Cammino Formativo

Animatori missionari: evangelizzati ed evangelizzatori

In ascolto della Parola di Dio

don Carlo Bazzi

don Carlo Bazzi, Prete

1° incontro, 2003/2004

Nel Cammino Formativo di Missio Toscana, la relazione”In Ascolto della Parola di Dio” di don Carlo Bazzi durante l’incontro di Formazione Missionaria regionale dal tema “Animatori Missionari: evangelizzati ed evangelizzatori“.

Noi oggi ci rivolgiamo giustamente agli Atti degli Apostoli che ci possono parlare di evangelizzazione; nel libro è difficile distinguere tra natura della Chiesa e missione; anche se non si identificano, sono profondamente intrecciate.

Luca, questo grande autore del Nuovo Testamento, è molto attento alla divisione dei tempi, alle soglie temporali; non lega la missione ai pagani alla vita di Gesù; questa non è una curiosità, ma un dato esegetico; mentre in altri Vangeli Gesù si muove, va oltre i confini di Israele, Luca evita di anticipare al tempo di Gesù la missione ai non ebrei.

Ma le basi sono gettate in maniera talmente profonda che gli Atti degli Apostoli sono la conseguenza, direi inevitabile e necessaria, di quanto narrato nel Vangelo. Già nell’infanzia, nel cantico di Simeone, Gesù è presentato come salvezza per tutte le genti, luce per illuminare tutti i popoli.

A Nazaret, il brano programmatico del Vangelo di Luca, nella sinagoga, Gesù si riferisce ad Elia ed Eliseo: Elia aveva operato nella zona di Sarepta, oltre i confini della Terrasanta, ed Eliseo aveva guarito Naaman il Siro.

Ricordiamo inoltre il centurione, l’invio dei settanta: questo numero simbolico che contiene la progettazione di una missione universale; il passaggio attraverso la Samaria, zona solo in parte ebraica; la parabola del banchetto a cui tutti sono invitati, soprattutto coloro che non erano stati invitati all’inizio.

Tutto questo prepara, insieme all’attaggiamento stesso di Gesù e alla sua proposta, la missione ai pagani.

Gesù muore, risorge; e il Risorto dà origine alla missione.

Nel cap. 24 di Luca abbiamo la promulgazione della missione universale: “Il risorto disse: sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi; bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me, nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi; allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno; nel suo nome saranno predicate a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme; di questo voi siete testimoni; io manderò su di voi quello che il Padre mi ha promesso; voi restate in città finché non siate investiti di potenza dall’alto”.

Questi versetti sono così profondi che meriterebbero tutta l’ora per poterli meditare e impadronirsi della loro ricchezza. Qui troviamo tutti gli elementi essenziali della missione: il riferimento alle Scritture, a tutta la Scrittura.

“L’invio alle genti non nasce da uno dei filoni o da un filone laterale, ma è il compimento di tutte le Scritture, indicate qui nella loro forma canonica di Legge, Profeti e Salmi.”

Altri elementi costitutivi sono il perdono dei peccati e il richiamo alle parole del Gesù terreno: “Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi”.

Potremmo dire che Gesù ha fatto il seminario per sé e per gli altri; ma ora il tempo della preparazione è finito e bisogna operare, bisogna partire.

Il perdono dei peccati: la missione non è un annuncio che informa o che si limita ad aprire nuovi orizzonti: rimedia, salva, ricupera, realizza il progetto iniziale di Dio che era stato sciupato e non è ancora compiuto.

La testimonianza: “di questo voi sarete miei testimoni”; una testimonianza che consiste nell’essere capaci di portare altrove ciò che è accaduto in un luogo. La storia di Gesù che diventa la storia di tutti gli uomini attraverso la testimonianza: tutto questo animato, sostenuto, vivacizzato, rilanciato dalla potenza dello Spirito Santo, secondo la promessa che si deve ancora realizzare.

Il centro è Gerusalemme, ma il raggio della missione deve attraversare tutto il mondo.

