Cammino Formativo

Convegno Missionario Regionale

Difficoltà e prospettive di una svolta missionaria nella pastorale ordinaria

Don Antonio Cecconi

Prete

Il Primo anno del Cammino Formativo di Missio Toscana si è concluso con l’intervento di don Antonio Cecconi al Convegno Missionario Regionale del 2004

Sicuramente il discorso della svolta missionaria di tutta la pastorale ordinaria è un discorso importante; da un po’ di tempo, nella Chiesa italiana; almeno a partire dal Convegno di Palermo e quindi dagli anni 90, è entrato almeno nel vocabolario ecclesiale il termine “conversione pastorale”; già questo è importante, poiché oltre alla conversione personale, la conversione pastorale ha una dimensione comunitaria:  la chiesa nel suo insieme si deve convertire  per essere più o meno se stessa.

Riguardo a questo vorrei  leggervi un passo con cui l’Arcivescovo di Monreale  è intervenuto a proposito del documento Il Volto missionario della Parrocchia in un mondo che cambia (all’ultima assemblea della CEI); egli ha detto che il termine conversione, applicato alla pastorale, appare un termine un po’ usurato e così perde un po’ il significato.

Dice infatti l’arcivescovo: “Non mi sembra debita la coniugazione del termine conversione come specificazione che esprime un’esigenza che la comunità ecclesiale coglie come suo cammino. La conversione qualifica infatti in  maniera non secondaria la vita cristiana perché la impegna in una costante ricerca di una adesione sempre più vera e più intera al Signore. E’ una ricerca che esige quel che si usa chiamare discernimento della storia per scorgervi la volontà del Signore. Aggiungere al termine “conversione” l’aggettivo “pastorale” significa affermare che la comunità  ecclesiale si rende conto dell’urgenza di uno sforzo di “ridefinire” e  magari cambiare i gesti con i quali essa si edifica per essere segno vivo del Vangelo  per il mondo e scorge in questa urgenza una richiesta del suo Signore. Con l’aggiunta dell’aggettivo “ missionaria”, cioè “conversione missionaria”, la Chiesa italiana avverte che proprio oggi le si offrono vie nuove per l’annuncio del Vangelo e vuole  esplorarle con fiducia, convinta che è il Risorto che le chiede di nutrire questa fiducia.

Allora dobbiamo cominciare ad usare nella pastorale ordinaria, quella della vita delle nostre parrocchie, delle nostre Chiese locali, con più frequenza il termine missionario. Così il termine “missionario”, che prima indicava sostanzialmente “missione ad gentes”, ora descrive l’essere missionari “qui e ora”; perché ci rendiamo conto, anche nei nostri territori, di un bisogno diverso di dire o di ri-dire il Vangelo, che  sta diventando qualcosa di sconosciuto, di travisato e quindi ha bisogno di un nuovo annuncio e di nuova attenzione.

Quali sono allora  le analogie e quali le differenze introdotte dall’aggettivo missionario applicato alle nostre comunità parrocchiali?

Facciamo un confronto su:  Quali differenze e quali somiglianze. 

I Vescovi italiani (cominciando dagli anni 90)  hanno progressivamente messo a fuoco questa esigenza, sulla  scia della “Nuova Evangelizzazione”, che è stata introdotta e su cui  da molto tempo sta insistendo Giovanni Paolo II: una nuova  evangelizzazione calata in un contesto ecclesiale e socio-culturale italiani, come dice il titolo del documento: comunicare il vangelo in un mondo che cambia.

 Per scelta dei nostri vescovi, dal 2001 al 2010, l’orientamento pastorale è la comunicazione del Vangelo.

Vediamo allora quali analogie e quali differenze  ci sono tra il termine “missione” e l’espressione  “comunicazione del Vangelo”.  Sono la stessa cosa?

