Cammino Formativo

Ministero del CMD per aiutare le parrocchie ad aprirsi all’universalità

I punti cruciali che definiscono la missionarietà di una comunità cristiana

Francesco Grasselli

Laico

L’intervento di Francesco Grasselli nell’ambito del Cammino Formativo di Missio Toscana dal tema: “Ministero del CMD per aiutare le parrocchie ad aprirsi all’universalità”

Premesse

  • Alcuni dei “punti che definiscono una comunità missionaria” valgono per ogni livello ecclesiale: per la comunità ecclesiale familiare, per la parrocchia, per la diocesi, per la Chiesa universale. Altri sono specifici dei vari livelli. Per questi ultimi, noi ci soffermeremo oggi sulla parrocchia.
  • Abbiamo trattato insieme poco meno di un anno fa il tema della spiritualità missionaria. In quello che dicemmo allora sono concentrati, in qualche misura, i “punti cruciali” di cui ci occupiamo oggi. Ricordate? Dicevamo che spiritualità missionaria è quella che conosce, esperimenta e partecipa, in virtù dello Spirito Santo, l’amore di Dio per il mondo (per ogni singolo essere e per tutta l’umanità, tutta la storia e tutto il cosmo) e la propensione al futuro di Dio (un Dio che sta sempre davanti e ci convince ad andare, perché solo andando lo si conosce e conoscendo Lui si conosce se stessi e la vocazione della propria vita). Dicevamo anche che le caratteristiche specifiche della spiritualità missionaria nel nostro tempo, sono l’ascolto/accoglienza dell’altro, la comunione con i poveri, tempio e volto di Dio, e la fraternità, quella di Atti degli Apostoli (2,42-48; 4,32-35; ecc.), che si esprime nel mettere tutto in comune, andare gli uni verso gli altri e, insieme, verso altri ancora. Vivere la Chiesa come una comunione aperta, senza confini, ma proprio per questo molto intensa e quasi intima. Si parla oggi molto di Chiesa locale, ma il termine diventa evanescente o accademico se non costruiamo veramente piccole comunità di vita e di fede, di speranza accogliente, che siano in qualche misura anticipazioni del regno di Dio. Dicevamo, infine, che sta davanti a noi un triplice compito: 1) vivere la spiritualità missionaria in quegli elementi che sono essenziali alla spiritualità cristiana;  2) coltivare in tutto il popolo di Dio questa spiritualità missionaria essenziale; 3) scoprire se noi e chi intorno a noi, nelle varie categorie del popolo di Dio, è chiamato a una spiritualità missionaria specifica.
  • Terza e ultima premessa: nella comunità cristiana la missionarietà è una dimensione – come si dice oggi – trasversale: riguarda la liturgia, la catechesi, la pratica della carità…; in una parola tutta la vita ecclesiale. Noi non tratteremo qui ogni singolo punto e in quelli che tratteremo cercheremo di mostrare che cosa cambia con l’introduzione – diciamo così – della dimensione missionaria.

1° punto cruciale: Il ritorno alla Buona Notizia

Il primo punto cruciale è chiaramente il ritorno all’annuncio essenziale e fondamentale: il kerigma. Ne parlano a lungo e bene i nn. 1,  6 e 13 della Nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia. Qualche citazione:

 “L’appello [del Papa] all’evangelizzazione ci tocca da vicino. Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia è, infatti, la questione cruciale della Chiesa in Italia oggi. L’impegno che nasce dal comando del Signore: «Andate e rendete discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19) è quello di sempre. Ma in un’epoca di cambiamento come la nostra diventa nuovo. Da esso dipende il volto del cristianesimo nel futuro, come pure il futuro della nostra società” (n. 1 b)

 “C’è bisogno di un rinnovato primo annuncio della fede. È compito della Chiesa in quanto tale e ricade su ogni cristiano, discepolo e quindi testimone di Cristo; tocca in modo particolare le parrocchie. Di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali… Per l’evangelizzazione è essenziale la comunicazione della fede da credente a credente, da persona a persona. Ricordare a ogni cristiano questo compito e prepararlo a esso è oggi un dovere primario della parrocchia, in particolare educando all’ascolto della parola di Dio, con l’assidua lettura della Bibbia nella fede della Chiesa”(n. 6 bc).

