Don Gherardo è fidei donum in Ciad, presso la città di N’Djamena.
Ha seguito personalmente lo sviluppo della parrocchia e la costruzione di una casa.
Nella seguente lettera ci aggiorna sugli ultimi sviluppi della missione
N’Djamena 14 dicembre 2015
Carissimi/e,
Ci avviciniamo alla festa del Natale di questo importante anno pastorale, caratterizzato dal giubileo della misericordia che abbiamo appena cominciato. Condividere con voi qualche riflessione e esperienza vissute negli ultimi mesi, diventa anche per me l’occasione per lasciarmi sorprendere dalla forza di un amore che ci precede sempre, soprattutto in questi tempi difficili della nostra storia. Il Signore si rivela nella debolezza di un bambino e ci invita a cogliere i segni del suo regno che viene senza attirare l’attenzione (Lc 17,20). Porto ancora oggi nel cuore un ricordo bello delle ultime celebrazioni pasquali nella nostra parrocchia. L’adorazione della croce del venerdì santo, in particolare, è vissuta qui sempre con grande intensità. La croce è deposta per terra davanti all’altare, leggermente sollevata su delle piccole basi. Ognuno si avvicina in ginocchio per appoggiare la testa sulla croce e per raccogliersi in un breve momento di preghiera. La celebrazione è molto lunga perché i fedeli sono numerosi e, tra un canto e l’altro, osservo i fedeli che compiono questo gesto a gruppi di dieci persone circa. Mi colpisce tantissimo una bambina che si avvicina tenendo per mano la sua sorellina, quest’ultima resta un po’ dietro e non trova lo spazio per appoggiare la sua fronte sulla croce, nonostante qualche timido sforzo. Alla fine decide di appoggiare la testa sulla schiena di sua sorella che è davanti a lei e compie così in modo bellissimo il suo atto di adorazione. Contemplando questa scena mi vengono in mente le parole del beato Charles de Foucauld che dice: “Vorrei essere così buono, somigliare così tanto a Gesù che gli altri vedendomi possano dire: ‘Se quest’uomo è così buono, la sua religione deve essere buona’,…”. In questi tempi difficili della nostra storia, colmi di grandi speranze e di forti contraddizioni, mi sembra davvero importante combattere il fondamentalismo che si annida nel cuore di ognuno di noi e credere nel valore dei piccoli gesti di amicizia e di perdono attraverso i quali possiamo dire in modo concreto come san Paolo: “Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1 Cor 11,1). In questi ultimi mesi è motivo di grande gioia la presenza qui a N’Djamena di alcuni amici italiani (Simone e Antonio) che sono venuti per dare una mano nella parrocchia e si fanno prossimi per condividere le loro competenze, i doni di Dio. Proprio il giorno dell’arrivo di Simone, un amico della Comunità del Mulino di Casole a Vicchio, mentre lo aspetto nel piazzale dell’aeroporto, osservo ancora una scena che mi colpisce profondamente. Vicino a me, all’ombra di un grande cartellone pubblicitario, arriva un gruppo di donne con degli abiti coloratissimi molto belli. Parlano in arabo e non capisco nemmeno una parola di quello che dicono, ma sono tutte molto sorridenti. Mi viene da pensare che forse stanno attendendo i loro mariti che rientrano da un viaggio. Soltanto una di loro ha un bambino piccolo, anche lui ben vestito, che si diverte a giocare con una bottiglietta vuota di plastica. A un certo punto gli sfugge la bottiglia di mano e il vento la porta rapidamente sulla strada che dà accesso al parcheggio delle macchine. Le donne interrompono la loro conversazione e gridano forte per bloccare il bambino che vorrebbe correre a recuperarla. Quest’ultimo resta come paralizzato e non fa nemmeno in tempo a capire il motivo del grido, che una macchina arriva, schiaccia la bottiglia e la getta lontano rendendola completamente piatta. A questo punto le donne riprendono la parola con un tono che sa di sollievo e ancora di rimprovero per dire al bambino: “Hai visto?” Mi