Cammino Formativo

La spiritualità missionaria: dall’ascolto della Parola al nostro vissuto

Natura e fondamenti della spiritualità missionaria

Francesco Grasselli, Laico

12 set 2016

Nel Cammino Formativo di Missio Toscana, Francesco Grasselli propone una riflessione sulla “Natura e i fondamenti della Spiritualità Missionaria“. L’occasione è l’incontro di Formazione Missionaria regionale dal tema “La spiritualità missionaria: dall’ascolto della Parola al nostro vissuto“.

Premessa

  1. Cosa si intende per “spiritualità”
  2. La spiritualità missionaria, dimensione “essenziale” della spiritualità cristiana
  3. La spiritualità missionaria come spiritualità legata a specifici carismi e “mandati”
  4. La spiritualità missionaria oggi. Coordinate storiche:
  • lo spirito di accoglienza dell’altro come icona del totalmente Altro;
  • la comunione con i poveri, nuovo Tempio e Volto di Dio;
  • l’abitudine ad “andare insieme”, conservando un’identità comunionale.

Prima di chiederci che cos’è  la  spiritualità  missionaria,  vogliamo chiarire brevemente il termine spiritualità, che viene pronunciato con sempre maggiore frequenza, ma ad esprimere un’idea vaga, indeterminata e qualche volta sbagliata. Spiritualità è un termine riferibile a ogni religione e anche a persone che non hanno alcuna fede, ma possono lo stesso essere di “profonda spiritualità”. Tuttavia noi ne parliamo con riferimento specifico alla fede e alla vita cristiana.

Il cristiano è uno che vive nello Spirito, quello Spirito che gli è stato donato nel Battesimo come frutto delle morte-risurrezione di Gesù, quello Spirito che lo porta a vivere la piena comunione con il Cristo capo e con le sue membra, cosicché può dire con Paolo “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20).

La spiritualità cristiana fa riferimento alla vita prima che alla dottrina, tanto che alcuni tendono a definirla come “la Vita Nuova nello Spirito”. Ma questa è la vita cristiana tout court e non si vede perché occorrerebbe scomodare una categoria nuova come quella di spiritualità.

In proposito c’è stata, in passato, una qualche difficoltà a definire gli ambiti specifici di due materie teologiche: la teologia morale e la teologia spirituale. Una certa tradizione assegnava alla teologia morale il compito, tutto in negativo, di definire “ciò che è peccato” e alla teologia spirituale il cammino verso la santità, come se questa fosse un punto di arrivo e non invece il dato originale della grazia a noi conferita in Cristo. Questa divisione oggi è sorpassata, dovendo la teologia morale occuparsi di tutto ciò che comporta la “Vita Nuova nello Spirito” nei vari ambiti della nostra esistenza: individuale e comunitario, privato e pubblico, in negativo e in positivo…

Ma con ciò diventa ancor più arduo definire la spiritualità, ossia l’oggetto della teologia spirituale. Alcuni, allora, riferiscono questo termine solo alla “vita mistica”, cioè agli stadi supremi della comunione con Dio così com’è percepibile in questa vita per particolari doni; ma anche qui si aprono problemi non facili, perché un certo grado di mistica è patrimonio di ogni vita di fede.

Saremmo propensi perciò a definire la spiritualità come consapevolezza o coscienza soggettiva della Vita Nuova nello Spirito: è quello che Paolo chiama nella sue lettere “conoscenza”, intendendo la parola conoscenza nel suo substrato semitico e non nel senso greco del termine. La conoscenza è un’esperienza consapevole, sentita, profonda di ciò che Dio opera in noi e del nostro operare in Lui.

Questa “esperienza di Dio” si esplicita soprattutto nella preghiera, che nella sua elevazione giunge all’orazione, alla contemplazione e ai livelli descritti dai grandi mistici.

La preghiera, l’orazione, la contemplazione, la mistica non sono caratteristiche di una particolare spiritualità: per fare un esempio, della spiritualità del Carmelo o della spiritualità monastica in genere… Sono elementi comuni di ogni spiritualità cristiana. È solo il modo di vivere e coltivare queste realtà che varia, per esempio, fra la vita monastica e la vita missionaria, fra la vita religiosa e la vita laicale…

Occorre inoltre tener conto che ogni nostra “conoscenza del mistero” e quindi ogni tipo di preghiera è dono dello Spirito: non solo noi non possiamo fare il minimo atto di fede, dire “Gesù è il Signore” senza l’azione dello Spirito Santo  (Cfr. 1 Cor 12,3), ma non possiamo neanche avere la minima percezione di ciò che Dio opera in noi e nel mondo e rivolgerci a Lui con sentimenti di riconoscenza, di lode, di pentimento o di invocazione senza la stessa divina assistenza.

