaste per troppo tempo nello spazio (direi così) di ciò che non è detto, di ciò che non è adeguatamente pensato.

Allora questa sera io vorrei offrire da cattolica (la Chiesa alla quale appunto io appartengo) una riflessione su cosa voglia dire spostare queste frontiere, che cosa voglia dire pensare in forma nuova (nuova tanto per lo stile quanto proprio per la funzione e le forme di presenza) le figure ministeriali, sapendo che ci troviamo in questo momento al tempo di Papa Francesco, o meglio al tempo della Chiesa sollecitata da Papa Francesco, a ripensarci della forma di una riforma di Chiesa. Ma, dico subito, non ci sarà riforma di Chiesa senza le donne, senza la parola e la progettualità delle donne. Non ci sarà riforma di Chiesa se non affronteremo il tema spinoso della questione dei ministeri e della ministerialità delle donne.

Userò, per ragioni anche di linguaggio, la parola ministerialità per indicare tutte le forme di servizio di ministerialità anche laicale. Parlerò di ministero indicando il ministero ordinato, nella forma del diaconato e del presbiterato, per quello che è il divario. La prospettiva a partire dalla quale voglio riflettere è quella consegnata dal Concilio Vaticano II, perché siamo ancora nel cantiere aperto della ricezione, anzi (se devo dire) Papa Francesco mi sembra che ci abbia rinviato con estrema forza alla responsabilità di essere figlie e figli, eredi del Concilio Vaticano II. Le donne non erano state considerate come tema all’interno dei dibattiti conciliari (solo brevissimi passaggi quelli che sono dedicati al ruolo della figura delle donne nei documenti del Concilio Vaticano II).

Ma in questi 50 anni dopo il Concilio le donne (questo tema non pensato nei documenti conciliari, questo partner dimenticato per certi aspetti, così ovvio da essere dimenticato come sono le donne) sono state in realtà il soggetto centrale, direi siamo state il soggetto determinante nel processo di recezione attiva del Concilio Vaticano II. Allora la questione sulla ministerialità e sul ministero si colloca in una Chiesa che negli ultimi cinquant’anni ha visto la soggettualità di parola delle donne ed una presenza di servizio e di diaconia, qualificata e qualificante, che le donne hanno assunto. Ma, dicevo, citando Madeleine Delbrêl, ci sono nuove frontiere e nuove prospettive.

Allora vorrei partire dal collocarmi in questa sfida che noi oggi abbiamo di recezione del Vaticano II, accogliendo prima di tutto l’idea di Chiesa, la prospettiva che ci sta davanti, perché da sempre e sempre la Chiesa ha pensato, ripensato, riplasmato i suoi ministeri ordinati e laicali a partire dalla vicenda ecclesiale ed a partire dalle efficienze qualificanti, i bisogni qualificanti la vita di Chiesa in un dato periodo. Il ministero, le figure ministeriali, sono evolute nel corso dei secoli più e più volte ed ogni volta è sempre stata la visione complessiva di Chiesa, l’esperienza, i bisogni, la prassi a definire e qualificare la comprensione dei ministri ordinati ed il loro esercizio del ministero. Allora, quale Chiesa (vado proprio per rapidi tratti) è quella che stiamo vivendo? Davanti a quali sfide siamo posti a cinquant’anni dal Vaticano II?

Partirei da “Evangelii Gaudium” (il documento programmatico che Papa Francesco ha consegnato alla Chiesa) e qui troviamo una intuizione di fondo che è quella di ritornare a porre al primo posto l’evangelizzazione, un elemento che è al cuore dell’ecclesiologia del Vaticano II. Se prendiamo “Lumen Gentium”, se prendiamo il quarto capitolo di “Gaudium et Spes”, se prendiamo il decreto sull’attività missionaria della Chiesa “Ad Gentes”, il punto chiave è che il principio che genera e rigenera la Chiesa, che forma e riforma la Chiesa, è il Vangelo annunciato. L’evangelizzazione è al primo posto ed al primo posto deve essere riconosciuta nel nostro impegno pastorale. Se volete, citando sempre il Concilio, il Concilio riscopre la natura missionaria, la natura essenzialmente missionaria della Chiesa.