 “Non si può oggi pensare una parrocchia che dimentichi di ancorare ogni rinnovamento, personale e comunitario, alla lettura della Bibbia nella Chiesa, alla sua frequentazione meditata e pregata, all’interrogarsi su come farla diventare scelta di vita. Chi, soprattutto attraverso la lectio divina, scopre l’amore senza confini con cui Dio si rivolge all’umanità, non può non sentirsi coinvolto in questo disegno di salvezza e farsi missionario del Vangelo. Ogni parrocchia dovrà aprire spazi di confronto con la parola di Dio, circondandola di silenzio, e insieme di riferimento alla vita” (n. 13 e).

 È chiaro che una comunità che non riprende contatto con la Parola di Dio non avrà niente da dire al mondo. Le comunità cristiane hanno solo una notizia in più da dare agli altri: la notizia della incarnazione, passione, morte e risurrezione di Gesù, il Cristo, il figlio di Dio. Se questa notizia non risuona quotidianamente nella comunità cristiana, se perde di importanza, se diventa scontata, la missione manca della sua ragion d’essere. La Dei Verbum è il primo e fondamentale documento missionario del Concilio Vaticano II.

Non mi soffermo su questo punto perché so che lo avete considerato in un precedente incontro. Fra parentesi e sommessamente mi permetto però di esprimere una preoccupazione: che le varie tecniche di avvicinamento alla Parola che cominciano a prendere piede in alcune comunità cristiane (lettura continuata, lectio quotidiana, scuola biblica, ecc.) diventino forme devozionali che non conservano tutta la carica fondativa della Parola stessa. Non basta leggere la Bibbia, se non ci si sottopone, in ogni suo passo, a ciò che è centrale: Gesù Cristo, Signore della storia. Può succedere alla lunga come per il Rosario: bellissima e santificante preghiera, quando è meditazione e contemplazione dei principali misteri della fede; ma stanca e ripetitiva pratica, quando si riduce alla reiterazione di formule; o peggio per la Messa, quando ci si va per assolvere un precetto o per “devozione privata”. Anche la lettura personale o comunitaria della Bibbia, che pure ha una sua intrinseca forza sacramentale, può essere estenuata, se non diventa per le comunità quella “spada affilata e a doppio taglio” di cui parla la Lettera agli Ebrei (4,12).

Si può dire che solo se la Parola diventa in qualche modo Chiesa, la Chiesa diventa Parola!

A questo proposito, la “dimensione missionaria” dove e come si coglie? I nostri amati Vescovi nei loro ultimi documenti insistono fin dal titolo sull’idea di cambiamento: Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (2001); Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia (2004). Ma la percezione del cambiamento si ferma spesso su tempi troppo corti: questi ultimi anni o decenni… Al massimo dalla prima metà del XX secolo ad oggi! La percezione del cambiamento dovrebbe essere colta in un arco molto più ampio: diciamo dal quarto-quinto secolo dopo Cristo ad oggi. Sono passati più di 1500 anni e si dice che ora viviamo in una società post cristiana: il messaggio di Gesù ha forse perso la sua forza propulsiva?! O forse, si deve tornare da capo, e ripartire da quel misconosciuto profeta della Galilea di nome Gesù?! Immaginiamo, per un momento, di essere una delle comunità cristiane di Paolo o di Giovanni fra gli anni 50 e l’anno 100 d. C.: la comunità di Corinto o di Efeso o di Tessalonica… Fra le 100 e le 200 persone ciascuna. Senza tempio e senza campanile. Senza sede sociale. Senza nessun riconoscimento civile. Qualche anziano che funge da capo e l’autorità di un apostolo lontano. Neanche una dottrina elaborata, dei dogmi, una morale, un diritto canonico… Dispersi in un ambiente che non si accorge di questa piccola sètta, se non per qualche limitato disordine che provoca ogni tanto. Perseguitati? Sì, ma neanche tanto. Che disturbo possono dare a un impero consolidato? Ma questi gruppetti hanno la notizia: Gesù di Nazareth è l’inviato di Dio sulla Terra, è il Figlio di Dio e ha preso possesso del mondo con la sua morte-risurrezione. È il Signore. Si preoccupano allora di diffondere questa notizia attorno a sé, di farla correre da orecchio a orecchio, con tutta la gioia che ciò comporta, tutta la speranza che fonda, tutta la Vita che crea.