“Insisto su questa “definizione” della spiritualità come esperienza soggettiva della nostra comunione con Dio”, perché da essa derivano importanti conseguenze.”

  1. Esistono tante spiritualità quanti sono i soggetti cristiani. Ognuno di noi ha una sua propria spiritualità, che non è del tutto riducibile a quella di nessun altro. Sulla spiritualità di ognuno influisce il proprio temperamento, la propria sensibilità, la propria storia personale.
  2. Però, siccome ognuno di noi riceve – dalla famiglia, dall’ambiente, dal proprio tempo, dalla cultura, dall’educazione – quella che gli psicologi definiscono la personalità di base, ecco che la spiritualità di ciascuno si colloca in particolari aree, appartiene a particolari “scuole”, risente di influssi anche collettivi o comunitari…
  3. Essendo poi quell’esperienza soggettiva di Dio fondamentalmente dono dello Spirito, essa fa riferimento a particolari doni o carismi che ciascuno riceve e che alcuni ricevono in modo particolare per il bene di tutti, per la ekklesía tou Theou, cioè per la convocazione di tutti nel regno del Signore e per la crescita di tutti verso la piena statura del Cristo in noi (Cfr. Ef 4,11-16).
  4. Ne consegue che il dominio della spiritualità è il dominio della varietà: la Chiesa come un giardino di varie erbe e piante e fiori, che compongono una meravigliosa armonia. Ne consegue anche la gioia di vedere e accogliere questa varietà come espressione del mistero infinito e insondabile di Cristo e di Dio. Non c’è invidia o rimpianto nel regno del Signore. Non c’è neanche il puntiglioso vanto della propria esperienza soggettiva a discapito di quella degli altri, come se quella fosse di minor valore, meno “essenziale”…
  5. La varietà si esprime anche in varietà di “famiglie”, “gruppi”, “movimenti”…; e qui c’è però anche un pericolo, perché Paolo esorta i cristiani, tutti i cristiani, ad avere un comune sentire, “gli stessi sentimenti che furono di Gesù Cristo” (Cfr. 1 Cor 1,10; Fil 2,2.5)  Che significa questo? Che se c’è un elemento soggettivo nella spiritualità, esso deve però rimanere configurato dall’elemento oggettivo, fondante, essenziale. L’elemento oggettivo è il mistero stesso di Cristo, la sua Rivelazione, ciò che i teologi chiamano la fides quae creditur in rapporto alla fides qua creditur.

Ogni spiritualità cristiana, per definirsi adeguatamente tale, deve avere alcuni elementi essenziali, dai quali non si può prescindere se si vuole che rimanga autentica. Questi elementi essenziali vanno chiariti, altrimenti si hanno spiritualità manchevoli, distorte, unilaterali, che deformano il volto della Chiesa invece di abbellirlo… La spiritualità cristiana non può non essere evangelica, in tutto ciò che Vangelo vuol dire. La spiritualità cristiana non può non essere liturgica o eucaristica; non può non essere ecclesiale; così come non può non essere cristocentrica e regnocentrica… Quello che a ogni percezione soggettiva del mistero di Cristo è consentito, è solo una particolare sottolineatura di un elemento dello stesso mistero, un’assunzione privilegiata, potremmo dire, fatta in obbedienza a un particolare influsso dello Spirito stesso, ma senza trascurare o tralasciare nulla dello stesso mistero. Varietà nell’unità ed essenzialità senza stravaganze (extra vagare) sono caratteristiche “naturali” di ogni spiritualità cristiana .

La spiritualità missionaria, dimensione “essenziale” della spiritualità cristiana

Veniamo così alla spiritualità missionaria, come elemento essenziale di ogni spiritualità cristiana. Perché elemento essenziale? Perché collegato a un aspetto del mistero cristiano che nessun battezzato può trascurare o tralasciare. Questo aspetto si può esprimere con le parole di Gv 3,16-17:

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”.