Allora porre con consapevolezza (come ha fatto Papa Francesco nella “Evangelii Gaudium”) di nuovo, con forza, l’evangelizzazione al primo posto comporta, a mio parere, ripensare i ministeri a partire da questa logica. I ministeri, ordinati e laicali, devono essere qualificati e definiti da una scelta primaria per l’evangelizzazione, per la custodia della fede, l’annuncio della fede, nell’oggi della storia. Questo vale per uomini e per donne, perché penso che su questo punto la prospettiva debba essere assolutamente unitaria. Una Chiesa in uscita (quella che“Evangelii Gaudium” consegna), in uscita dalle logiche del sacro, in uscita da quella autarchia, da quella autoaffermazione di un senso del religioso staccato dall’umano, dalla vita quotidiana.

In uscita da quelle logiche ecclesiocentriche e centripete che riportano sempre le dinamiche ecclesiali verso la Chiesa senza capacità di uscire, andare, annunciare, stare nel mondo, stare nella storia. Allora, questi elementi devono qualificare la forma del ministero. Quale ministero, è la domanda? Un ministero che non sia nella logica del sacro, un ministero che sappia dire e vivere le dinamiche dell’umano, di uomini maschi e di donne, una dimensione di ministero che sappia vivere dinamiche permanentemente in uscita, centrifughe e non centripete né sacralizzate. Ma accanto a questo, mi sembra che tra gli elementi che il Concilio Vaticano II ci ha consegnato nel ripensare il nostro ministero ordinato, mi sembra però che “Evangelii Gaudium” aggiunga tre caratteristiche specifiche.

Non parla solo di evangelizzazione e di Chiesa che nasce e rinasce da un processo permanente di evangelizzazione, ma ci dà tre caratteristiche peculiari e vorrei leggerle in rapporto al ministero ed ad oggi. La prima caratteristica è che l’evangelizzazione è presentata come un’evangelizzazione inculturata. L’evangelizzazione ha sempre a che fare con una cultura, è sempre data in forme culturalmente definite, è sempre collegata e vissuta in linguaggi. Allora questo mi sembra che comporti per la nostra riflessione, prima di tutto, che le differenze culturali vanno considerate come un elemento di forza. Questo comporta (in particolare per il tema delle donne) la consapevolezza che c’è tutto uno spessore di elementi culturali che va considerato e qualificato. Non esiste la donna singolare, esistono le donne.

E allora questo deve spingerci a pensare le forme di ministerialità come forme permanentemente legate alle culture, ai linguaggi, alle esperienze. Una pluralizzazione di figure. Noi veniamo da pensare il ministero ordinato fino al Vaticano II incentrato quasi esclusivamente sulla figura del sacerdote, fortemente sacrale e sostanzialmente stilizzata in forme sempre uguali fortemente standardizzate. Se noi vogliamo avere un ministero che risponda all’evangelizzazione ed un’evangelizzazione sempre inculturata, uomini e donne, laici e ministri ordinati, dovranno produrre e pensare sempre una pluralità di figure ministeriali.

Secondo aspetto. “Evangelii Gaudium” sottolinea che l’annuncio del Vangelo, l’evangelizzazione, non è opera di un io, è opera di un noi, di un noi di Chiesa che è fatta (oggi noi lo sappiamo e lo sperimentiamo) come una Chiesa di uomini e di donne. E noi annunciamo insieme, come segno vivente, come Chiesa, questo annuncio del Regno. Allora, se c’è una Chiesa chiamata ad essere segno, un segno significativo, questo segno deve portare il tratto della partnership tra uomini e donne, deve essere un segno oggi che mostra la corresponsabilità e la corrispondenza di uomini e donne, deve mostrare questo volto di Chiesa, un’unità nella pluralità. Quali conseguenze per il ministero?

