Cammino Formativo

L’animazione missionaria

La Chiesa locale, soggetto di pastorale d’insieme

don Carlo Stancari

Prete

Atteggiamenti, iniziative, tentativi che favoriscono la comunione e la missione. La Pastorale d’Insieme vista da don Carlo Stancari nell’incontro formativo di Missio Toscana che ha avuto come tema “l’Animazione Missionaria”.

PREMESSE

+ Do per acquisita, tra di noi la teologia della LG (Lumen Gentium), GS (Gaudium et Spes), CD (Christus Dominus)… e dei documenti post conciliari, anche se la mentalizzazione e la traduzione in strutture rinnovate di quelle intuizioni talvolta stenta a prendere corpo;

+ Confermo la mia più totale e cordiale adesione a quanto espresso questa mattina da Emma e p. Carlo sulla visione di Chiesa. Comunione e missione;

+ Non sono un esperto, ma un appassionato; sono un parroco prestato al lavoro di curia e di collaborazione diretta al vescovo ormai da tanti anni;

+ L’azione pastorale è sempre ricerca di una sintesi creativa tra tradizione e innovazione, in vista della missione che è una sola, quella affidata da Gesù alla sua Chiesa;

+ Vedere, giudicare, agire, valutare, celebrare: ecco criteri antichi e sempre nuovi che guidano il cammino pastorale della Chiesa diocesana, primo soggetto della pastorale. La ripetizione dell’esistente, l’atteggiamento difensivo preconcettuale, offuscano la consapevolezza di pigrizie e ritardi di fronte alla Parola e alla storia; infatti è normale che le realizzazioni non sempre corrispondano alle intenzioni; talvolta la preoccupazione per le strutture possono mortificare le vere esigenze della vita spirituale e la fedele corrispondenza allo spirito del Vangelo e alle esigenze del momento storico. Da qui l’impegno per una continua conversione, poiché la tendenza delle strutture (anche quelle ecclesiali) e delle istituzioni è di lavorare per se stesse o in vista dell’autoconservazione, secondo le leggi sociologiche. Essere autoreferenziali, piuttosto che tenere lo sguardo fisso su Gesù e sulla storia, mortifica e la fonte della comunione e la forza della missione, uccidendo la vitalità pastorale.

PER VIVERE LA MISSIONE COMUNE alcuni suggerimenti preliminari:

  • al di là della dispersione nella molteplicità delle iniziative e delle attenzioni, occorre RECUPERARE LA VISIONE D’INSIEME, e della Chiesa e del mondo contemporaneo, visione d’insieme che permetta di rendere conto della direzione intrapresa;
  • ci si deve immergere nel vivo delle vicende e delle problematiche, perché l’evocazione dell’ideale non si areni in una ripetizione inefficace (criterio dell’incarnazione);
  • il dialogo, la ricerca paziente, l’ascolto di altre esperienze, lo scambio di pareri e di sensibilità, la programmazione a medio e lungo termine, l’attenzione ai programmi della Chiesa in Italia, la condivisione con le Chiese di più recente fondazione,… cioè quell’insieme di attenzioni, atteggiamenti che dicano la necessaria cura nel progettare e nel programmare (mete ultime e prossime, mezzi, tempi, soggetti, iniziative, verifiche) oggi la pastorale;
  • mirare alla costruzione di comunità cristiane autentiche (riferimento agli Atti degli Apostoli), che nella originalità del presente lascino intravedere la fedeltà alle origini, così che risulti più comprensibile il modello di Chiesa che ne plasma la figura: i gesti, le istituzioni, le presenze, le attenzioni al cammino culturale e religioso dell’umanità, i compiti che sono dischiusi alla comunità ecclesiale dal fatto di essere testimone della speranza cristiana dentro la comunità umana;
  • di ogni iniziativa, esperienza, struttura, tradizione, istituzione ne deve essere valutata la trasparenza evangelica e l’incidenza apostolica. è il momento di verifica sia dei programmi pastorali, che della griglia di riferimento di ogni realtà o espressione di Chiesa; direzione di marcia, priorità da tenere presenti, settori che necessitano una migliore esplorazione: ecco come “lavorare insieme” a tutti i livelli, concorrendo sinodalmente ad una immagine di Chiesa parlante all’uomo di oggi. Ciò comporta una CONVERSIONE dal clericalismo alla comunità, dal piramidismo gerarchico alla comunione, dalla separazione degli stati di vita e dei compiti alla condivisione dei criteri e alla intercambiabilità delle persone e dei ruoli (fatta salva la distinzione derivante dal sacramento dell’Ordine);
  • vescovo, curia diocesana (con tutti i compiti vicariali, di settore, di uffici, di commissioni, di centri e organismi diocesani), parroco: sono al servizio dell’intero popolo di Dio e delle sue articolazioni di territorio e di ambiente. Non esistono, per principio, delle “enclaves” di esenzione dal cammino e dal lavoro comune. Ciò richiede:
    • ascolto continuo e analisi della realtà socio-culturale nella quale si incarna la Chiesa;
    • lealtà e parresia, nella distinzione dei ruoli e dei compiti, per “un giuoco di squadra”;
    • collaborazione e cooperazione, perché non esistono settori che possano soppiantarne altri;
    • in qualsiasi campo si esprimano, e se ne verifichi l’effettiva esperienza, le quattro caratteristiche fondamentali dell’essere Chiesa: evangelizzazione, santificazione, promozione umana, missione; koinonia, diakonia, martyria e missione;
    • umile coraggio della verifica, per discernere ciò che lo Spirito dice alla nostra Chiesa attraverso le luci e le ombre del nostro vissuto, e i semina Verbi che si intravedono anche al di fuori della compagine istituzionale ecclesiale;
    • non avere furia di decidere; evitare di far calare dall’alto le decisioni; credere nel principio dell’autorevolezza, della spiegazione delle ragioni di una decisione; accompagnare con simpatia le sperimentazioni e i cammini viabili concordati e riconosciuti; evitare scomuniche e irrigidimenti; distinguere ciò che è importante da ciò che è relativo, l’essenziale dal secondario ecc.