 Sicuramente possiamo dire  che comunicazione,  se non aggiunge, certamente specifica qualcosa del termine missione:

– secondo una certa visione classica, missione traduceva la realtà di una Chiesa che parte per avviare e sostenere  un percorso di Chiesa  in un’altra realtà, servendosi di persone (i missionari) e facendo  ricorso a tutta una serie di procedure, di strumenti, di presenze e di investimenti non necessariamente solo economici.

Comunicare invece sta a dire più il contatto con le persone. Allora, forse, essere Chiesa missionaria in Italia, secondo il verbo comunicare o il sostantivo comunicazione, vuol dire che  l’annuncio del vangelo in Italia non si può fare prima di tutto pensando alle strutture (costruire altre chiese ecc.), ma acquistare la  capacità di essere  significativi nel rapporto con l’altro, in modo da sapere comunicare all’altro quello che ha senso per te.

Ma le ricettine, le formulette per tradurre in realtà questa esigenza non ce le ha nessuno. 

 Ho accennato qualcosa sul termine  comunicazione  e sul termine missione, e sulle loro analogie e differenze;  ora diciamo qualcosa  sulla nuova evangelizzazione:

Anzitutto dobbiamo riconoscere che veramente il Papa ha colto un bisogno serio.

Evangelizzazione non solo nell’animo, nella proposta, ma nuova evangelizzazione anche di nuovi  soggetti.

La parrocchia, la Chiesa, più che pensare a svolgere la sua missione nel suo territorio, si rende conto che ha a che fare sempre più con i  cosiddetti lontani: tutta una serie di persone che rimane fuori della porta della parrocchia e tutte quelle  altre presenze sul territorio alle quali non ci si rivolge mai.   Esiste sicuramente una grande porzione di persone che alla nostra  bottega non si rivolge mai. Forse per loro  significa qualcosa vedere il Papa in televisione, ma a loro la Chiesa non dice nulla.

Questi devono essere i primi destinatari della nuova evangelizzazione. Poi si parla di società e di culture, e quindi di soggetti, post-cristiani;  sono cristiani perché lo è stato il loro padre , il loro nonno ecc.  al massimo per loro si tratta di un ricordo,  di usanze. Queste sono le persone alle quali dobbiamo rivolgerci.

Poi ci sono i pagani: tutti quelli cioè che hanno altri idoli, con logiche di tutt’altra provenienza rispetto alla  logica del Vangelo.

Come si colloca in tutto questo la parrocchia? Si limita a rispondere alle richieste di sacramenti o prestazioni di servizi di carattere religioso, o addirittura che prescindono dalla fede cristiana (vedi la richiesta della benedizione della moto).

 Tutto questo ci porta a dire che c’è bisogno di un nuovo modo di pensare per un nuovo annuncio della fede, cioè: Gesù Cristo crocifisso e risorto!

Tornare quindi alle forme del primo annuncio del Kerigma.

Se le nostre parole, la nostra vita e i nostri incontri con la gente non ridicono la freschezza del primo annuncio, sono inefficaci: far sentire quello che ha cambiato o che sta cambiando  la mia vita: questo io lo propongo anche a te.  In definitiva smettiamo di essere una Chiesa di stanchi ripetitori, di vecchie liturgie ecc… per ritrovare la sintonia tra la missione ad gentes ed una missione qui, tra la nostra gente, in una società post-cristiana.

La Chiesa italiana si è posta questo problema, ( ma porsi il problema non vuol dire risolverlo, perché naturalmente le scelte si fanno male e la storia pesa).

Dopo il Concilio la Conferenza Episcopale Italiana  decise di darsi per un decennio, la seguente linea pastorale: Evangelizzazione e Sacramenti.  Ma siamo ancora agli inizi: le persone vengono a chiederci i sacramenti, e noi diciamo: “vediamo se riusciamo ad annunciare loro il vangelo”; per esempio in occasione delle prime comunioni… poi ci sono i separati, i risposati.