Team pastorali, formati da uomini e donne, ministri ordinati e laici, devono essere la forma nella quale concretizziamo e realizziamo il nostro ministero. Se non arriviamo a questo tipo di proposta, indubbiamente la nostra forma ministeriale rischia di essere totalmente contraddittoria con un’immagine di Chiesa che non è un’immagine di Chiesa di uomini e di donne, di unità nella pluralità di un cammino fatto insieme. E per tante donne oggi è di scandalo l’ingiustizia, la sottovalutazione delle donne nella Chiesa, la sperequazione, la marginalizzazione delle donne. Non ci sarà rinnovamento ecclesiale se noi non pensiamo il ministero delle donne, non tanto come istanze di rivendicazione ma perché la parola delle donne (nelle diverse forme ministeriali) è una parola necessaria per dire insieme la realtà di Chiesa, per dire insieme una Chiesa di uomini e di donne.

Terzo passaggio che Papa Francesco propone con estrema forza è che ogni processo di evangelizzazione che fa Chiesa va sempre vissuto nella forma di una ermeneutica, di una comprensione aperta e qualificata del Vangelo. Io qui citerei nella “Gaudium et Spes” un passaggio fondamentale, dove si dice che:

“è dovere di tutto il popolo di Dio, in particolare dei pastori e dei teologi, conoscere, discernere e interpretare il linguaggio del nostro tempo, per poter meglio annunciare il Vangelo e per poter meglio comprendere il Vangelo”.

Qui mi sembra che ci sia un elemento importante. Se vogliamo essere una Chiesa che evangelizza, dobbiamo imparare ad ascoltare quel linguaggio del nostro tempo che è il linguaggio delle donne, il linguaggio della riflessione delle donne, perché non potremmo annunciare il Vangelo adeguatamente senza la parola di donne, ma ugualmente non potremo comprendere oggi (in questa nostra storia) il Vangelo adeguatamente se non ci poniamo nell’ascolto del linguaggio delle donne, se non sappiamo parlare alle donne, ma soprattutto se non sappiamo come Chiesa parlare da donne e come donne. Quindi ministeri e ministerialità dipendono direttamente dalla esperienza di Chiesa, dal volto di Chiesa, ma soprattutto dipendono da quel servire l’evangelizzazione che è il primo principio di esistenza ecclesiale.

Un’evangelizzazione (ripeto) inculturata; un’evangelizzazione che è opera di tutti, di uomini e donne, e che quindi deve avere parole e profilo di uomini e donne; un’evangelizzazione come ermeneutica, come comprensione del Vangelo non solo grazie all’esperienza ed alla parola degli uomini (come è avvenuto per secoli), ma grazie alla parola ed all’esperienza di donne. Allora la sfida che ci sta davanti è un ripensamento complessivo della ministerialità di laici e laiche e un ripensamento complessivo del ministero anche ordinato in relazione alla domanda, alla parola, all’esperienza delle donne. Questo percorso della Chiesa cattolica oggi è già segnato da un già. Vorrei partire da questo già, perché esistono dei passi che abbiamo già compiuto, già fatto.

Il primo passo l’ho già citato. Il post Concilio è segnato dal diffondersi di una diaconia, di una ministerialità laicale delle donne diffusa e plurale: religiose, laiche, catechiste, impegnate nella liturgia, impegnate nella pastorale familiare, nella pastorale giovanile … I campi sono infiniti, come sappiamo. Ma vorrei ricordare che ciò che oggi ci sembra così ovvio cinquant’anni dopo, ma che è frutto di questo cambiamento, di questa prospettiva che il Concilio ci consegna. Secondo elemento, c’è un ministero nuovo (è già ricordato), il ministero delle donne teologhe. Le parole della fede, il sapere della fede ci vengono consegnati anche attraverso la parola di donne.

È la prima volta, dopo 1.500 anni, 1.600 anni, che le donne nella Chiesa cattolica (a parte alcune eccezioni nella vita monastica che ci sono sempre state, nella vita religiosa), è la prima volta che le donne come gruppo, come categoria sociale, hanno la possibilità di offrire una parola teologica, un ministero teologico per l’edificazione della Chiesa. E il terzo aspetto è quello della vita religiosa, in particolare delle missionarie che qualificano e determinano questo cammino. Il Vaticano II ha rappresentato (lo sappiamo) un vero e proprio spartiacque che ci ha offerto i presupposti del riconoscimento come donne portatrici di una parola che fa Chiesa, portatrici quindi di una parola di evangelizzazione, di una parola missionaria, ci ha offerto gli strumenti per poterci pensare, ci ha offerto le opportunità e le possibilità per una presenza visibile, per un’azione responsabile, autorevole nelle diverse Chiese. Che cosa è cambiato con il Concilio e che cosa può ancora cambiare? Dove sta il punto forte?