Questo progetto, questa svolta missionaria che si trova alla fine della prima parte dell’opera lucana (il Vangelo), la ritroviamo all’inizio degli Atti degli Apostoli; c’è una saldatura profonda tra la fine della prima opera e l’inizio della seconda, dove alcuni elementi sono precisati meglio; per esempio la strategia missionaria; dice il ver. 8 del cap. 1 degli Atti: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme e in tutta la Giudea, dalla Samaria fino agli estremi confini della terra”.

Alcuni vedono in questo ver. 8 quasi l’indice di tutti gli Atti, i quali parlano di Gerusalemme, poi della missione in Samaria e poi fino agli estremi confini della terra, rappresentati dall’arrivo del Vangelo e di Paolo a Roma.

Viene anche ribadita la promessa dello Spirito Santo, presentatata al v. 5 come la realizzazione della promessa di Giovanni che aveva battezzato in acqua, ma aveva profetizzato il battesimo nello Spirito.

Quindi, al termine di questa prima parte, di questa introduzione degli Atti, dopo il cap. 24 di Luca, troviamo ormai definita, non solo nei suoi contenuti essenziali, ma anche nelle sue risorse, nella sua progettualità e nella sua proiezione geografica, la missione universale.

Questa però non comincia subito, c’è bisogno della Pentecoste.

La Chiesa nata da Gesù rinasce dallo Spirito. La Pentecoste non è solo un evento tra tanti: è il culmine, il compimento e non solo della storia di Gesù.

La citazione di Gioele e i richiami ad altri passi del Primo Testamento, per esempio Ezechiele 37, dimostrano che la Pentecoste è il punto di arrivo, il compimento di tutta la storia sacra, almeno secondo Luca.

Nello stesso tempo, questo arrivo, questo riposo, questa pienezza sono la base, la piattaforma per la nuova partenza.

La promessa che si compie diventa la capacità di un compito nuovo. Il punto di partenza del nuovo cammino. La missione inizia con la Pentecoste e con la nascita della comunità; non esiste differenza tra la nascita della comunità e la nascita della missione. In qualche modo, forse il progetto della missione precede la nascita e forse anche il progetto della Chiesa, come soggetto della missione.

Nella Pentecoste nasce anche il compito dei singoli, perché ognuno deve dare il suo contributo, che alla fine deve essere comunitario, ma in origine deve essere personale.

Dalla Pentecoste si dipana un cammino sempre più ampio, attraverso il racconto degli Atti; per descrivere le origini della missione e della Chiesa, Luca sceglie alcuni filoni caratteristici, ma non esaurisce la realtà di come sono avvenute le cose e probabilmente nemmeno tutte le informazioni di cui dispone; si limita a scegliere alcune esperienze e alcuni personaggi esemplari.

Secondo gli Atti degli Apostoli, colui che muove tutto, che avvia e spinge la missione è lo Spirito dato nella Pentecoste e in altre occasioni, come in Samaria, a Cornelio o ad Efeso.

Un altro fattore che incentiva la missione è la persecuzione; con l’arresto di Pietro e di Giovanni nasce la preghiera della Chiesa, nasce la coscienza della comunità.

Con l’uccisione di Stefano, i cristiani ellenisti vengono dispersi, mentre Pietro e gli apostoli rimangono a Gerusalemme, e così inizia la missione in Samaria, come è detto al cap 11;

“grazie a questa persecuzione alcuni proseliti di Cipro e della Siria arrivano ad Antiochia e diffondono la comunità.”

Un evento storico eccezionale per la missione è la fondazione della comunità di Antiochia.

D’ora in poi la missione partirà soprattutto da Antiochia; Gerusalemme rimane sullo sfondo per ratificare, sostenere, criticare, approvare, ma ormai il motore della missione è da cercare ad Antiochia.  Con l’uccisione di Giacomo il Maggiore, narrata al cap.12 degli Atti, si ha la dispersione della maggioranza degli apostoli e dei giudeo-cristiani; la prima persecuzione invece aveva riguardato soltanto i cristiani provenienti dal giudaismo della diaspora.