Capite?! Questa è la Chiesa e tutto il resto è… giusto, equo e salutare, ma non essenziale. Invece tutto il resto ha preso il sopravvento e l’essenziale è stato nascosto. Il tesoro è stato sotterrato. La lampada posta sotto il moggio. Questa la situazione in cui ci troviamo.

Allora la dimensione missionaria del ritorno alla Parola comporta un forte alleggerimento dell’istituzione ecclesiale. Pensate che perfino la catechesi con tutti i suoi programmi e le sue strutture nasconde, a volte, invece di svelare, la pienezza del mistero.

Le domande che ci dobbiamo fare sono: che cosa nella vita delle comunità fa risaltare il primo annuncio e che cosa lo nasconde o, almeno, lo fa apparire come una cosa fra le altre? Quelli “fuori”, quando pensano alla Chiesa, pensano alla morte e risurrezione del Signore (anche se non ci credono) o pensano invece al Papa, alla morale sessuale o magari anche al volontariato e alle opere buone per dire non: “Se questi amano, forse Gesù è veramente risorto!”, ma: “Come sono bravi questi cristiani; diamoci da fare pure noi!”.

La semplificazione della comunità, che tutta si dispone attorno all’annuncio: ecco che cosa dovremmo sollecitare noi del “mondo missionario”. Certo, tante cose vanno mantenute, come patrimonio storico della vita ecclesiale, ma in funzione della Buona Notizia del Regno!

2° punto cruciale: La riscoperta dei vari livelli di “localizzazione” della Chiesa e la loro relazione dinamica

Questo è senza dubbio il punto cruciale più difficile da cogliere, direi quello meno chiaro alla coscienza delle nostre Chiese. Quando parliamo di comunione fra le Chiese – espressione diventata  abbastanza usuale – ci riferiamo o al campo ecumenico (comunione fra le varie Confessioni cristiane) o al rapporto tra le diverse ripartizioni della Chiesa cattolica (diocesi, conferenze episcopali nazionali e continentali. Si parla così di comunione e cooperazione fra antiche e giovani Chiese, ee.). Non ci si riferisce invece a quelli che chiamo i diversi livelli di Chiesa: famiglia, gruppi familiari, parrocchia, diocesi, Chiesa nazionale o continentale, Chiesa universale. Anche fra questi “livelli” deve esserci un rapporto dinamico, uno scambio comunionale.

Riscoprire i livelli di localizzazione della Chiesa significa anzitutto riconoscere l’ecclesialità della famiglia. “Il mistero della comunione della Chiesa arriva fino a riflettersi e ad essere realmente partecipato, sebbene a suo modo, da quella piccola comunità che è la famiglia cristiana, dal Concilio chiamata «chiesa domestica». A noi il tema interessa soprattutto in ordine alla evangelizzazione, nel territorio e nel mondo. Sentiamo allora cosa diceva il Papa ancora negli anni ’80: “La famiglia è l’oggetto fondamentale dell’evangelizzazione  e della catechesi della Chiesa, ma è anche il suo indispensabile e insostituibile soggetto: il soggetto creativo. Proprio per questo, per essere questo soggetto, non solo per perseverare nella Chiesa e attingere dalle sue risorse spirituali, ma anche per costituire la Chiesa nella sua dimensione fondamentale, come una «chiesa in miniatura» (ecclesia domestica), la famiglia deve in modo particolare essere cosciente della missione della Chiesa e della propria partecipazione a questa missione”– Questo appassionato testo del Papa dà indicazioni importanti. Dice che la famiglia cristiana è un soggetto “indispensabile e insostituibile” dell’evangelizzazione e della catechesi; e aggiunge: “il soggetto creativo”. Parola non usata a caso, che fa riferimento all’altro soggetto, quello “istituzionale”: Papa, Vescovi, Presbiteri e Diaconi. C’è nella Chiesa un soggetto che ha prevalentemente il compito della continuità dell’evangelizzazione e della sua fedeltà alle origini, alla fonte da cui scaturisce. Garanzia di verità e di unità. E c’è un soggetto che ha prevalentemente il compito di incarnare il messaggio nel “qui e ora” di ogni momento storico, di far scattare un processo di osmosi tra il Vangelo e la vita: questo soggetto è la famiglia. (Di un terzo soggetto dell’evangelizzazione, i consacrati, cui compete prevalentemente un compito di testimonianza escatologica, oggi non parliamo ). Se la famiglia cristiana non adempie al suo impegno di “evangelizzazione creativa”, la missione della Chiesa in qualche modo si sclerotizza, il Vangelo si stacca dal mondo, diventa “inattuale”, poco incisivo. È quello che sta avvenendo da alcuni secoli. 

