Don Sergio Merlini, direttore del Centro Missionario Diocesano di Firenze, traccia punti di forza e di debolezza, dopo la prima tappa del Cammino sinodale voluto dall’Arcivescovo di Firenze, nel quale poter tracciare linee per una pastorale missionaria che richiede di “essere audaci e creativi per ripensare gli obbiettivi, le strutture, lo stile ed i metodi evangelizzatori delle proprie comunità.”

Alla fine del suo discorso nella Cattedrale di S. Maria del Fiore, durante il Convegno della Chiesa italiana del 2015, Papa Francesco, rivolgendosi ai rappresentanti di tutte le Chiese italiane li riuniti, concluse con queste parole: “Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura.

Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio. Ne sono sicuro perché siete una Chiesa adulta, antichissima nella fede, solida nelle radici e ampia nei frutti. Perciò siate creativi nell’esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete al genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese.

Non so come e quante diocesi abbiano accolto questa indicazione del Papa, dietro la quale si intravede un appello accorato. Mi auguro che i Pastori delle Chiese che sono in Italia abbiano riflettuto e messo in pratica, in vari modi, questo orientamento e questa richiesta. Come Centro Missionario Diocesano di Firenze abbiamo voluto, a partire dall’inizio dell’anno pastorale 2016-17, iniziare una esperienza di studio della EG partendo da 5 parrocchie di periferia, appartenenti a due vicariati. Il lavoro, durato circa sei mesi, si è concluso a Pasqua dell’anno scorso con una festa conclusiva e con la presentazione di un libretto dal titolo: 5 parrocchie OLTRE LA SOGLIA, Itinerario per una Chiesa in uscita. Ciò che ha caratterizzato il metodo di lavoro, è stato un coinvolgimento dei parroci e dei fedeli, non attraverso conferenze ed incontri in stile unidirezionale, ma soprattutto attraverso un lavoro laboratoriale che ha permesso a tutti di potersi esprimere liberamente, in un clima fraterno ed amichevole che si è concluso sempre con una cena condivisa.

Con gioia, lo scorso anno, abbiamo accolto la proposta dell’Arcivescovo Betori di intraprendere a livello diocesano un Cammino Sinodale nel quale poter tracciare linee per una pastorale missionaria che richiede di “essere audaci e creativi per ripensare gli obbiettivi, le strutture, lo stile ed i metodi evangelizzatori delle proprie comunità.” EG 33. Siamo partiti da una scelta di animatori provenienti dalle parrocchie della diocesi che sono stati preparati sia a livello pastorale che metodologico. Erano all’inizio circa 150, ai quali altri si sono aggiunti lungo il cammino. Questa preparazione è stata preziosa perché ha permesso di conoscere nuove persone e nuove esperienze, con uno scambio reciproco di idee, di difficoltà ma anche di esperienze positive: soprattutto si sono creati vincoli di amicizia, condizione indispensabile per poter lavorare insieme. Siamo partiti poi per una prima fase di riflessione e coscientizzazione delle varie comunità al loro interno. Ogni vicariato si è organizzato secondo la propria realtà pastorale e secondo le proprie abitudini. Alla fine della prima fase si è fatta una prima valutazione. Circa la metà delle parrocchie ha preso qualche iniziativa. Le altre sono rimaste più o meno passive. Più favorite ed attive quelle cittadine, con più difficoltà quelle piccole e periferiche e quelle di campagna. Molti animatori si sono lamentati di non aver trovato appoggio e partecipazione da parte di alcuni parroci. Prima di passare alla seconda fase che prevede il coinvolgimento delle realtà sociali, l’Arcivescovo indica due azioni da intraprendere: rivedere le parrocchie con pastorale attiva e prendere contatto con i parroci che non si sono coinvolti, per aiutarli a recuperare il cammino fin qui fatto secondo le reali possibilità della loro comunità, ma anche per ascoltarli e capire le difficoltà che hanno realmente incontrato; impostare un momento “visibile” all’inizio del prossimo anno pastorale  (assemblee di zona) per fare emergere e raccontare quanto è stato fatto, anche per dare impulso al cammino ed indicare un punto di arrivo.

In attesa delle assemblee zonali e della seconda fase del cammino, che si propone di coinvolgere la società civile, si può fare fin d’ora qualche breve riflessione, anche per non ripetere gli errori fatti fino ad oggi.  Vedo personalmente tre punti fondamentali: preparazione accurata dei leader, necessità di non bruciare le tappe, valutazione costante delle tappe fatta a vari livelli.

Preparazione dei leader: trattandosi di un cammino di Chiesa, penso sia opportuno partire dai leader principali, principalmente i parroci. Se loro non ne sono convinti, il tutto è destinato al fallimento. Anche i laici devono essere scelti con cura, incoraggiati, accompagnati, corretti. È quello un campo straordinariamente prezioso da valorizzare. Confrontati con i leader latino americani, i nostri laici, dal Concilio Vaticano 2° ad oggi, hanno avuto (è un mio parere personale), poco spazio per crescere, con la conseguenza di vederli spesso quasi interamente passivi o di imitare il clero. Gli animatori laici del cammino sinodale, anche nel breve spazio di pochi mesi, lo dicono loro stessi, sono cresciuti da vari punti di vista.

Non bruciare le tappe: anche in campo pastorale, come in ogni attività umana, ci vuole tempo per crescere e non tutti riescono a camminare alla stessa velocità. Spesso quindi i tempi previsti vanno modificati. Bisogna inoltre lasciare che i leader e le comunità che hanno speciali carismi possano fare determinate esperienze ed andare avanti. La massa seguirà più lentamente, ciascuno secondo le proprie capacità.

Valutazione costante: è quello che sta facendo attualmente il Comitato organizzatore, guidato da uno dei vicari foranei e dal Vicario generale. Ci auguriamo che la prima tappa che si è appena conclusa, con molti punti positivi ma anche con tante deficienze, sia preludio di crescita e di arricchimento per tutta la Diocesi di Firenze.

Cito per concludere un proverbio latino americano: “E’ caminhando que se abre caminho” (è camminando che la strada si apre).  Solo chi si è alzato ed ha fatto anche piccoli passi, è destinato a vedere pian piano l’orizzonte che si allarga. Chi invece è rimasto seduto sul ciglio della strada, per pigrizia o trastullandosi sul “si è sempre fatto così” è destinato a una non crescita ed a non mettere a frutto i doni dello Spirito.

Don Sergio Merlini
Direttore Centro Missionario Diocesano

Foto di: diocesidifirenze.it