Sale la tensione con scontri che hanno provocato numerosi morti sia tra gli anglofoni sia tra le forze dell’ordine. Per i vescovi del Camerun la soluzione è una maggiore attenzione alle diversità che convivono nel paese: “C’è un problema di ingiustizia che va risolto attraverso il dialogo”.

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È una crisi annunciata quella scoppiata nelle province occidentali del Camerun. Da anni si sapeva dell’insoddisfazione delle popolazioni anglofone, che si sono sempre sentite marginalizzate dal governo centrale. Si conosceva il loro malcontento e si temeva che, prima o poi, sarebbe esploso. Probabilmente il governo centrale di Yaoundé ha sottovalutato il rischio e, quando ha deciso di affrontarlo, lo ha fatto in modo duro, scatenando una reazione altrettanto dura da parte della popolazione locale. Il risultato è la crescita della tensione con scontri che hanno provocato numerosi morti sia tra gli anglofoni sia tra le forze dell’ordine.

Un’ulteriore colpo all’autonomia degli anglofoni è arrivato nell’ottobre 2016

Il presidente Paul Biya, che guida il Paese da 35 anni, non è avvezzo al dialogo – spiega Ludovic Lado, gesuita camerunese e analista politico -, alle manifestazioni di protesta ha risposto inviando rinforzi alla polizia e alle forze armate. Ne è nata una feroce repressione che, in molti casi, è sfociata in aperte violazioni dei diritti umani. I leader della comunità anglofona hanno perso i loro posti di lavoro perché sospettati di sostenere i manifestanti. Alcuni di essi sono stati arrestati e portati a Yaoundé, dove dovranno subire un processo in base alle leggi antiterrorismo

Il Blocco delle informazioni.

Il governo ha infatti bloccato anche il flusso di informazioni, restringendo o, in alcuni casi, impedendo l’accesso ai social network (Facebook, Twitter, WhatsApp, ecc.). Dopo le Primavere arabe, i social network hanno avuto un ruolo fondamentale nel trasmettere parole d’ordine di ogni rivolta. Yaoundé, come molti governi africani, ha così deciso di bloccare i server per timore che le manifestazioni trovassero una cassa di risonanza.

La reazione della Chiesa locale

Parole molto ferme anche nel comunicato emesso dalla Conferenza episcopale del Camerun. «Nessuno ha il diritto di uccidere – è scritto – Noi denunciamo la violenza utilizzata e lo facciamo con tutte le nostre energie». Secondo i vescovi del Camerun, però, la soluzione non è la secessione, ma una maggiore attenzione alle diversità che convivono nel Paese. «In Camerun – osserva mons. Samuel Kleda – vivono 23 milioni di persone e si vorrebbero creare due Stati. Molti camerunesi pensano che questa non sia la soluzione. C’è un problema di ingiustizia che va risolto attraverso il dialogo».
Secondo Ludovic Lado, la soluzione della crisi deve passare attraverso un dialogo internazionale, sotto la mediazione internazionale che lavori per un’effettiva decentralizzazione delle strutture di governo.

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