Mi sembra che il punto chiave, se dovessi riassumerlo, è una riacquisizione di parola, dopo secoli. Si dice a volte che la storia della Chiesa è stata fatta dalla parola degli uomini e dall’azione pubblica degli uomini e dalla presenza silenziosa delle donne. Questo purtroppo è vero, è vero che altre donne hanno sempre annunciato il Vangelo. Io penso che non dobbiamo mai dimenticare che l’annuncio della fede ai bambini, alle nuove generazioni, è sempre passato attraverso la parola delle nonne, delle mamme, delle zie. Questa parola, all’interno del contesto della casa, e la parola all’interno del contesto dei monasteri, dei conventi, è una parola che ha fatto Chiesa, ma l’ha fatto indirettamente. Quello che cambia, con il Vaticano II, è che la parola delle donne è diventata una parola competente, capace cioè di dire in maniera adeguata l’esperienza della fede personale e collettiva.

È diventata una parola autorevole ed è diventata soprattutto una parola pubblica. Le donne non sono più semplicemente dette da altri nella Chiesa. Per secoli siamo state dette da chi aveva gli strumenti, una parola pubblica, una competenza: i maschi, meglio ancora il clero. Oggi le donne hanno una parola, quindi un responsabilità, per dire e per dirsi. Allora, la prima forma di ministerialità è questa soggettualità di una parola autorevole, competente, significativa, una parola che viene riconosciuta finalmente fare Chiesa in senso forte, in senso ampio. Allora una diaconia che segna la vita di tutte le nostre parrocchie, la vita delle comunità ai diversi livelli, la vita delle diocesi, la vita delle Chiese nazionali, la vita dei servizi che la vita religiosa in tante forme va offrendo. E in questo contesto io vorrei segnalare alcuni campi (per rapidi tratti) nei quali la dimensione dell’evangelizzazione, di una parola missionaria, si rivela fare Chiesa in un modo nuovo.

Il primo campo è quello del servizio pastorale a tempo pieno, perché a partire dal Concilio è diventato possibile, sperimentato, un servizio pastorale delle donne a tempo pieno, tanto nelle forme dell’assistente pastorale, della pastorale delle donne in Germania nei contesti di lingua tedesca. Ma pensiamo al vasto mondo del servizio pastorale delle catechiste in Africa, in alcuni Paesi dell’Africa. Pensiamo all’America Latina, qualcosa che conforta. Religiose e laiche assumono questo. Secondo campo, il servizio teologico, le formatrici del clero. Diventa una forma di missione nella nostra Chiesa che trasforma, team di pastorale misti, il ministero della coppia, le profezie dei bisogni che le religiose hanno maturato. Ma in questo già le frontiere vanno oltrepassate, percorse ed oltrepassate, bisogna arrivare alla frontiera e oltrepassarla, perché ci sono una serie di questioni aperte, con le quali ogni riflessione sul ministero si confronti.

Prima questione, le visioni stereotipate sulle donne. È molto facile, anche in ambienti aperti come questo, sentire la piccola battuta che ci rimanda la delegazione (l’ho scritto) alla dolcezza, alla accoglienza, ad essere femminile (che vuol dire obbediente, silenziosa, sempre disposta a tutto). Beh, la ministerialità delle donne oggi, proprio perché siamo non solo titolari ma siamo responsabili di una parola autorevole, pubblica e competente (riprendo questi tre aggettivi), per superare deve aiutare a decostruire queste visioni stereotipate che segnano uomini maschi, clero spesso, ma anche donne. Perché queste visioni stereotipate? Perché ci riportano ancora sostanzialmente ad un immaginario femminile nel senso del materno, in cui in ogni caso sei sposa o madre, fisica o spirituale, ed ogni realtà (anche ministeriale) viene riportata a questo.