In seguito a queste persecuzioni la Chiesa perderà il legame profondo con la comunità  di origine di Gerusalemme e avrà altri riferimenti: Antiochia, Roma.

La persecuzione gioca  negli Atti un ruolo di prova  ma anche di rilancio continuo della missione.

Un terzo elemento, dopo la persecuzione, è la vocazione. Quella dei dodici è avvenuta durante la vita terrena di Gesù, ma ci sono altre vocazioni; una è ritenuta paradigmatica, ed è quella di Paolo; ma altre vocazioni precedono addirittura quella di Paolo, per esempio la conversione di  Barnaba, che ebbe sicuramente un  ruolo decisivo nella formazione della comunità e dell’organizzazione missionaria. Barnaba  meriterebbe di essere invocato come Patrono delle Missioni, almeno della Toscana.

L’altro personaggio è Filippo e un altro è Stefano che viene ucciso; il suo atteggiamento non è solo di difesa ma quello di annuncio, di proclamazione della missione.

Un altro fattore energizzante della missione è l’esperienza che si acquisisce.

Gli Atti ci permettono di cogliere la crescita del missionario Paolo, mentre per gli altri personaggi le notizie sono troppo poche per poter fare un  curriculum e delineare una esperienza di crescita.

Paolo inizialmente è l’inviato, il missionario della comunità di Antiochia, sotto la guida e la tutela di Barnaba e annuncia il Kerygma, la morte e la risurrezione di Gesù; parlando agli ebrei annunzia in Gesù il compimento delle Scritture e parlando ai pagani annuncia il superamento dell’idolatria, la conoscenza del vero Dio.

In un secondo tempo insiste e si fa conoscere attraverso le Lettere ai Tessalonicesi; annuncia il ritorno del Signore, insiste su Gesù il Cristo, accanto a Dio; parla di Chiesa ma intende sempre la comunità  locale; invita alla vita cristiana ma soprattutto alla pratica della carità, della fede e della speranza.

Infine il Paolo maturo è ormai indipendente, è in parte riconosciuto e in parte lotta per essere riconosciuto come  inviato non dai dodici, ma direttamente dal Risorto stesso. Vede in Cristo il centro della comunità e della vita cristiana, e pone nella fede il fulcro della risposta personale a Cristo; dalla fede deriva la dottrina della giustificazione: è Cristo che ci ha messo al posto giusto e da questo posto noi possiamo interloquire con Cristo e con gli altri fratelli; dalla giustificazione nasce anche il dovere di condividerlo con gli altri, quindi di annunciarlo a chi non lo conosce.

Nella fase della maturità  la Chiesa è presentata come un corpo con molte membra, la croce diventa il suo interesse fondamentale, follia e condanna, che tutti abbiamo meritato con i nostri peccati, ma anche espiazione e vittoria;  Cristo viene presentato soprattutto come il “il Signore, il Kirios”, ormai è Lui stesso Dio, dotato dei misteri e dei poteri di Dio.

Sarebbe interessante vedere il passaggio da Paolo membro di una comunità a Paolo membro di una missione e a Paolo apostolo delle genti. Nella lettera ai Colossesi soprattutto, ma anche in quella agli Efesini, ormai egli  è un pilastro della Storia della Salvezza: dall’umile convertito, recuperato da Barnaba, all’apostolo delle genti, che ha una funzione quasi vicaria rispetto al Cristo; anche lui soffre per la salvezza di tutte le Chiese. Probabilmente anche molti altri, e la Chiesa nel suo complesso, vivono questa crescita missionaria, facendo la missione.

La Missione è uno dei grandi fattori della crescita  della Chiesa, ed i punti essenziali di questa crescita missionaria che crea l’identità della Chiesa sono i seguenti: la separazione da Israele; inizialmente la comunità di Gerusalemme si pone come un movimento all’interno dell’ebraismo; il giudaismo era molto variegato, pieno di sette, di proposte alternative. Poi comincia a rendersi conto di avere un compito nei confronti di tutto Israele e quindi a distinguersi da esso. Infine accentua soprattutto l’unione dei vari gruppi all’interno della comunità  e molto presto dall’unione nasce la diffusione, la forza dell’espansione; così in pochi decenni la Chiesa primitiva è in grado di portare il Vangelo, non dico in tutto il mondo, ma sicuramente in quello che aveva sotto gli occhi, la parte di mondo che in quel tempo si identificava con il mondo.

