È passato un anno da quando il dittatore Yahya Jammeh è stato costretto a lasciare il paese, il Gambia. Una democrazia quanto mai voluta dal popolo che, per una volta, ha vinto. Ma le sfide di oggi sono tante, tra disoccupazione e ricerca di un futuro, vissute anche dai migranti «politici» che stanno rientrando a casa. Reportage di Missioni Consolata da uno dei paesi più sconosciuti d’Africa.

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Questa è la storia della più giovane democrazia africana. È il 21 gennaio 2017. Le immagini dell’ex presidente Yahya Jammeh che, a testa bassa, sale su un aereo per lasciare il paese fanno il giro del mondo e il Gambia, piccolo stato dell’Africa occidentale rimasto finora anonimo, riempie i titoli dei media internazionali. Il giorno in cui il dittatore viene costretto a lasciare il potere dopo 22 anni di sanguinario regime totalitario è rimasto impresso nella memoria collettiva del Gambia, paese che oggi, a un anno da tale storico evento, cerca a fatica di rinsaldare il patto sociale fra politici e cittadini e rilanciare un’economia disastrata da troppi anni di corruzione e nepotismo.

Tempi duri per la stampa

«Uno dei lasciti tangibili dello stato di polizia è la separazione fra classe politica e persone comuni». Va dritto al sodo Buabacar Ceesay. Questo giornalista sulla quarantina è la miglior guida della città: cappellino da pescatore con visiera alzata, sorriso conciliante e telecamerina sempre in mano. «Più di venti fra i migliori giornalisti gambiani, quelli con maggiore esperienza e spirito critico, sono stati costretti all’esilio in Senegal, Olanda, Germania… io e altri invece, nonostante le minacce e le incarcerazioni subite, abbiamo deciso di restare per cercare di colmare il vuoto di libertà di stampa nel paese».

I Social Media e i nuovi mezzi digitali hanno avuto un ruolo fondamentale nella rivolta.

Per la prima volta, infatti, immagini di arresti e torture dei manifestanti vengono mostrate al paese e al mondo intero, creando un inarrestabile effetto domino che porterà, mesi dopo, alla caduta del sovrano. L’uccisione di Solo Sandeng, attivista brutalmente trucidato dagli uomini della National Intelligence Agency (Nia, la polizia segreta) rappresenta il punto di non ritorno.

Le sfide che attendo il Presidente democraticamente eletto non sono per niente facili.

Usciti dalla casa dell’artista, Buabacar ha lo sguardo interdetto. «Nonostante molti cittadini gambiani auto-esiliati negli ultimi anni stiano tornando nel paese e nonostante l’impegno infaticabile della nostra gioventù, viviamo ancora molti timori e incertezze». La preoccupazione maggiore dei gambiani resta senza dubbio l’alto tasso di disoccupazione che, attestato al 29%, per i più giovani sfiora oggi il 40%.

Ceesay sdegnato ferma un taxi per rientrare in città. Nell’abitacolo si abbandona a un pensiero solenne: «Il valore più importante che abbiamo imparato l’anno scorso è che i politici sono al nostro servizio, non il contrario. Si presentano alle elezioni e vengono legittimati dal voto della gente comune, che affida loro il compito di governare lo stato nel proprio interesse. Se questo principio basilare verrà assorbito da tutti gli strati della società, allora in Gambia avremo una vera democrazia che proteggerà la giustizia sociale e non potrà più essere rovesciata da nessun potere autoritario». Il tassista, rimasto finora silente, annuisce dal retrovisore. È un ex migrante rientrato a seguito della fuga del dittatore. «Sono stato dieci anni in Italia. Facevo molti lavoretti, persino illegali, per sopravvivere», confessa. Negli anni del regime, migliaia di giovani come lui hanno tentato la «back way».

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