Nel magistero dei nostri Vescovi c’è stato il bellissimo documento Comunione e comunità nella Chiesa domestica, in cui questi concetti venivano esposti e approfonditi, anche se non si coglievano del tutto i rapporti tra la più piccola comunità ecclesiale e i successivi livelli di ecclesialità. Poi, però, questo insegnamento sembra sia stato dimenticato. È dal confluire delle famiglie cristiane nell’Eucaristia, come centro e fonte di tutta la vita ecclesiale, che nasce la parrocchia. Invece, nel magistero dei nostri vescovi la parrocchia è sempre e solo “una porzione della diocesi”. Sulla debolezza di questa concezione non si può costruire o ricostruire nulla nulla. Ancora nel documento Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia appare questa insufficiente fondazione:

“…va ricordato che la parrocchia si qualifica dal punto di vista cristiano non per se stessa, ma in riferimento alla Chiesa particolare, di cui costituisce un’articolazione. È la diocesi ad assicurare il rapporto della Chiesa con il luogo, con le dimore degli uomini. La missione e l’evangelizzazione riguardano anzitutto la Chiesa particolare nella sua globalità… La parrocchia, che vive nella diocesi, non ne ha la medesima necessità teologica, ma è attraverso di essa che la diocesi esprime la propria dimensione locale” (n.3).

Viene citata, subito dopo, a conferma, una frase del Papa che invece va in tutt’altra direzione e ha uno spessore ben diverso. Il Papa definisce la parrocchia come “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie”.

La parrocchia è contrassegnata teologicamente dall’Eucaristia: è il cammino delle famiglie verso l’Eucaristia e il ripartire dall’Eucaristia verso la missione nel territorio e nel mondo. Lo stesso documento dei vescovi dice più avanti che occorre “restituire alla parrocchia quella figura di Chiesa eucaristica che ne svela la natura di comunione e di missione” (n. 4). Questo avviene, certamente, in comunione con la diocesi. Non esiste Eucaristia se non in comunione con il Vescovo e il suo ministero apostolico, ma questo non vuol dire che la parrocchia sia solo una circoscrizione della diocesi e viva ad nutum episcopi. Essa vive ad nutum Spitirus Sancti! L’eccessivo “episcopalismo” e, quindi, curialismo delle nostre diocesi atrofizza e uccide le comunità parrocchiali e la loro missione.

Che significa questo in ordine alla missione e in particolare in ordine alla missio ad gentes? Significa che la parrocchia è una comunità inviante. Se la missione nasce dall’Eucaristia, dove si celebra l’Eucaristia si pone l’esigenza di un invio: verso il territorio e verso il mondo. Certo, poi, che questo invio debba essere coordinato, in spirito di comunione, dal Vescovo, magari attraverso il Centro missionario diocesano, ma ciò non attiene all’essenza dell’invio, che trae la sua giustificazione e la sua forza dall’Eucaristia. Il concetto di parrocchia come comunità inviante non c’è ancora nei nostri parroci. Non si preoccupano di portare la buona notizia agli altri né nei propri confini né fuori di essi.

Notiamo, per inciso, che la famiglia cristiana può essere comunità inviata, ma non comunità inviante, perché la famiglia non è il luogo proprio dell’Eucaristia (rifuggiamo da un concetto devozionale di Eucaristia: qui si parla della celebrazione comunitaria, domenicale). Notiamo anche, per inciso, che i movimenti inviano e non sono di per sé luoghi propri dell’Eucaristia. Essi “fanno tutto in casa”, si autoinviano e se questo può corrispondere alla vocazione missionaria di tutti i battezzati, non corrisponde però alla struttura sacramentale e apostolica della Chiesa. Il discorso si farebbe lungo… Dovremmo parlare anche dell’invio degli Ordini religiosi, Congregazioni e Istituti che attualmente sono inviati dal Papa, ma questo esula, forse, dal discorso di oggi.