Dopo questo inquadramento generale veniamo al nostro tema:

La Chiesa Evangelizzata ed Evangelizzante

E’ un punto di vista abbastanza originale e un angolo di lettura degli Atti degli Apostoli, che avrebbe meritato migliori approfondimenti da parte mia.

La Chiesa evangelizzata: dalla Pasqua di Gesù, dal Vangelo di Gesù, dalla Pentecoste nasce la proclamazione che fa sorgere una comunità e attraverso essa tante comunità.

La Parola è lo strumento: all’inizio della missione abbiamo la conferma della scelta della Parola come mezzo principe della storia della salvezza. La Parola biblicamente significa “Dio che si fa conoscere”, ma anche “ Dio che cerca un dialogo”; ricorda inoltre la difesa del proprio mistero, della propria trascendenza, ma anche il rispetto della libertà altrui.

Parlando, Dio non si fa vedere che raramente per sostenere e dare forza alla  Parola ma non riduce la sua trascendenza, il suo mistero.

La voce permette a Dio di rimanere dov’è e nello stesso tempo di proporre parole e progetti a chi lo ascolta.

La parola inoltre permette all’uomo di rispondere in libertà; la visione blocca, commuove; la parola sollecita la risposta ma lascia liberi, fa pensare.

Questa problematica è curiosa ma è tornata di moda con l’invasione della televisione nelle nostre case e nella nostra vita; la televisione imbastardisce, toglie la capacità di riflettere; la radio invece, e soprattutto la lettura, aiutano a riflettere, hanno una funzione non di blocco ma di stimolo.

“Questa esperienza umana fondamentale la ritroviamo nella scelta della Parola come mezzo di proclamazione, di annuncio, di istruzione, di comunione fra Dio e l’umanità.”

La Parola salva la simmetria; propone e chiede risposta, promuove il dialogo e la comunione. E ogni comunità nasce dall’annuncio.
Nel cap.2 degli Atti abbiamo, ricostruito da Luca,  il modello dell’annuncio cristiano: l’apostolo si rivolge ai presenti  e li sollecita a prendere coscienza  che la novità collega l’esperienza che hanno vissuto dall’esterno con le promesse, con la storia di Gesù; i vv 32-36 sono una proclamazione formale con un annuncio condensato di quello che si vuole far conoscere e accettare.

Atti cap.2,32-36:…”questo Gesù Dio lo ha risuscitato e tutti noi ne siamo testimoni,…sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso.

Con l’annuncio della resurrezione e del nuovo status di Gesù, Cristo e Signore, ognuno è invitato a trovare un nuovo riferimento, ad orientare la vita in relazione con Lui, a realizzare il suo stesso compito.

La comunità di Gerusalemme  nasce intorno all’annuncio di questo Kerigma e si sviluppa come una realizzazione delle promesse dell’Antico Testamento; la missione agli ebrei fa leva sulla fedeltà di Dio, sulla continuità del piano di Dio, e mette in evidenza nello stesso tempo il carattere escatologico dei fatti annunciati.

La risurrezione di Gesù era prevista da tutte le Scritture, l’arrivo dello Spirito è il segno escatologico; senza l’accettazione di questo annuncio, a Israele manca  la meta. Israele perde il compimento di tutta la sua storia; con l’accettazione di questo annuncio Dio ha rivelato pienamente se stesso e la storia  della Salvezza è entrata nella pienezza dei tempi. Nulla ormai di più importante può accadere.

La missione si basa proprio su questo carattere escatologico dell’esperienza pasquale e pentecostale.  Dio ormai ha detto tutto, e l’unica cosa da fare è farlo sapere a tutti; non si può attendere che Dio parli ancora o dica di più; bisogna partire per dire quello che è successo, quello che Dio ha detto in modo definitivo.

