Decalogo di realismo per capire l’«immigrazione clandestina»

da | Gen 10, 2017 | WEB Rassegna | 0 commenti

Da Mondo e Missione “alcuni dati di fatto per un dibattito oltre le semplificazioni su quella parte dell’immigrazione meno legata a situazioni di aperto conflitto e più a ragioni di tipo economico

Il dibattito sull’«immigrazione clandestina» in Italia è spesso superficiale ed emotivo, quando non interessato e volutamente distorto per motivi soprattutto politici. Proviamo quindi a descrivere dati di fatto innegabili e determinanti, affrontando i quali invece il problema potrebbe trovare, almeno a lungo termine, più adeguata soluzione. Si parla di immigrazione soprattutto africana meno legata a situazione di aperto conflitto, quindi in larga parte economica, ma pur sempre abbastanza massiccia.

1. L’Africa trabocca di giovani sia sulla costa mediterranea che nell’area subsahariana. Instabilità politica e conflitti etnici acuiscono il fenomeno, ma i motivi principali della partenza sono la noia, la mancanza di lavoro, la ricerca di opportunità. Si sa che il flusso continuerà per decenni e nessuno potrà fermarlo.

2. Si dice appunto che bisognerebbe sviluppare l’Africa e creare opportunità in loco. Ma ciò significa la rinuncia a grandi profitti (di molto superiori ai “costi” indiretti dell’immigrazione clandestina) soprattutto per la Francia, l’Europa in genere, ed ora la Cina alla quale i flussi verso il Mediterraneo non creano alcun problema diretto.

3. Il disinteresse delle leadership africane per i giovani che abbandonano i loro paesi è totale e di fatto complice. Le Nazioni Unite che dicono? E che fanno?

4. Nessun “accordo” con la Libia (principale paese di imbarco dopo il viaggio dall’interno del continente) è possibile e accettabile dal punto di vista morale. “Accordo” (come in Turchia) vuol dire soldi in cambio del blocco delle partenze. Ma blocco delle partenze vuol dire morte in Libia, una nuova Aushwitz del ventunesimo secolo. Abbandonare la gente in Libia o abbandonarla in mare è la stessa cosa. Significa condannare centinaia di migliaia di persone alla morte dopo maltrattamenti di ogni genere.

5. Tra i migranti clandestini ci sono dei criminali così come c’erano tra i siciliani che emigravano in America e i calabresi che salivano a Torino. Ma nessuno si sarebbe mai immaginato di attribuire la patente di criminalità a tutti i cittadini di qualsiasi regione italiana. Così non è per i nigeriani, gli ivoriani, gli eritrei o i tunisini. Lo possono però diventare nell’inedia e nella disperazione delle giornate italiane senza sbocco.

6. Sulla questione del lavoro l’Italia e gli italiani si comportano a seconda dei propri interessi contingenti; e il governo, le opposizioni e i sindacati chiudono gli occhi su cose macroscopiche. Quando servono per l’agricoltura i clandestini lavorano per 20 euro al giorno. Quando potrebbero rendersi utili allo stesso prezzo per pulire le città (Roma non ne avrebbe bisogno?) o altri lavori di utilità sociale, le leggi, la burocrazia, le norme di sicurezza diventano ostacoli insormontabili. Nessun problema di impiego (e nessun controllo) invece nel mondo della prostituzione, che impegna a tempo pieno migliaia di giovani donne immigrate.

7. Le espulsioni di massa, fossero anche giustificate, sono impraticabili. La legge prevede procedure rigorose e costosissime applicabili solo a casi singoli. Quando ad una persona senza soldi (e magari anche documenti) viene intimato di lasciare l’Italia, dove va concretamente? Al massimo in un altro paese europeo. Il randagismo clandestino diventa così lo sbocco di una politica miope o impotente.

8. Troppi campano come sanguisughe sul problema dell’immigrazione clandestina. I primi naturalmente sono i trafficanti di esseri umani e quelli che organizzano i viaggi. Poi quegli organismi di assistenza che gestiscono in modo disonesto i fondi pubblici messi a disposizione dell’accoglienza ai vari livelli. Quindi coloro che, senza dare alcun contributo alla comprensione e soluzione del
problema, speculano sugli incidenti di percorso e le patologie. Si distinguono in questo partiti e leader politici in campagna elettorale permanente. Ma anche giornali e canali televisivi alla caccia di audience e quindi di pubblicità e possibilità occupazionali per il proprio personale dipendente.

9. Il terrorismo islamico in Europa non è frutto dell’immigrazione clandestina. Può solo succedere che qualche immigrato clandestino si metta a disposizione dello Stato Islamico. Ma si tratta di un rischio molto inferiore rispetto a quello di giovani musulmani nati in Europa e cittadini europei a tutti gli effetti.

10. Gli immigrati clandestini in Italia, anche se assommati ai profughi e ai rifugiati, rimangono alcune decine di migliaia di persone. Sono milioni in paesi più poveri dell’Italia e fuori dall’Europa. L’Italia però non è abituata ad essere un paese di arrivo. L’italiano della provincia non conosce le lingue straniere, viaggia poco, non è allenato alla multiculturalità. C’è un lavoro educativo da fare, che prescinde dall’immigrazione clandestina ed ha piuttosto a che fare con la mobilità lavorativa che caratterizzerà sempre più ogni paese. Vivere, studiare e lavorare con gente diversa, nata e cresciuta altrove o i loro figli diventerà sempre più condizione normale e fenomeno irreversibile. Chi educa gli italiani a questo futuro tanto inevitabile quanto arricchente?

Fonte: mondoemissione.it

La Porta della Missione.

Photo by p. Agostino Rota Martir

Immaginiamo di riscoprire Gesù come: giudeo di Galilea e abitante di Nazareth; cercatore di Dio; profeta e martire del Regno; compagno e fratello degli ultimi; cantore convinto della compassione e della misericordia; maestro di vita e suo accanito difensore; amico della donna; creatore di un movimento innovatore; credente fedele, ma anche conflittuale e pericoloso; crocifisso e risorto… che bomba! E che bomba se insieme come Chiesa, dopo averlo riscoperto ed essere ritornati a Lui, pazientemente e costantemente ci incamminassimo sulla strada delle conseguenze concrete: vivere per il Regno, imbevuti della sua mentalità e del suo stile; mettere la sordina ai gesti di religione per compiere invece più decisamente i gesti della sequela, del discepolato;

“costruire insieme la Chiesa di Gesù, che non sempre corrisponde a quella che viviamo”

vivere e morire con la stessa speranza e creatività di Gesù perché tutti abbiano vita.

La riflessione proposta potrà diventare realtà se rimettiamo con coraggio la Parola di Dio al centro, affidandola senza paura nelle mani della gente perché impari ad ascoltarla, a comprenderla, a viverla e saremo Chiesa missionaria, Chiesa in uscita, nel nostro territorio e nel mondo.

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