Scheda Avvento 2019
Scheda Avvento 2019

Lettera di Padre Marco Innocenti

Quando iniziai a lavorare con il popolo Gumuz nel 2003 era chiaro che avrei dovuto occuparmi di evangelizzazione e di educazione allo stesso tempo. Questo popolo, vissuto sempre nella savana e nel bosco del Metekel Zone, lontano da altre etnie e chiuso nelle proprie tradizioni, proprio non sapeva che cosa fosse una scuola: primo, perché in una società tutta protesa alla sopravvivenza ed in cui tutto è scandito dal ciclo della natura, non c’è spazio per pensieri troppo astratti che esulano dalla concretezza della realtà da loro vissuta e perciò i genitori gumuz non ne vedevano l’utilità; secondo, perché i popoli vicini non hanno mai avuto interesse che i Gumuz potessero crescere nella consapevolezza dei loro diritti e della loro dignità di esseri umani. Fatti schiavi nel passato ed ancora disprezzati da molti per motivi razziali, sono tollerati dalle popolazioni degli altopiani che si insediano nei loro villaggi per lavorarne la terra fertile e pian piano appropriarsene. Infatti, sebbene lo Stato Federale metta nelle mani dei Gumuz e di altre popolazioni autoctone come gli Shinasha, il possesso della terra, sembra di essere nel Far West con Amara ed Agaw che calano dagli altipiani alla ricerca di terra e pascolo. I recenti scontri nel Benishangul-Gumuz, oltre ad essere parte di un piano per destabilizzare l’intera Etiopia contrastando l’opera di riconciliazione del Primo Ministro Abiy Ahmed Ali, premio Nobel per la Pace, sono il frutto dell’ingordigia di terre, giustificato dal disprezzo razziale. A detta di molti, i Gumuz non dovrebbero nemmeno esistere, se ne dovrebbero tornare nel Sudan da dove provengono… Questa è una menzogna, perché oltre al Metekel, persino terre più in alto fino a Kossober ed alle porte di Bahr Dar erano dei Gumuz e da là sono stati cacciati. 

         Tale odio è culminato con la strage di Pasqua, quando soldati irregolari in uniforme hanno fatto irruzione dalla Regione Amara nel villaggio di Mentaba e hanno sparato a donne, bambini, anziani e a uomini, incendiando ed uccidendo 320 gumuz, poi sepolti in una fossa comune. I sopravvissuti alla strage sono riusciti a raggiungere Gilgel Beles e noi missionari e giovani gumuz cattolici abbiamo dato loro la prima assistenza. Tutto ciò ha scatenato vendette reciproche e gli Amara-Agaw, che vivevano nei villaggi con i gumuz, se ne sono ritornati con tutti i loro averi sugli altopiani da dove erano venuti. Ripetuti tentativi d’invasione del territorio dei Gumuz si sono succeduti, con altre stragi nei villaggi vicino al confine. L’esercito federale è riuscito a fermare tali dissennati tentativi con la forza.

         La scuola è la forza per far crescere un popolo e noi comboniani e comboniane ci siamo dedicati all’educazione, specialmente dei più poveri ed abbandonati, iniziando dalle prime fasi dell’infanzia. Purtroppo la nostra Scuola Materna del villaggio di Ohaba, a più di 20 km da Gilgel Beles è crollata, a causa dell’intemperie e delle termiti. Questa grande costruzione, pur avendo il basamento in cemento e sassi, era costruita in fango e pali di legno. Ora abbiamo più di cento bambini senza nemmeno un tetto e temporaneamente insegniamo loro all’aperto. Tuttavia urge che ne ricostruiamo una nuova, prima che la stagione delle piogge si avvicini. Per questo facciamo appello a voi ed alla vostra generosità in questo Avvento di Fraternità. Diamo loro un’aula, un luogo dove imparare e crescere, insieme ad un pasto caldo al giorno.