Leggiamo negli Atti che la comunità degli ebrei che si crea in Gerusalemme ha vari problemi e una vita intensa; i problemi si chiamano persecuzioni; su altri problemi Luca sorvola, forse perché lui ama la comunità primitiva e quindi la idealizza. Basta vedere come tratta i discepoli; se prendiamo l’immagine dei discepoli in Luca e la  confrontiamo con Marco, ci accorgiamo che siamo di fronte a due ritratti profondamente diversi, a volte contraddittori; per dare soltanto un esempio, ricordiamo che nel Getzemani, quando gli apostoli si addormentano, e Gesù per tre volte li lascia e per tre volte li trova addormentati, secondo Luca questo avviene solo una volta e aggiunge: “dormivano oppressi dalla tristezza”.

Quindi la sua immagine degli apostoli è ideale e la sua immagine di Gerusalemme è devota; sa che tutto viene da lì. Ma in realtà alcune difficoltà sono una forza  interna straordinaria della comunità; per esempio la divisione all’interno della comunità fra ebrei che abitano a Gerusalemme o galilei come gli apostoli, e gli ebrei provenienti dalla diaspora. E il Sinedrio, istituzione che rimane in carica sino al 36, inizia a perseguitare, anche attraverso Saulo, non gli ebrei cristiani, che sono considerati una setta alla pari  delle altre, ma gli  ebrei ellenisti cristiani, che cominciano a criticare il Tempio e cominciano a tradurre il Vangelo nella mentalità greca, e quindi preparano già la grande svolta missionaria.

Il ruolo che hanno svolto gli ebrei ellenisti che venivano a Gerusalemme o che avevano scelto Gerusalemme come patria, ma avevano una formazione ellenista, rimane fondamentale nelle missione; la prima persecuzione è contro di loro e il primo martire cristiano non è un apostolo, non è Giacomo ma Stefano; perché lui rappresenta la novità, la svolta effettiva.
Il discorso di Stefano ha una forte valenza missionaria; esso annuncia la fine del ruolo del Tempio; nel disegno di salvezza, Dio ormai si rivolge a tutte le nazioni e la resistenza contro l’opera  virtualmente universale dei cristiani ellenisti equivale alla resistenza contro Dio stesso.

Gli Atti degli Apostoli danno un grande risalto alla nascita della comunità di Antiochia, ma nella nostra tradizione questo fatto non è stato valorizzato come avrebbe dovuto, perché è uno dei grandi momenti della missione; dovrebbe essere tenuto caro, tesaurizzato, come parte della nostra tradizione in quanto cristiani provenienti dal paganesimo. Gerusalemme  forse sarebbe arrivata molto più tardi; fu Antiochia ad aprire formalmente la missione ai pagani.
E’ vero che gli Atti degli Apostoli presentano Pietro che va da  Giaffa a Cesarea ed evangelizza un pagano, Cornelio, ma sembra un fatto più collaterale di una realtà storica anche se gli Atti gli attribuiscono grande importanza. Sembra il bisogno di collegare a colui che ha guidato la comunità di Gerusalemme la svolta missionaria, mentre storicamente fu la comunità di Antiochia; ma pochi vanno in pellegrinaggio ad Antiochia.

Vi leggo il testo degli Atti che è poco conosciuto, Atti cap.11,19-26 [leggi il testo degli Atti dal Sito bibbiaedu.it].

Questa è una pagina stupenda dell’inizio della comunità che poi vivrà la missione in tutto il primo secolo, e darà la forma definitiva alla Chiesa e alla sua navigazione nella storia. Qui abbiamo alcuni elementi della nascita di una comunità; è interessante ricordare che non sono mandati dagli apostoli.

La loro partenza è dovuta alla persecuzione e di loro iniziativa vanno ad Antiochia; ma non trovano una grande risposta tra gli ebrei e allora hanno il coraggio di rompere gli schemi, “annunziano ai greci”, cioè agli ellenisti ed ebbero un grande successo.

