Pubblichiamo alcuni stralci di una lettera che il Vescovo Paolo Bizzeti ha indirizzato al Centro Missionario quando è venuto a conoscenza che l’Arcidiocesi di Firenze aveva deciso di dedicare al Vicariato Apostolico dell’Anatolia l’Avvento di fraternità 2017.

…Dopo sei anni di assenza del Vescovo, la situazione in cui ho trovato il Vicariato era disastrosa, soprattutto mancanza di personale e di risorse. Dopo due anni alcune cose sono state affrontate e adesso guardo con più fiducia al futuro, pur rimanendo i problemi di fondo.

La Caritas è stata riaperta e sta lavorando a pieno ritmo, sia qui a Iskenderun dove distribuiamo circa 80 pasti al giorno a poveri di tutti i tipi e di ogni religione, in prevalenza rifugiati, sia in altri luoghi.

La testimonianza dell’azione caritativa è importante perché offre un segno di totale gratuità, senza alcuno scopo di proselitismo.

Aiutiamo anche circa 600 famiglie di rifugiati cristiani caldei in Cappadocia ed in varie città: sono i più poveri tra i poveri, ulteriormente penalizzati dalla loro fede. È un’assoluta priorità aiutare queste famiglie nelle nostre parrocchie e territorio per vari motivi: rimangono vicini alle loro case dove alcuni sperano di tornare finita la guerra civile. Ormai infatti le porte dell’Europa, Canada, Stati Uniti, Australia sono praticamente chiuse. La Turchia inoltre, per quanto molto diversa dai paesi arabi per lingua, cultura e tradizioni, rimane un ambito non troppo dissimile a quello da cui provengono.

“Aiutandoli qui non si espongono a viaggi pericolosi (spesso mortali, come sappiamo) e possono essere realmente sostenuti con un impegno economico largamente inferiore a quello che si richiede in Europa…”

A giugno scorso abbiamo riaperto la parrocchia di Samsun sul Mar Nero, dove pure ci sono centinaia di profughi cristiani, considerando anche le città vicine (Amasya, Yozgat, Tokat, Çorum, Ordu, Sinop). Sui mille chilometri della costa del Mar Nero ci sono solo due parrocchie cristiane, ambedue del Vicariato di Anatolia: Trebisonda e Samsun. Se nessuno le sostiene, la Chiesa scompare. Non vogliamo fare proselitismo, ma vogliamo rispondere alle tante domande sulla nostra fede e speranza, cosa essenziale in un paese dove regnano molta ignoranza e pregiudizi riguardo al cristianesimo presso la gente che non ha istruzione.

I rifugiati cattolici iracheni sono assetati di avere un luogo di aggregazione e di celebrazione della fede. La celebrazione della messa perciò è iniziata subito dopo la riapertura della parrocchia.

Le famiglie si organizzano per venire alla messa quando possono farlo, anche se alcune devono fare tre ore di pullman. Dopo la messa normalmente restano a pranzo, portando i cibi da casa. Nel pomeriggio si gioca e si sta insieme in allegria e spontaneità. Per questo dicono: qui, dentro la chiesa e nel convento, “ci sentiamo a casa”. Una delle cose più dure di questi rifugiati cristiani è infatti quella di sentirsi degli estranei, essendo tutta la Turchia un paese musulmano.

Capita anche che i Padri debbano viaggiare per fare i funerali o visitare gli ammalati, perché, come detto, siamo gli unici sacerdoti nel raggio di centinaia di chilometri.

Nella chiesa e nel convento ci sono molte cose da sistemare: l’impianto elettrico, quello del riscaldamento, il tetto, le finestre e tante altre cose da riparare.

Ci sono tante altre necessità, sia qui al sud, sia in Cappadocia, sia a Samsun. Pertanto ogni aiuto è benvenuto per sostenere queste piccole comunità che ci hanno generato alla fede e che rischiano di scomparire dopo 2000 anni ininterrotti di presenza. Ringrazio di cuore tutti coloro che potranno fare qualcosa per noi. Che il Signore protegga tutti voi e le vostre famiglie.

Grazie

+ Paolo