A me sembra che il problema sia un po’ più ampio e cioè come fare perché il sacramento sia dentro  un cammino di fede e non sia solo un espediente: tu il sacramento me lo chiedi e siccome  sei un battezzato e, in base al diritto canonico io te lo devo dare  e non te lo posso negare,  allora,  con la scusa del sacramento, ti annuncio un po’ di vangelo; mi sembra che si stia capovolgendo la logica e non solo, ma anche la dinamica ecclesiale.    

Oggi più che di evangelizzazione e sacramenti, dobbiamo parlare di primo annuncio e sacramenti.

 Mi sembra allora che la dimensione missionaria abbia una sua  pertinenza, soprattutto nella parrocchia. Ma tutto questo le nostre parrocchie lo percepiscono oppure sono cose che riguardano i vescovi quando sono alla CEI o alla CET, oppure un gruppo di sacerdoti più illuminati  che ne parlano fra loro, oppure quelli che leggono, o i  cosiddetti pastoralisti?

Nel suo quotidiano la parrocchia  si chiede: cosa si fa quest’anno? Si aggiustano le date, si cambia titolo a qualche iniziativa, si invita un altro oratore, ma il programma in sostanza  rimane lo stesso. Ma  che pastorale si fa!? I lontani, i pagani, i neo-cristiani  dove sono? Quale pastorale facciamo a partire da loro!

 I vescovi italiani hanno pubblicato un documento per tutte le parrocchie, dal  titolo: Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia.

 Alcune note su questo documento, in sintesi:

“La pastorale parrocchiale”

“La Chiesa italiana ritiene di non poter fare a meno della parrocchia; nel suo         territorio e con il suo radicamento popolare, più che ogni altra realtà, la parrocchia è ovunque: ogni paesetto è parrocchia, di fatto quasi ogni campanile che si vede è parrocchia e questo vuol dire presenza capillare nel territorio e radicamento popolare.

E la Chiesa è prima di tutto Chiesa di popolo, di gente che vive nel territorio; tutto questo esige un processo di rinnovamento della pastorale che veda la parrocchia protagonista attiva della “nuova evangelizzazione” e impegnata nel riappropriarsi del suo volto missionario.

E questo riappropriarsi del volto missionario della parrocchia cosa vuol dire?

1)   Rafforzare la scelta dell’evangelizzazione

2)   Più attenta accoglienza a chi pone domande di fede, facendo dell’iniziazione cristiana, cioè del percorso battesimo cresima eucaristia,  il culmine di un itinerario catecumenale che ti porta  ad essere un cristiano adulto e quindi un testimone. E’ necessario allora uno spostamento verso gli adulti che necessitano del primo annuncio. Il nuovo volto missionario di una parrocchia esige il coraggio di spostare la barra del timone: meno ai bimbetti e più agli adulti.

Il documento dice ancora: ci sono molte questioni di grande peso per la conversione missionaria. Es.: come si coinvolge la famiglia, come si celebra il giorno del Signore, quale diverso ruolo del parroco nella comunità, quali nuove figure ministeriali.

I parroci non devono più essere gestori di risposte alle  domande religiose, standardizzate in un certo modo, ma programmatori di un modo nuovo per raggiungere i lontani.    

Riassumendo direi:

1)  Domande di fede

2)  Cammini nuovi di iniziazione cristiana

3)  Logica integrata nell’azione pastorale, perché solo una comunità dai molti volti saprà dare  una risposta ad una società sempre più diversificata.

Questa logica integrativa è dentro la natura stessa  della Chiesa che è Mistero di comunione Trinitaria sviluppata in una spiritualità  di comunione.

Accenno solo alle difficoltà che sono già emerse:

1)  Una parte di pastorale è ancora una pastorale di conservazione dell’esistente basata sulla richiesta di servizi religiosi

2)  La scarsità delle risorse umane, cominciando dal sempre più limitato numero dei  preti.

3)  Insufficiente valorizzazione delle risorse presenti.