Quali sono i ministeri di fatto più diffusi che si chiedono alle donne? I ministeri di cura e di insegnamento, i tipici ministeri materni, quelli che vengono ascritti al materno. È chiaro che riconosco tutto il valore della maternità, ma nel momento in cui ci si dimentica che siamo sorelle, che siamo soggette, soggette di parola nella Chiesa e veniamo riportate ad una stereotipia di un materno sostanzialmente passivo e dedito alla cura ed esclusivamente all’educazione, molte delle nostre potenzialità e forze vengono ad essere ridotte. C’è un sessismo quotidiano che si esprime in giudizi, in attese sull’agire delle donne, che confina l’agire delle donne in campi delimitati e decisi frequentemente quasi esclusivamente dagli uomini.

A una catalogazione dei valori femminili (come onestà, negazione, disponibilità, amore oblativo, capacità di silenzio, pazienza, fedeltà possiamo aggiungere) spesso non fanno corrispondere un analogo elenco di valori maschili. Ed anche il retroterra mariano (con cui viene giustificata questa caratterizzazione di valori) impoverisce i nostri ministeri laicali (di laiche e di religiose). Secondo problema. Abbiamo una resistenza nella Chiesa cattolica delle strutture, c’è un bel soffitto di cristallo (“glass ceiling”). Faccio un esempio molto concreto che riguarda l’annuncio della fede. In Italia noi abbiamo circa 300.000 catechisti. Di questi il 94% sono donne, con tutto il limite di una femminilizzazione estremamente rischiosa da considerare. Beh, 270.000 catechiste, 226 diocesi italiane, quante donne dirigono un ufficio catechistico, mansione per la quale bisogna essere competenti in Bibbia e in Teologia, non bisogna essere ministro ordinato? Arriviamo a dieci, dieci su 226.

Le donne nei ministeri liturgici (dal canto alla sistemazione degli ambienti, alla lettura, …) sono un numero enorme, in grande maggioranza nei ministeri di fatto nella liturgia. Quante donne in Italia dirigono uffici liturgici? Faccio in fretta: zero! Allora, sono ministeri (vi faccio ridere) che vedono in questo soffitto di cristallo un superamento (non voglio parlare di rivendicazione), ma sto dicendo che la nostra Chiesa è povera perché l’interpretazione, l’evangelizzazione e l’ermeneutica richiede un linguaggio, richiede una esperienza anche delle donne. Dove sono presenti le donne? Pastorale familiare, pastorale giovanile, Caritas, uffici missionari. Poche, ma più che le catechiste a proposito della missione ed in confronto alla liturgia ancora di più. La teologia delle donne (questo lo posso dire rapidamente) è una teologia ancora poco ascoltata e poco conosciuta, sia dai colleghi sia (diciamo) dai vescovi.

Ancora, abbiamo un problema di fondo che riguarda i ministeri istituiti. Sono quelli del lettorato e dell’accolitato che sono stati inventati, creati da Papa Paolo VI a Brescia, ministeri istituiti ai quali fa riferimento il “motu proprio Ministeria quaedam”del 15-08-1972. Questi ministeri (il tempo di Paolo VI era ben diverso rispetto al nostro) Paolo VI ha ritenuto, per ragioni di veneranda tradizione e di opportunità pastorale, di riservarli esclusivamente agli uomini maschi. Sono ministeri laicali, sono fondati sul battesimo. Il battesimo è lo stesso per uomini e donne nella Chiesa cristiana, nella Chiesa di Cristo.

Le donne possono esercitare un ministero di fatto di lettore, possono essere ministro straordinario della comunione, reiterato il mandato, ma le donne ancora oggi (40 e passa anni da quel documento) non possono essere istituite per tutta la vita lettore e accolito al servizio della Chiesa. E altrettanto possiamo dire con quella richiesta che era stata fatta di un ministero istituito del catechista o del coordinatore/coordinatrice di comunità. È stato chiesto lungamente da molte Conferenze Episcopali, ma la Chiesa nel suo insieme a livello mondiale non ha ritenuto ancora oggi di istituire in maniera complessiva e collettiva il ministero di coordinatore/coordinatrice di comunità, il ministero del/della catechista della comunità come ministeri istituiti.