Qualche breve cenno esegetico. Dio, nel linguaggio giovanneo, è il Padre, la Fonte originaria dell’Essere. Il Padre ha “dato” il Figlio suo amatissimo: lo ha consegnato alla morte, meglio, lo ha consegnato a un mondo che è nel peccato e il peccato del mondo lo ha condannato a morire. Ma da questa morte accettata come atto di obbedienza all’amore del Padre per il mondo, è scaturita la vita nuova del mondo (la vita eterna). Tre verbi risuonano in questi versetti: amare, mandare, consegnare. Dall’amore è scaturita la missione; dalla missione il mistero pasquale; dal mistero pasquale il dono dello Spirito, cioè la salvezza. La missione come opera trinitaria. Nella luce della Pasqua l’evangelista Giovanni la esprime così: “«Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, così io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo…»” (Gv 20,21-22).

Ma un’altra parola è da esaminare con attenzione: la parola “mondo”. Il Padre ha tanto amato il mondo e ha mandato nel mondo il Figlio. Non è solo la creazione, il cosmo; è il mondo della storia, il mondo del peccato umano; il mondo che ha come principe Satana, l’avversario di Dio. Questo mondo Dio lo ha amato e lo ha amato pur sapendo che avrebbe respinto e ucciso il Figlio. Questo mondo Dio lo ha salvato, pur sapendo che non si sarebbe allontanato da Satana e che l’eredità del Figlio, nella sua Chiesa, sarebbe stata la persecuzione durante tutti i secoli.

Il soffermarsi su questo passo è giustificato per il fatto che il cuore della spiritualità missionaria sta proprio nell’assunzione consapevole di questo amore di Dio per il mondo peccatore; anzi, nella partecipazione mistica a questo amore, donata dallo Spirito Santo a ogni cristiano fin dal Battesimo: infatti, questo amore di Dio per il mondo è un elemento essenziale della realtà cristiana, senza il quale non si spiegherebbe né la creazione né la redenzione e tutta la storia della salvezza.

Da notare che non si tratta di un amore generico, che tutto avvolge in una specie di manto indifferenziato: è amore per ogni singola creatura, per quanto piccola e povera essa sia.

Tu, Dio, ami tutte le cose che sono e nulla disprezzi di ciò che esiste, perché se tu odiassi qualche cosa non l’avresti neppure creata. Come può sussistere una cosa se tu non vuoi? O conservarsi se non la chiami all’esistenza. Tu conservi tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita” (Sap 11,24-25).

San Paolo, che pure è l’annunciatore dell’amore universale di Dio, dirà: “Ha amato me e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Ma non c’è contrasto tra l’amore del tutto e l’amore del singolo essere, perché Dio ama ogni cosa nell’armonia del tutto. Ogni cosa ha creato nel Verbo (“Senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste”) e ogni cosa raduna dalla dispersione nell’unità del Cristo Risorto. Questa passione per l’unità è passione di Dio che il suo Spirito comunica a ogni credente.

Come abbiamo accennato, l’icona di questo amore “irragionevole” di Dio per il mondo (amore di misericordia) è il Crocifisso. È ai piedi del Crocifisso che Giovanni ha imparato che “Dio è amore” (Cf 1 Gv 4,8-10) e ai piedi del Crocifisso molti grandi missionari hanno maturato la loro vocazione.
Ma accanto all’icona del crocifisso, un’altra sta a denotare la spiritualità missionaria: il mappamondo o il planisfero, cioè i simboli della totalità dell’ecumene, di tutta la terra abitata. Oggi forse prenderemmo i simboli del cosmo, dell’intera e sconfinata creazione di Dio nello spazio e attraverso il tempo. “Tu Dio ami tutte le cose che sono”: in questa partecipazione all’amore di Dio sta la radice della spiritualità missionaria. Ma è un amore che conduce fino alla croce, un amore donazione, un amore che impegna la vita, tutta la vita: la frase citata poc’anzi dalla 1 Gv termina così: “Se egli ha dato la vita per noi, anche noi dobbiamo dare la vita per i nostri fratelli”.

Altro elemento essenziale della spiritualità cristiana in quanto spiritualità missionaria è quella che chiamerei propensione al futuro di Dio. Ne troviamo un’icona in Abramo, il padre di ogni credente, che ascolta la voce di Dio quando gli dice:

“Lascia il tuo paese, la tua patria, la casa di tuo padre e va nel paese che io ti indicherò” (Gn 12,1).