viene da pensare che questa scena sia un po’ un’immagine del nostro mondo e che quel bambino che resta come pietrificato per la paura, ci parli delle difficoltà attuali del continente africano. Quest’anno i Vescovi ciadiani hanno dedicato il loro consueto messaggio natalizio al tema dello sviluppo integrale. In un passaggio di questo documento parlano delle ONG che operano nel campo dello sviluppo, dicendo che fanno spesso assistenza invece di aiutare l’uomo nella sua auto-promozione. Alcune poi sono semplicemente interessate allo loro sussistenza e traggono profitto senza vergogna dalla condizione miserabile della gente. La macchina che passa a tutta velocità e schiaccia la bottiglia non è forse un’immagine di una certa mentalità mondana che corre rapidamente verso un presunto progresso, senza porsi tante domande sui mezzi per raggiungerlo? Come è triste constatare che appare “normale” reagire agli attacchi terroristici con le guerre di repressione o di prevenzione o condannando a morte delle persone che stavano preparando un attentato com’è avvenuto qui in Ciad. Martin Luther King diceva che “finché nel mondo c’è una sola persona oppressa, anch’io sono oppresso”. E se provassimo a “scendere dalla macchina” e andare un po’ più piano, a piedi o in bici? E se provassimo a staccarci un po’ dal computer o dal telefono per cercare un contatto reale e non solo virtuale col prossimo? Chissà? Forse capiremmo meglio che quel che abbiamo in più non ci appartiene e troveremmo la forza e la gioia per condividerlo, o più precisamente per “restituirlo”. Le persone qui sono talmente abituate a vedermi girare in macchina, che se una volta decido di fare due passi per andare a visitare un malato, trovo sempre qualcuno che mi chiede: “Padre, ma che le si è guastata la macchina?”. Alcuni bambini invece mi vedono da lontano e corrono semplicemente per venire a salutarmi e darmi la mano. Ancora una volta mi lascio istruire da loro, sull’importanza dei gesti di gratuità e di attenzione al rispetto profondo della dignità di ogni persona, per combattere i rischi del paternalismo. Abbiamo cercato di vivere questo atteggiamento in particolare nel servizio pastorale alla prigione. Quest’anno alcuni detenuti ci hanno chiesto di fare la catechesi per prepararsi al Battesimo e poiché non abbiamo un numero sufficiente di catechisti delle parrocchie disponibili per questo servizio, abbiamo scelto alcuni prigionieri già battezzati per prepararli a annunciare loro stessi la Parola di Dio ai loro fratelli. All’inizio del mese di novembre poi, durante la Messa, abbiamo fatto l’invio dei catechisti. È stata una celebrazione bellissima, i detenuti catechisti avevano un volto luminoso, percepivo in loro quella gioia del Vangelo, la gioia di colui che si sente perdonato e scelto nello stesso istante (miserando atque eligendo). Il Signore che ci rende ricchi con la sua povertà, ci doni sempre il coraggio di fare il primo passo per andare incontro all’altro con generosità e gratuità. I nostri occhi si apriranno per riconoscere meglio l’opera meravigliosa di Dio. Lui che ama costruire con le pietre scartate , ne sono convinto, saprà fare cose belle anche con le “bottiglie schiacciate”!
Buon Natale, con affetto GherardoP.S. La nostra parrocchia è stata scelta dall’Amministratore diocesano come “Concattedrale” per il Giubileo della Misericordia. Ci stiamo attrezzando per l’apertura di una porta santa che non è proprio una cosa facilissima dato che non abbiamo una chiesa, ma solo un’area di preghiera all’aperto. Con l’aiuto di tanti amici, tuttavia, l’area di preghiera sta diventando molto bella e sono davvero contento che possa diventare un luogo significativo per fare esperienza della misericordia di Dio. Grazie di cuore a tutti coloro che ci hanno aiutato, in particolare agli amici di San Romolo a Bivigliano.

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