Allora noi abbiamo un ministero di fatto che le donne esercitano, ma non abbiamo la possibilità di essere istituite, costituite con questo rito di istituzione per tutta la vita a servizio del servizio della parola e del servizio all’altare come lettore ed accolito. Perché questo? C’è un perché teologico? No, il Papa potrebbe svegliarsi domani mattina e decidere con “motu proprio” di cambiare questo, ma ancora le resistenze dei vescovi sono enormi su questo punto. Faccio un esempio (poco conosciuto, ma che può aiutarci) e poi vado verso la conclusione.

Quando c’è stato il Sinodo sulla Parola di Dio e sulla lettura della Scrittura, i Vescovi hanno prodotto alla fine del Sinodo 51 proposizioni. Di queste 51, una era dedicata all’auspicio che le donne potessero essere istituite come lettori, ministero istituito del lettorato, proposizione n° 17. Viene proposta, c’è una lunga discussione, è la proposta che ha meno voti favorevoli, però riesce a raggiungere la maggioranza. Viene consegnata al Papa. Di 51 proposizioni, proposte, il Papa Benedetto XVI ne accoglie 50. L’unica che nel testo non viene accolta (non sappiamo le motivazioni, molto probabilmente di opportunità pastorale) è quella legata al lettorato.

Allora, cosa vuol dire questa e tante altre realtà? Che c’è una scissione, direi, anche per il tema della ministerialità e del ministero, tra una recezione da parte del popolo di Dio (a livello mondiale con situazioni diverse, ma con una sostanziale accoglienza e riconoscimento dell’apporto delle donne) e  una fatica del magistero che ancora resiste, una fatica di tanti ministri ordinati (preti ed anche diaconi permanenti) che talora resistono su questo punto. Allora la recezione del Concilio vede ancora una sostanziale discriminazione, marginalizzazione, permanenza di una cultura patriarcale a livello generale. È una cultura patriarcale non riflessa, noi discutiamo di ministero ma fatichiamo ancora a dirci come Chiesa di uomini e di donne, a trarre le conseguenze come liturgia, per la catechesi, per la struttura ecclesiale. E dico non solo i ministeri ordinati, dico anche noi laici e laiche che faticosamente ci confrontiamo su questo.

Eppure c’è un ministero necessario della donna, perché la Chiesa sia funzionale, perché ci possa essere una evangelizzazione inculturata, una evangelizzazione come ermeneutica, una evangelizzazione di tutti e di tutte nella Chiesa. E qui proporrei solo alcuni passaggi. Li enuncio rapidamente e sono questi. Il primo è che le donne hanno lungamente riflettuto (anche a livello simbiotico, sociologico) sul rapporto tra identità ed alterità. Il grande tema della missione è il tema di una inculturazione che deve confrontare l’unica identità cristiana con il valore e la forza della pluralità delle culture, del sentire, del confronto con l’altro/l’altra in tutti i suoi aspetti. Allora la riflessione sulle donne, il pensiero della differenza, avrebbe molto da dire proprio per pensare il senso della missione ed i suoi modelli.

Il secondo dato riguarda la questione del potere nella Chiesa. La domanda che le donne fanno su ministerialità e ministero, quale tipo di ministero fa la Chiesa missionaria, porta in primo piano la questione del potere. C’è un modo femminile di esercitare il potere? Alcune ricerche sociologiche hanno individuato questo aspetto, hanno detto di sì, hanno risposto di sì, soprattutto sotto un elemento, un punto di prospettiva. Il primo è lo stile che le donne assumono anche culturalmente nel gestire il potere è uno stile più egualitario, più relazionale, più aperto alla cooperazione, più aperto al lavoro di équipe, mentre il modo maschile è spesso segnato da una forte affermazione individuale.