Ci domandiamo, invece, che cosa cambierebbe nella parrocchia se si riscoprisse come comunità inviante? Che cosa comporterebbe sul piano della formazione cristiana e su quello delle strutture?

3° punto cruciale: La comunità cristiana come comunità di accoglienza di tutti “i figli di Dio che erano dispersi” 

 L’evangelista Giovanni pone in bocca a Caifa la profezia che “Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52). L’Eucaristia è momento di unità, forza di attrazione, sacramento supremo di riconciliazione del mondo con il suo Creatore e quindi con se stesso. La parrocchia, quale luogo dell’Eucaristia, ha una vocazione di accoglienza per i vicini e di ospitalità “spirituale” per il mondo intero.

Noi spesso abbiamo un concetto troppo sociologico e , direi, poco misterico, di Chiesa. Anche a livello locale. Chi appartiene alla Chiesa, chi c’è dentro, è per noi definito volta a volta dal battesimo, dalla pratica religiosa, dall’osservanza delle direttive della Chiesa, ecc. Non consideriamo abbastanza che ci sono i “figli di Dio dispersi”, quelli che Lui solo conosce, perché legge nei cuori, e ai quali la Chiesa dovrebbe man mano dare visibilità. Uno dei numeri più belli e significativi della nota pastorale sulle parrocchie missionarie è il n. 13 (l’ultimo!). Esso vuole richiamare “alcuni atteggiamenti di fondo che ne qualificano il volto missionario” [della parrocchia]. E dice che “il primo di questi atteggiamenti è l’ospitalità”. Ma leggiamo per intero la descrizione di questa ospitalità che è mitezza dell’accoglienza, coraggio della ricerca e consapevolezza della verità [vedi per esteso].

La caratteristica più profonda dell’accoglienza cristiana è che sa discernere e venerare in ogni creatura – persona, gruppo, popolo, cultura, civiltà,  ma anche manufatto e realtà del cosmo – ciò che Dio ha posto in essa e ciò che Dio vuol trarre da essa. In ogni uomo, quindi, sa vedere il figlio di Dio che è e a cui è destinato e sa amare questo!

C’è l’accoglienza di chi è vicino e di  chi viene da lontano. C’è l’accoglienza della persona e quella di ciò che la circonda: la sua famiglia, le sue origini, la sua storia, il suo paese lontano… C’è un’accoglienza che è sollecitudine di carità, condivisione di beni, ma prima di tutto quella che è attenzione, ascolto, empatia, amicizia, condivisione di gioie e dolori, lotte e speranze; in una parola della vita.

Il tema dell’accoglienza rimanda necessariamente, come dice bene il documento, da una parte alle persone, a una rete di relazioni, quindi alle famiglie, ai gruppi di famiglie prima ancora che a delle strutture specifiche – che pure potranno essere preziose – e dall’altra all’ascolto della Parola.

Accogliere il mondo in parrocchia vuol dire tantissime cose e, prima di tutto, vuol dire conoscere. C’è nelle nostre parrocchie una grande ignoranza del mondo; c’è la visione del mondo che dà il Maligno attraverso i grandi mezzi di informazione e i discorsi dei potenti. Bisogna superare questi filtri, fare una contro informazione capillare, tentare di mettere a contatto più diretto Nord e Sud del mondo, dare voce ai poveri, dare voce ai popoli, dare voce alle giovani Chiese, dare voce ai missionari che tornano come testimoni di tanto dolore, ma anche di tanta grazia e di tante meraviglie che Dio opera in tutte le parti del mondo. Su questo punto abbiamo responsabilità, ma anche possibilità immense.

In secondo luogo vuol dire discernere: discernere ciò che di buono e di bello c’è nelle varie culture e religioni, da ciò che di meno bello esse contengono e possono trasmettere; discernere ciò che di nuovo fanno le Chiese sorelle in tutti i continenti e le nuove espressioni che esse danno al cristianesimo. C’è tutta un’opera di educazione al dialogo e di apertura all’accoglienza delle manifestazioni diverse della stessa fede cristiana, che va fatta in parrocchia.