UN SOGNO

Un gruppo o un organismo (la curia) a servizio della pastorale lo vedo così:

  1. un luogo di discernimento comunitario sulle vie di Dio da percorrere insieme come Chiesa in vista del Regno di Dio; ciò comporta atteggiamenti umani e di fede coerenti e consoni al fine da raggiungere per servire;
  2. un ambiente di fraternità, con poche e chiare regole condivise Vangelo e piccolo regolamento (scritto o no, ma comunque concordato) per la condivisione e la chiarezza dei percorsi);
  3. una comunità di lavoro, in cui ciascuno sa che senza l’apporto dell’altro il mosaico non si realizza.

Ciò significa (bandito ogni privilegio di casta o di status symbol) che la curia non è un luogo di burocrazia, o una cupola del potere occulto o di eminenze grigie che tirano le fila del comando, o il tramare di qualcuno per far pressione sul vescovo per fini non sempre confessabili o il trampolino di lancio per carriere ecclesiastiche (!?) o laicali…Si tratta di un gruppo di persone (preti, laici e consacrati nel celibato; uomini e donne; sposati o meno; giovani o meno giovani) che rappresentano in miniatura le componenti del popolo di Dio,

“tutti corresponsabili per la vita e la vitalità della Chiesa nelle sue articolazioni, il vivente Corpo di Cristo nella storia.”

Perciò nessun organismo, diocesano o parrocchiale o interparrocchiale, potrà mai mortificare le persone o i poveri, pensarsi nell’autarchia o nell’autonomia assoluta.

Ovvio: le grandi mete necessitano di graduali percorsi ed itinerari per incidere effettivamente, pronti sempre ad accettare che dopo aver lavorato molto non si arrivi a nulla o quasi. I cambiamenti anche strutturali (istituzione o soppressione di parrocchie, unità pastorali, organismi diocesani, consulte, consigli, corsi formativi decentrati, ecc.) richiedono un allenamento a stare insieme nella flessibilità, a causa di Gesù e del suo Regno. Consapevoli che ciò che non sceglieremo (per paura o ignavia o convenienza) alla fine saremo costretti a subirlo.

Il nostro è un tempo di creativa fedeltà, di lungimiranza, di apertura, proprio perché il rischio è di rinserrare le fila, impoverendoci di personale e di mezzi, invece di cogliere ciò che il Signore sta dicendo alla sua Chiesa in questo preciso momento storico..

Valorizzando la pluralità dei carismi, sarà possibile, per chi ha la prima responsabilità della conduzione della pastorale, in comunione e per mandato del vescovo, avere sempre uno sguardo sull’insieme, mirando a non trascurare il particolare, bensì inquadrandolo sempre in un contesto più ampio di riferimento. Questo significa che ogni settore pastorale deve tenere ben presenti gli altri, imparare a lavorare in rete, a programmare lo specifico ma sempre tenendo conto della visione comunitaria del progetto globale della edificazione della Chiesa serva del Regno di Dio. Questo “convenire in unum” è talmente importante, che dove non esistesse, almeno come tensione, non si dà dinamica evangelica.