4) La non facile disponibilità ad una formazione che sia acquisizione di nuove conoscenze, nuove competenze, nuove abilità per essere adeguati al cambiamento in atto, si da farci per avere la necessaria  flessibilità per i nuovi bisogni.

5) Individualismo, parrocchialismo, il fai da te, il gruppettismo, carenza di progettualità, (che vuol dire conoscere l’esistente, scegliere gli obiettivi assieme, mettersi d’accordo sugli strumenti appropriati e sostenibili per raggiungere gli obiettivi e una verifica di tappe intermedie e poi  dei punti finali di arrivo). Tutto questo non per tecnica ma perché siamo convinti che Gesù è risorto.

Quella che Paolo chiama la potenza, la dinamis della risurrezione, ha il potere di scardinare le logiche vecchie e di renderci docili all’azione dello Spirito riconducendo tutto alla ecclesiologia di comunione.

Un’esposizione più dettagliata di tutto questo la trovate ai nn.  56-62  di “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”.

 Indicherei alcune possibilità concrete per le nostre parrocchie affinché la componente missionaria rappresenti una forza qualificante:

1)    Riproporzionare i tempi e le attenzioni: di fatto la parrocchia si occupa troppo dei vicini e poco dei lontani.

2)   Come sviluppare meglio ed affinare le occasioni di contatto con i cosiddetti cristiani periferici. (Far capire loro che la Chiesa non è nel territorio per esercitare un potere;  ogni domanda esplicita o implicita farla diventare un po’ di più una domanda di fede).

3)   Quali forme di dialogo e di incontro con quelli che non rientrano nella normale famiglia pastorale. (Qualcuno però si fa delle domande e sarebbe disponibile anche ad avviare un dialogo: vedi le diocesi dove si fanno le missioni popolari e dove alcune persone si dicono felici di partecipare al gruppo di Vangelo).

4)   Le esigenze, i percorsi, le sfide dei genitori: i genitori sentono veramente il problema di trasmettere qualcosa di buono ai propri figli, e come riuscire a trasmetterlo in una società che sballotta i loro ragazzi da tutte le parti. Come si trasmettono i valori, ecc.

5)   Potremo parlare inoltre dei laici e della testimonianza della carità

 (NB: La trascrizione dalla registrazione è stata semplificata togliendo i tanti esempi. Riflette il parlato e non è stata rivista dal relatore )

Verso una pastorale missionaria

Come far diventare missionaria la pastorale ordinaria

  1. Mettere al centro la Parola di Dio, confrontata con la Vita
  2. Rendere la lettura del Vangelo accessibile a tutti, per leggere la vita alla luce della Parola di Dio
  3. Formazione seria degli animatori dei CMD, soprattutto laici
  4. La missione deve diventare una scelta di vita
  5. Offrire spazi di ascolto e di accoglienza al di fuori di quelli tradizionali
  6. Il parroco non può fare questo da solo, dobbiamo intervenire anche noi
  7. Uscire dalla mentalità del bisogno del sacerdote sempre e ovunque presente
  8. Vivere momenti di vita quotidiana insieme. “Aprire la casa”
  9. Maggiore attenzione all’esperienza delle Giovani Chiese
  10. Coinvolgere nello spirito missionario gli altri uffici pastorali
  11. Utilizzare, dove esistono, i centri di ascolto
  12. Non fermarsi ai pii desideri di fare, ma operare concretamente
  13. Non entrare in concorrenza con i “Movimenti”, ma nemmeno farsi superare nello slancio apostolico
  14. Necessità di “evangelizzare” i vescovi e i sacerdoti verso una missione universale
  15. Necessità di una preparazione missionaria dei seminaristi, magari con una loro permanenza (1 anno) in missione
  16. Saper utilizzare gli strumenti moderni (internet) per creare reti di diffusione di formazione e informazione missionaria (Utilizzare MISNA)

Credits Foto: Huseyin Bostanci > pexels.com

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