In terzo luogo accogliere vuol dire interessarsi attivamente del mondo, dei suoi grandi problemi, delle scelte fondamentali che oggi bisogna fare a livello mondiale. La parrocchia è cattolica veramente quando non stacca gli occhi dall’orizzonte del mondo e vede i suoi piccoli problemi interni nella prospettiva di quell’orizzonte, non viceversa. Le nostre parrocchie assomigliano più a piccoli recinti protetti da alte mura, che non a città poste sul monte. Quel Dio che “ha tanto amato il mondo” non può vedersi rispecchiato in queste piccole enclaves che al mondo chiudono gli occhi e il cuore.

4° punto cruciale: la parrocchia “casa e scuola di comunione”

 “Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo”,  diceva Giovanni Paolo II alla fine del grande giubileo del 2000. Vale per ogni livello locale di realizzazione della Chiesa. Vale per la famiglia, in quanto “prima comunione di persone”, a modello della SS. Trinità, e vale per la parrocchia, in quanto fondata sull’Eucaristia, che ripropone e ridà efficacia alla vittoria di Gesù contro ogni divisione causata dal male. È una comunione, quella eucaristica, che passa attraverso la Croce e quindi attraverso la donazione della vita da parte del Signore per tutta l’umanità, appunto perché i figli di Dio che erano dispersi  possano tutti ritrovare l’unità.

Quello che occorre sottolineare, dal punto di vista della missione, è che la comunione creata dall’Eucaristia è una comunione aperta, dinamica, universale. Essa ha gli stessi confini, lo stesso orizzonte del mistero pasquale: “Per la salvezza nostra e di tutto il mondo”. La parrocchia è per il mondo; la comunione che cerca di vivere al suo interno è una comunione già dilatata ad abbracciare tutti i fratelli di fede in ogni parte del mondo e tutti coloro che non hanno ancora la fede o perché non hanno udito l’annuncio o perché esso è stato, almeno fino a quel momento, respinto. Non c’è nessuno che sia estraneo alla comunione.  

La passione per l’unità deve pervadere la parrocchia a tutti i livelli: unità nella diversità tra tutte le componenti della comunità, unità tra tutti coloro che hanno particolari carismi e ministeri; unità di quelli e con quelli che lavorano in diversi settori e per diverse cause (pace, ambiente, liturgia, catechesi, cultura, ecc.); unità assiduamente cercata fra i cristiani “che frequentano” e quelli che “non frequentano”; unità ecumenica con i cristiani di altre confessioni; unità di amore e di dialogo con credenti di altre fedi e non credenti…

Questa passione per l’unità soffre e lavora per il superamento delle divisioni ad ogni livello: fra Nord e Sud del mondo; fra etnie diverse, fra ideologie contrapposte: un impegno per l’unità di tutto il genere umano, di cui la Chiesa nel suo insieme, ma anche ogni comunità cristiana locale è segno e strumento. Dove manca la passione per l’unità manca la missione.

Comunione aperta, dinamica, universale, dicevamo. Essa si esprime anche nella capacità di “prendere sulle spalle” il mondo e di sentirsi corresponsabili della sorte di tutti gli esseri umani. La passione per l’unità diventa croce per sanare tutte le ferite ad essa inferte.

Su questa linea l’impegno di ogni parrocchia a farsi carico dei problemi del mondo con i “nuovi stili di vita”, per esempio, e con varie forme di solidarietà e di condivisione. I nuovi stili di vita devono diventare oggetto abituale della predicazione della Chiesa, perché sono un’attualizzazione della morale che scaturisce dalla Vita nuova in Cristo. Altre forme di solidarietà e di pacifica, mite lotta per la giustizia, l’ambiente e la pace saranno scelte volta per volta, situazione per situazione, ma non possono mai mancare in una comunità che ascolta la Parola e ne vive la dimensione profetica. 

Ci domandiamo, allora: il prete (parroco), che ha il ministero specifico di unità attorno alla Parola e nell’Eucaristia,  è abilitato a questo ministero? Ministro della riconciliazione, che cosa sa e vuole riconciliare? Limita questo suo ministero all’interno della comunità o lo svolge per tutta la società e per il mondo? E la comunità cristiana, segno e strumento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, cosa fa in proposito? Ha coscienza che tutte le divisioni, le emarginazioni, le lotte, le guerre che ci sono nel mondo dovrebbero farla sanguinare come Gesù sulla croce? Ha coscienza che su questo ministero di amore e di pace si gioca tutta la sua credibilità?

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