Anche le nuove figure ministeriali e i moduli pastorali che qua e là stanno emergendo anche da noi, indicano che non solo attraverso incarichi ad personam e il CPP e il CPAE o il CPZ, ma anche attraverso l’affidamento a piccole fraternità (uomini e donne, laici e consacrati, sposati e non) la parabola della comunione è dono e compito per aprirsi a più vasti e articolati cammini di condivisione nella Chiesa e nella comunità umana.

LA PASTORALE DI INSIEME non è un accorgimento di tipo organizzativo, ma è una manifestazione privilegiata e una esigenza ineliminabile della carità pastorale. In particolare, al fine di realizzare sempre più una pastorale d’insieme occorre che:

  • la coscienza di appartenere all’unica Chiesa e il dovere di concorrere all’unica missione siano ben presenti e vengano costantemente coltivati in capite (curia) e in corpore (comunità, parrocchie, associazioni, gruppi, movimenti, servizi di mediazione pastorale – scuole, ospedali, case di riposo, strutture di divertimento o del tempo libero, ecc.); specialmente la formazione dei seminari deve incamminarsi per questa nuova consapevolezza, superando il tipico e sempre in agguato individualismo dei chierici;
  • le diverse aggregazioni ecclesiali di principio non saltino la parrocchia e i vicariati o zone pastorali, favorendo nei modi possibili l’integrazione delle molteplici realtà nella medesima pastorale;
  • ci sia una conoscenza di tutte le iniziative, sia di quelle promosse da organismi diocesani che dalle altre realtà ecclesiali, rispettando la diversità, favorendo la collaborazione fraterna, concorrendo talvolta al medesimo fine intermedio (bandire ogni boicottaggio o denigrazione); l’informazione corretta e chiara evita e previene malintesi e favorisce il sentire comune;
  • spetta ai vicari o delegati episcopali o ai responsabili di settore, con chiarezza e sollecitudine, il lavoro di composizione delle realtà presenti, testimoniando l’unità, il coinvolgimento fin dall’inizio della formulazione delle decisioni, valorizzando le consulte, i consigli pastorali a tutti i livelli;
  • in caso di reale divergenza si tenga conto (fatto salvo prima di tutto Mt 18):
    • della priorità del bene comune, con il primato di attenzione alla dimensione evangelizzatrice e ai poveri;
    • del rispetto delle persone, superando ogni tendenza al personalismo, attuando la correzione fraterna;
    • di procedere per la via della ragionevolezza, più che con le sanzioni previste dal Codice;
      che quando si coinvolge anche la società civile, a qualsiasi titolo, si proceda sempre con la consapevolezza del vescovo,
    • di ricorrere al compito di discernimento ultimo del vescovo.

SE LA CHIESA è realtà di comunione (LG 1), anche la sua vita e la sua missione si caratterizzano per questa connotazione. La corresponsabilità è il segno della partecipazione all’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo. Pertanto ogni realtà pastorale è sempre luogo di comunione e di corresponsabilità. Anche il ministero della presidenza non potrà prescindere da questa cifra di riconoscimento della peculiarità e dell’autenticità del popolo di Dio. A questo si deve giungere attraverso la formazione permanente di tutti al CONSIGLIARE nella comunità, come clima e scuola abituale al discernimento pastorale.

DUE ESPERIENZE PRATICHE:

  • il direttivo pastorale diocesano a Prato, sotto la guida del vescovo Gastone;
  • una parrocchia che cerca di vivere in stato di sinodo, coinvolgendo tutti su ogni iniziativa, pur nella specificità dei compiti.

CONCLUSIONE:

“Andate in tutto il mondo” (Mc 16,15): se per un discepolo non esistono barriere di sorta per il compito assegnatogli dal Maestro, potranno esistere delle ragioni per non “uscirne insieme” nel servizio complesso, eppure sempre attuale e semplice, di annuncio in opere e parole dell’amore di Dio, Buona Notizia al mondo intero? E poiché la cultura contemporanea è frantumata e tende a sostituire la verità con l’opinione, la norma oggettiva con l’arbitrio, la speranza escatologica con i desideri contingenti, come non porteremo insieme il glorioso peso del servizio al Regno di Dio?
Niente è facilmente realizzabile se non cercando di vivere il comandamento dell’amore, una ascetica di ritrovarsi insieme e delle riunioni, una disciplina serena per non perdere tempo o non avere a cuore il giungere a delle mete condivise.

L’impegno spirituale, pastorale e culturale, l’incontro interpersonale, le iniziative e le proposte che mettiamo in opera diventeranno tanto più credibili e fruttuose se potranno altri dire: Guardate come si amano!

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