La riflessione di p. Alberto Caccaro missionario del PIME in Cambogia su: La liturgia del tempo pasquale, i tweet di Donald Trump e quanto accade qui in Cambogia, mi interpellano. A pensarci bene ha ragione il piccolo Rotha: siamo tutti malati di morte. Ma sta a noi decidere davanti a chi inchinarsi per guarire.

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Particolarmente quel tweet con il quale il Presidente preannunciava l’attacco poi avvenuto alla Siria: «Russia stai pronta», era l’incipit del messaggio, anche se poi i missili «belli nuovi e intelligenti» sarebbero finiti in Siria. Che si tratti quindi di una guerra dai molti protagonisti esterni che si combattono in casa d’altri, appare evidente. Eppure i veri interessi cominciano a monte, dal semplice impiego delle armi. Il costo di uno solo dei missili Tomahawk IV lanciati in quest’ultimo attacco può arrivare al milione di dollari (Avvenire). Ne sono stati lanciati più di cento. La moltiplicazione, presto fatta, porta a guadagni importanti, vincenti anche nel caso di un mancato bersaglio! Perché è sparare che muove l’economia. Dunque la guerra non la pace!

Quanto alla Cambogia invece, parto dall’esperienza di un bambino che ha appena perso il papà, morto di infarto a quarant’anni. Il bambino si chiama Rotha e ha cinque anni. Nel suo modo di comprendere la morte del padre ci offre qualche indicazione. La mamma mi raccontava che Rotha ha avuto bisogno di tempo per capire la morte. All’inizio pensava che «morte» fosse il nome di una malattia e che, una volta guarito, il papà sarebbe tornato. Nei giorni successivi per quanto ormai la parola «morte» cominciasse a far parte del suo vocabolario, Rotha continuava a considerarla una malattia e chiedeva alla mamma, con insistenza e speranza, «quando il papà guarisce dalla morte e torna?». Utilizzava questa espressione, «guarire dalla morte». In cambogiano c’è una felice coincidenza tra il verbo guarire e il verbo essere, sono la stessa parola. Perché se si guarisce si continua ad essere, a vivere, mentre se non si guarisce, si muore e l’essere nostro se ne va. Rotha aspettava, aspetta ancora che il suo papà guarisca dalla morte e torni.

A pensarci bene, Rotha ha ragione. Siamo tutti malati di morte. Perché la nostra stessa natura si iscrive in un ciclo di vita e di morte e perché la storia degli uomini si dispiega in un tempo per nascere e in un tempo per morire. Anche i nostri rapporti più belli, più cari possono essere malati di morte. Allo stesso modo la tweet-politica di Trump è un preannuncio virale di morte. Le armi che si comprano, si vendono, si usano in casa propria e in casa d’altri, sono strumenti di morte. La natura e la storia degli uomini sono quindi malate di morte.

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