         Il progetto comprende la costruzione di una cucina con un piccolo magazzino, due aule che possano accogliere più di 50 bambini ciascuna, ed un’aula magna per attività congiunte con tutti i piccoli studenti e loro familiari. Questa volta però vogliamo costruire la scuola in muratura, cosicché possa durare per anni. Il costo totale, calcolato in valuta locale è di 1.209.719 ETB che, con un tasso di conversione di 1:31,5, corrisponde a 37.804 euro.

         Grazie a tutti voi,
Padre Marco Innocenti
Missionario Comboniano

Note sull’area e il popolo gumuz

Il Metekel è una delle province più depresse e secondarie dell’Etiopia che a sua volta è già di per sé una nazione svantaggiata e che occupa uno degli ultimi posti nella scala del reddito pro capite, sebbene ci sia stato di recente un forte impulso allo sviluppo. Il Metekel consiste in una grande savana, che declina verso il Sudan, abitata sin dall’antichità dai Gumuz, una popolazione di etnia nilotica. I Gumuz sono stati, fino a date relativamente recenti, disprezzati ed emarginati dai loro vicini dell’altopiano e perfino erano catturati e venduti come schiavi fino agli inizi del XX secolo. L’isolamento nel quale i Gumuz si sono trovati fino a poco tempo fa, è stato rotto di recente dall’arrivo d’imprenditori agricoli da Addis Abeba che ottengono terre a basso prezzo dal governo che a sua volta le sottrae ai Gumuz, unica fonte di sostentamento nella loro economia di sussistenza e di integrazione millenaria con l’ambiente. Sono, infatti, raccoglitori: non usano l’aratro, seminano sorgo e miglio prima delle piogge (piove solo tre mesi all’anno) dopo aver dato fuoco a tutto, raccolgono frutti, bacche, radici e funghi, vanno a pesca e cacciano a seconda delle diverse stagioni. Anche la loro lingua, classificata come «Protonilotica» era sconosciuta e soltanto parlata: P. Marco l’ha messa per iscritto e pubblicato la prima grammatica della medesima, oltre a innumerevoli traduzioni.

Una Chiesa in crescita, ma solo tra i gumuz

    La Chiesa Cattolica in Etiopia è una piccola entità che rappresenta solo lo 0,7% della popolazione totale, divisa in due riti: l’etiopico-alessandrino, nel nord del paese e il romano, nelle zone a sud dell’Etiopia, dove i cattolici sono in numero maggiore. Il Metekel-Gumuz fa parte della nuova eparchia di Bahr Dar-Dessie che comprende una vastissima area, costituita prevalentemente da altipiani, in territorio ortodosso e amara, dove il numero dei cattolici è quasi inesistente, e le terre basse del Metekel-Gumuz, propaggine geografica e culturale del Sudan, dove i missionari comboniani sono arrivati sedici anni fa. Dove non c’era nemmeno un cattolico, ora c’è una fiorente comunità cristiana in crescita, costituita prevalentemente da giovani gumuz con le loro famiglie, che trovano nell’insegnamento di Gesù quella forza necessaria per risollevarsi da quella situazione d’emarginazione e sottomissione, cui erano stati soggetti per secoli. Dopo un cammino che varia dai due ai tre anni, chiamato catecumenato, gli aspiranti cristiani, con i requisiti necessari, sono ammessi la notte di Pasqua a ricevere i Sacramenti dell’iniziazione cristiana. Provengono non solo dalle due missioni principali, ma soprattutto dai tantissimi villaggi sparsi sull’esteso territorio dei comprensori di Mandura e Dangur, che i missionari, le suore, i catechisti e i nostri collaboratori visitano tutti i giorni a turno, sia per l’insegnamento religioso e la preghiera sia per le scuole e altre opere di promozione umana e sociale. Dopo sedici anni di presenza comboniana, abbiamo circa tremila battezzati e centinaia e centinaia di catecumeni che si preparano a fare questo passo.