Alcuni mandano a dire a Gerusalemme: “La novità è troppo grande”  Gerusalemme manda Barnaba, e Barnaba, va e non sta a vedere se Antiochia ha applicato la prassi di Gerusalemme; riconosce la grazia del Signore e se ne rallegra.  Grande, questo uomo di Dio: vede la grazia del signore e se ne rallegra. Questo è un elemento fondamentale per ogni missione:  non si va per indottrinare, per ripetere,  per imporre…. ma  per imparare, per scoprire, per gioire, come fece Barnaba, uomo virtuoso,  pieno di Spirito Santo e di fede.

Sembra che avvenga dentro Barnaba una Pentecoste che permette a tutta la Chiesa di andare avanti. E questo atteggiamento è proprio nella linea… di “una folla considerevole fu condotta al Signore”.

In questo caso non è più il richiamo alle antiche Scritture, il segno della pienezza dell’esperienza cristiana, della forza del Kerygma, ma è il risultato, il successo;  se pochi ad Antiochia avessero accettato il Vangelo probabilmente si sarebbe tornati agli schemi di Gerusalemme. La comunità di Antiochia si forma grazie all’accoglienza da parte dei pagani e così è reso possibile l’inizio della missione.

La comunità di Antiochia forma anche Paolo che deve la sua missione e anche il suo messaggio alla catechesi della comunità di Antiochia e noi abbiamo la fortuna  di avere nella  Lettera ai Corinti, al cap 15,  proprio un po’ del catechismo da lui imparato ad Antiochia. E Paolo trasmette quello che lui stesso ha ricevuto.

Paolo si è convertito intorno al 36, è stato qualche tempo ad Antiochia e così  noi abbiamo un po’ del catechismo di Antiochia.
Tutto questo significa che lo Spirito era presente ad Antiochia e, come a Gerusalemme, anima quella comunità. E lo Spirito parla attraverso il profeta Agapo e parla di una realtà che riguarda tutta le terra e il centro della terra sembra essersi spostato ad Antiochia.

L’altro grande elemento: i discepoli, ciascuno secondo quello che possedeva, decisero di mandare un soccorso ai fratelli abitanti nella Giudea. Un fatto interessante che dimostra un rapporto filiale, una premura  della comunità figlia verso la comunità madre; siamo ormai a un livello superiore, infatti parlando aramaico, a Gerusalemme, gli apostoli avvicinavano solo la gente della campagna che andava in città  oppure gli strati più bassi della popolazione, mentre gli ellenisti cominciarono a parlare greco per gli ebrei che venivano da fuori.

Ad  Antiochia, quelli che venivano dalla Fenicia e da Cipro erano ellenisti e parlavano greco, mentre il popolo parlava soltanto il siriaco; parlando greco, si rivolgevano agli strati medio-alti della città; si aprono quindi altre possibilità, ci sono altri mezzi a disposizione. Antiochia rappresenta proprio il passaggio, rispetto a Gerusalemme, all’evangelizzazione di altri strati sociali.

In realtà riconoscere che Gesù è il Cristo,  per le prime comunità era una svolta notevole; voleva dire riconoscere, se erano  di origine  ebraica, che in Lui si era compiuto tutto il cammino della storia del proprio popolo. Voleva dire riconoscere in Lui la forza di liberazione che era di Mosè;  voleva dire riconoscere in Lui la discendenza di Abramo; voleva dire scoprire, rispetto a Lui, il senso della propria vita. Voleva dire avere un Salvatore;  ma ancora più importante è l’affermazione  “Signore Gesù”, che si trova nella 1° lettera ai Corinti 12,3: “solo nello Spirito si può dire Signore Gesù”; il termine Signore ha riferimenti molto diversi rispetto a quello di Cristo. Cristo si riferisce alle promesse dell’Antico Testamento, soprattutto alla linea “monarchica”: Cristo è il “Re” ideale,  è il Messia, il Liberatore.