Notiamo che ci sono due prospettive in questo imperativo di Dio. Da una parte il lasciare: distacco dalla propria terra, dalla propria società, dalla propria famiglia; spogliamento di tutte le sicurezze psicologiche, sociali ed economiche. Dall’altro l’andare verso l’ignoto (“il paese che ti indicherò”: non un paese preciso, previsto e in qualche modo conosciuto). Sia il lasciare che l’andare riguardano anche l’aspetto religioso della vita: Abramo, lasciando la sua casa, lascia anche la sua divinità o le sue divinità tribali; né conosce ancora il suo Dio. Lo conoscerà seguendone il cammino, la voce, facendo esperienza di Lui. Abbiamo chiamato tutto ciò: propensione al futuro di Dio, proprio perché Dio sta in quel futuro al quale orienta e non Lo si accoglie pienamente se non accogliendo la scommessa che Lui propone. Ritroviamo questa connotazione vocazionale in Mosè, nei profeti, in Gesù Cristo: anche Lui lascia ciò che conosce (il seno del Padre nell’unità dello Spirito) per entrare in quel “limite” creaturale che arriverà fino alla morte e che gli conferirà un modo nuovo di essere Dio: un Dio incarnato, un Dio-uomo, una “novità divina” che prima (se è consentito parlare così di Dio) non esisteva. “Il Verbo si è fatto carne”: un Dio che diviene.

Questo elemento della spiritualità cristiana è modernissimo, ma è di tutta la storia della Chiesa e il movimento missionario è sempre stato, quando c’è stato, motore di rinnovamento della Chiesa, ricerca di un Dio che viene, scoperta di ciò che è già dato ma non ancora svelato. La Chiesa non ha spiritualità missionaria quando si attacca a sicurezze umane, anche religiose; quando pensa di avere già tutto e non cerca più; quando non sente davanti a sé tutto il futuro di Dio. Torneremo su questo tema anche parlando della spiritualità missionaria nel nostro tempo.

La spiritualità missionaria come spiritualità legata a specifici carismi e “mandati”

Se la partecipazione donata all’amore di Dio per il mondo e la propensione al futuro di Dio denotano la spiritualità di ogni cristiano come spiritualità missionaria, in che cosa consiste la spiritualità missionaria specifica e – domanda nella domanda – a chi è richiesta questa spiritualità missionaria specifica?

Siccome la spiritualità parte dall’esperienza, dalla vita, dalla storia, notiamo che nella storia la missionarietà specifica è legata alla partenza per i cosiddetti “paesi di missione”, cioè per i paesi non evangelizzati, e pone l’accento sul primo annuncio del Vangelo, proprio come annuncio di salvezza per quanti non conoscono il Signore.

Anche questa spiritualità missionaria specifica ha mille e mille espressioni diverse, ma sono due gli aspetti principali che la contraddistinguono:

  1. Un’accentuazione, un sentire in modo speciale l’amorosa volontà divina di portare tutti alla salvezza in Cristo.
  2. Una speciale adesione al Cristo inviato, al missionario del Padre che si fa obbediente fino alla morte e alla morte di Croce per ricondurre tutti all’unità del regno di Dio. Leggiamo al n. 88 della Redemptoris missio: “Nota essenziale della spiritualità missionaria («una specifica spiritualità che riguarda, in particolare, quanti Dio ha chiamato ad essere missionari»: cfr. lo stesso Documento al n. 87a) è la comunione intima con Cristo: non si può comprendere e vivere la missione se non riferendosi a Cristo come l’inviato ad evangelizzare. Paolo ne descrive gli atteggiamenti: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce (Fil 2,5-8)»”.

Questi due elementi si ritrovano in tutti coloro che nella storia del cristianesimo si sono prodigati perché il Vangelo giungesse fino agli estremi confini della terra.

Tutte le altre forme di “specificità” le considererei legittime, in qualche misura obbligate, ma secondarie.

C’è una spiritualità missionaria diversa nelle varie epoche della storia (primi secoli cristiani, basso Medioevo, alto medioevo, dopo la Riforma, dalla rinascita missionaria del 19.mo secolo al Concilio Vaticano II, dopo lo stesso Concilio…). Potremmo descrivere i tratti caratteristici di ognuna, che dipendono dalla particolare congerie del tempo, dalla particolare condizione della vita ecclesiale, dalla teologia, in particolare dall’ecclesiologia prevalente in quel periodo.