Suor Elisa Kidané ha detto che sono io l’autrice di queste opere. Io in realtà sono la coordinatrice di due team di lavoro, tutte e due le volte formati da uomini e donne, perché il coordinamento delle teologhe italiane da sempre ha fatto la scelta di lavorare in team, possibilmente noi non lavoriamo da sole, in due o tre oppure addirittura con un gruppo. E quando si tratta di pensare sulla riforma della Chiesa o il diaconato delle donne, abbiamo ritenuto essenziale che fossero gruppi di lavoro. È un modo di esercitare il potere differente. Secondo aspetto. Le donne sono particolarmente sensibili al “potere di”, meno interessate al “potere su” e le ricerche sociologiche mostrano con estrema lucidità che c’è un modo diverso di arrivare al potere. C’è un modo maschile, che è fortemente legato alla sollecitazione al carisma, strategie per arrivare al potere. C’è un modo femminile, che è fortemente legato alla competenza ed alla abnegazione. Noi gestiamo il potere attraverso reti relazionali, c’è un modo molto maschile invece legato all’autoreferenzialità ed ad una concretezza di affermazione.

Non ho detto niente sul ministero ordinato. Prima di tutto, abbiamo appena riflettuto su questo tema. Personalmente (così vado a concludere) ritengo che la questione del dibattito sul ministero sia una questione essenziale. Già nel Concilio era emerso questo tema, attraverso una Lettera Aperta che alcune donne, alcune ragazze teologhe, avevano rivolto a tutti i Padri Conciliari. Il titolo del libretto della Lettera Aperta era “Non siamo più disposte a tacere”. E si chiedeva di riflettere (alla Chiesa ed ai Padri del Concilio) sul tema dell’ordinazione al diaconato e dell’ordinazione al presbiterato delle donne. Immediatamente dopo, “Osservatore Romano” pubblica tre articoli nei quali si dice sostanzialmente che il tema è un tema senza fondamento, che immediatamente verrà dimenticato e che non ci sarà dibattito su questo. Mai profezia fu meno lucida, perché nei sei anni successivi vennero pubblicati 300 fra articoli e libri dedicati a questo tema dell’ordinazione delle donne.

Su questo punto (magari poi ci ritorniamo nel dibattito) ci sono due documenti magisteriali del 1976 e del 1994, che limitano in maniera molto puntuale e decisa il dibattito esclusivamente al diaconato alle donne, perché la Chiesa cattolica ritiene dopo il 1994 di non poter ordinare per ragioni di tradizione ininterrotta, permanente, donne al presbiterato. Ma il dibattito sul diaconato (come sapete) da due anni è ritornato al centro della nostra attenzione e personalmente ritengo che non solo sia possibile, ma che sia necessario nella Chiesa di oggi. Per una Chiesa missionaria (pensando ad una Chiesa diffusa a livello mondiale, dove già le donne coordinato e animano la vita di comunità pastorali anche in assenza di presbitero, di uomo, giustamente anche) ritengo che il diaconato sia un passaggio ed un servizio per una parola pubblica che fa Chiesa assolutamente essenziale e necessario.

È proprio del diacono (e concludo) curare e custodire l’apostolicità della fede nella qualità delle relazioni umane, nella bontà dell’amore e nel servizio. Il Vangelo non è collegato solo alla celebrazione sacramentale, ma trova la sua verità profonda e qualificante nelle relazioni di amore, nelle relazioni di servizio a partire dal più povero. Allora il diacono ed il diaconato, questa parola pubblica che custodisce nel Vangelo un elemento essenziale. E allora vorrei concludere lasciando ancora una volta la parola a Madeleine Delbrêl ed alla sua ultima conferenza, tenuta poco prima di morire. Così scriveva:

“Noi non siamo i primi, come cristiani, a doverci introdurre in un tempo nuovo. Altri hanno dovuto, prima di noi, camminare su terreni sconosciuti, senza poter imitare un precursore, un compagno. Ma Dio resta padre, non ci prova per farci cadere in tentazione. Se è necessario, ci invia delle guide e la grazia di poterle riconoscere”.

Siamo in un tempo in cui si apre uno spazio nuovo. Questo spazio nuovo è la riforma della Chiesa con le donne e grazie anche alle donne, tempo di riforma che chiede di ripensare il ministero ordinato, questione tabù ma assolutamente necessaria. Abbiamo delle guide, abbiamo dei compagni e delle compagne anche a livello ecumenico. Che ci sia data la grazia di riconoscerle per poter camminare insieme.