C’è una spiritualità missionaria diversa nei vari Ordini che hanno mandato missionari nel mondo, nelle Congregazioni aventi missioni estere, negli Istituti specificamente missionari sorti a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Derivano tale spiritualità dal carisma dei loro Fondatori o Fondatrici, i quali a loro volta hanno “assunto e maturato” il dono particolare dello Spirito in una particolare stagione storica ed ecclesiale.

Conviene chiedersi, oggi in particolare, se c’è una specifica spiritualità missionaria nelle Chiese locali e nelle varie categorie del popolo di Dio, per esempio nei laici, nelle famiglie, nei preti diocesani…, quando questi non partono fisicamente per terre straniere? Io credo di sì (ma potrà essere un tema di discussione) e suffrago questa mia convinzione con due ragioni:

  • Hanno avuto, nella storia, un carisma missionario specifico fondatori e fondatrici di Istituti o loro collaboratori che non sono affatto partiti, ma hanno “mandato”, preparato, formato, sostenuto coloro che erano chiamati a partire.
  • Oggi la partenza geografica (non quella “spirituale” di cui abbiamo parlato sopra) non è più un elemento così qualificante della missione, sia perché si va e si torna con più facilità, sia perché anche il proprio paese, la propria patria, la propria casa è spesso terra da evangelizzare.

Se questo è vero, sta davanti a noi un triplice compito:

  1. vivere la spiritualità missionaria in quegli elementi che sono essenziali alla spiritualità cristiana;
  2. coltivare in tutto il popolo di Dio questa spiritualità missionaria essenziale;
  3. scoprire se noi e chi intorno a noi, nelle varie categorie del popolo di Dio, è chiamato a una spiritualità missionaria specifica.

La spiritualità missionaria oggi. Coordinate storiche

Se la spiritualità ha sempre delle coordinate storiche, per l’elemento soggettivo dell’esperienza cristiana di cui abbiamo ampiamente parlato, possiamo e anzi dobbiamo chiederci quali sono le coordinate storiche della spiritualità missionaria del nostro tempo, cercando anche di chiarire perché queste e non altre.

Direi che la modalità più rimarchevole della spiritualità missionari del nostro tempo, nella quale si assume sia l’amore di Dio per il mondo, sia la propensione al futuro di Dio, è quella dell’ASCOLTO. Essa è legata prima di tutto a quella condizione dell’esistenza attuale, sia singola che collettiva, che va sotto il nome di “mondialità”. Nell’orizzonte della Chiesa sono entrati popoli nuovi, altre culture, altre religioni. La Chiesa si sta “sciogliendo” dall’Occidente e per la prima volta nella storia diventa veramente cattolica.

Ma è legata anche a una nuova visione teologica della missione: la missione si scopre sempre più come accoglienza dell’altro. Chiesa e missione in qualche modo si sovrappongono come “convocazione di Dio” (ekklesía tou Theou). Dovunque la Chiesa è convocazione e dovunque la convocazione è Chiesa. La missione è, in questa era globale, Chiesa in fieri , aperta a ciò che lo Spirito le porterà da tutti i popoli, da tutte le culture, da tutte le religioni, da tutte le visioni del mondo. Gli elementi istituzionali della Chiesa e della missione, pur necessari, devono cedere spazio a quelli profetici. Noi sappiamo ciò che la Chiesa è stata, ma non quello che sarà, se non nei suoi elementi fondamentali, legati al Vangelo. La spiritualità missionaria mai come oggi è legata all’ascolto di “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” attraverso il genio dei vari popoli e quanto lo Spirito stesso ha in essi operato.

Altra “coordinata storica della missione” è la COMUNIONE CON I POVERI, tempio e  volto di Dio. Fin dal Concilio Vaticano II e poi nella Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano a Medellín i poveri tornarono ad essere al centro dell’attenzione della Chiesa. Fu certamente l’immensa estensione della povertà e le condizioni di oppressione disumana a risvegliare la coscienza cristiana. Ma il punto di svolta si ebbe quando la Chiesa abbandonò il tradizionale atteggiamento paternalistico di una “Chiesa per i poveri” e si cominciò a parlare di una “Chiesa dei poveri”. “Il problema non era tanto che i poveri avessero bisogno della Chiesa, quanto che la Chiesa – se voleva restare vicina al suo Signore povero – aveva bisogno dei poveri”. La categoria dei poveri è molto vasta: in essa comprendiamo tutti i senza potere, i senza voce, gli emarginati, le vittime di un’immensa struttura di ingiustizia che oggi sembra dominare il mondo. Sono essi che hanno una percezione più vera del Vangelo, sono essi ad essere evangelizzati (Cfr. Lc 4,18). Uno strano paradosso mette in crisi l’impianto tradizionale della missione: la Chiesa non può annunciare il Vangelo al mondo, se prima non lo legge prendendo in prestito gli occhi dai poveri. La spiritualità missionaria si nutre della testimonianza di migliaia di missionari che accanto ai poveri ci stanno da mattina a sera e, per quanto possono, ne condividono le sofferenze, le speranze, spesso la fede.

Ma noi oggi dobbiamo considerare che i poveri non sono lontani, non sono solo un problema mondiale: sono incontri che facciamo ogni giorno, se vogliamo farli. Altrimenti gli passiamo accanto come il sacerdote e il levita della parabola, abbandonando così il Dio ferito sulla nostra strada. Basta un povero, un povero solo ma che entri effettivamente nella nostra vita quotidiana, a ridarci il sapore autentico del Vangelo e il senso profondo dell’incontro con Dio.

La terza coordinata storica della spiritualità missionaria è oggi LA FRATERNITÀ. Quella degli Atti degli Apostoli (2,42-48; 4,32-35; ecc.), che si esprime nel fare e mettere tutto in comune, nell’andare gli uni verso gli altri e, insieme, verso altri ancora. Vivere la Chiesa come una comunione aperta, senza confini, ma proprio per questo molto intensa e quasi intima. La missione universale esige una comunione molto localizzata, direi quasi ristretta. Si parla oggi molto di Chiesa locale, ma il termine diventa evanescente o accademico se non costruiamo veramente piccole comunità di vita e di fede, di speranza accogliente, che siano quasi anticipazioni del regno di Dio. E anche se ci preoccupiamo, giustamente, di un’azione politica, efficace, nella società e nella storia, oso dire che creare simili piccole comunità di fede e di vita è l’azione politica più forte, il segno dirompente di una nuova logica che entra nel mondo e lo sconvolge. Non ci sforzeremo mai abbastanza di vivere e testimoniare e annunciare così la comunione in Cristo, l’essere in Lui un corpo solo, con un solo sentire.

Per concludere:

Vorrei concludere con una citazione dalla 1 Cor 8,2: “Se qualcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora capito come bisogna sapere”. Richiamandoci al fatto di aver “definito” la spiritualità come conoscenza della Vita Nuova nello Spirito, dobbiamo aggiungere che ora conosciamo come in uno specchio, in maniera confusa (Cfr. 1 Cor 13,12. Si pensi agli specchi di allora, non a quelli di adesso!).

L’esperienza che abbiamo della nostra stessa comunione con Dio, anche sotto forma di spiritualità missionaria, è molto limitata. Solo in Cielo sapremo quello che adesso già siamo.

E in questo senso giova chiedersi se la spiritualità missionaria è un fine o un mezzo. La risposta è difficile, ma inclinerei a metterla più nell’ambito dei mezzi che dei fini. Mi spiego: è la comunione con Dio il fine della nostra vita. Vivere già qui sulla terra questa comunione o Vita Nuova nello Spirito è un fine. Ma l’esperienza soggettiva, fino ai limiti dell’esperienza mistica, è un mezzo per farci crescere nella comunione, per farcela desiderare sempre più, per edificarla nella Chiesa e nel mondo, per farci superare le prove dell’evangelizzazione, le inevitabili persecuzioni esterne e interne!

Si pensi alla trasfigurazione di Gesù sul Tabor e al Getsemani. Credo che Gesù-uomo abbia avuto la massima comunione con il Padre non sul Monte Tabor, ma nell’Orto degli Ulivi, quando riuscì a dire: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia sia fatta non la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). Mentre sperimentava la  lontananza di Dio, raggiungeva la massima comunione. Questo per evitarci i pericoli della concentrazione spiritualista e la contemporanea svalutazione della teologia o dell’azione missionaria. I Padri spirituali ci inducono a volte in questa tentazione. E la spiritualità missionaria che non fiorisca in autentica, fattiva carità secondo la propria vocazione è, lasciatemelo dire, una gran bischerata!.

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