Signore invece è il riconoscimento che Gesù occupa il posto di Dio, che Gesù  vive la storia, non solo alla destra di Dio, ma sempre più in modo cumulativo con Dio. Egli diventa a poco a poco il Dio dei cristiani, il Dio soprattutto sperimentato nella liturgia, dove viene   riconosciuto e lodato: “lode a te o Cristo”; in seguito, con le persecuzioni, confessare che Gesù  è il Signore vuol dire rifiutare le pretese degli imperatori, dei re, oltre che il potere locale legato più o meno con Roma; vuol dire sentirsi liberi da tutti i poteri dominanti del mondo.

Vuol dire avere la forza di affrontarli e di morire dando testimonianza.

Dalla confessione, più che dalla missione, nasce il martirio.

Nelle comunità evangelizzate emergono alcune caratteristiche interne, per esempio, l’unione del culto; per la comunità di Gerusalemme il culto vuol dire ritrovarsi insieme nel Tempio.

Probabilmente, a Gerusalemme, all’inizio c’è soltanto una comunità che si riunisce in casa e nel tempio; con la crescita si creano altre comunità; per esempio una comunità che si riunisce nella casa dei genitori di Giovanni Marco; andando a Gerusalemme, sono diverse le confessioni cristiane che vantano di avere il Cenacolo; forse c’è un fondamento storico, per alcune almeno; sono luoghi presentati come case  delle prime comunità; per esempio, quando Pietro  esce dalla prigione, al cap. 12, non va nel Cenacolo, ma va nella casa della madre di Giovanni Marco.

Ad Antiochia, non è possibile riunirsi nel tempio e allora deve nascere un culto completamente nuovo; separandosi dal tempio, la Chiesa si dota di qualcosa di facilmente esportabile e la comunità stessa diventa il luogo del culto.

Così l’agape acquista sempre più importanza. E’ molto difficile dire, quando troviamo all’inizio degli Atti il termine fractio panis, dire se ci si riferisce esattamente all’Eucarestia. All’inizio l’Eucarestia è il pranzo comune che riunisce e che fa crescere la comunità; non sono distinti, ma  piano piano l’Eucarestia  si celebra alla fine dell’agape, cioè del pranzo; infine l’Eucarestia diventerà un atto da tempio.

La forza amalgamante dell’Eucarestia nelle case è qualcosa che noi possiamo soltanto immaginare; la ritroviamo in ambienti molto lontani dal culto canonizzato.

Il servizio: in tutte le comunità c’è sempre chi pensa ai poveri; qui la scelta di Gesù rimane e viene praticata.

La Comunità Evangelizzante

Gli Atti degli Apostoli sono legati soprattutto a due nomi: quello di Pietro, nei primi dodici capitoli, e quello di Paolo, dal cap 13 in poi, anche se nella prima parte viene narrata la sua conversione.

I protagonisti sono soprattutto questi due grandi apostoli, ma se leggiamo con attenzione troviamo una miriade di nomi o di soggetti artefici dell’evangelizzazione.

Ci sono alcuni, indicati per nome, come Barnaba, Stefano, Filippo, Apollo, Aquila, Prisca e tanti altri; mettendo insieme i nomi negli Atti degli Apostoli e quelli che si trovano nelle Lettere di Paolo, possiamo ricostruire una lunga nomenclatura di missionari, di apostoli. Possiamo notare che la maggioranza sono uomini, ma le donne sono ugualmente coinvolte in questa opera di evangelizzazione; una addirittura, Giulia, a Roma, è chiamata apostolo; alcune sono dette “diacone”; altre, come Stefana, hanno avuto un ruolo fondamentale nella diffusione di una comunità a Corinto.

Prisca, insieme con Aquila, collabora alla fondazione di una comunità di Corinto  e di Efeso. Si evangelizza a coppie. Paolo nella Prima lettera ai Corinzi, cap. 9, dice che

“tanti apostoli, Pietro compreso, viaggiavano con la moglie”;  quindi la coppia evangelizzava. Aquila e Prisca sono un altro esempio di coppia evangelizzante.”

Tutto un settore da approfondire: la responsabilità delle comunità create e bisognose di continua formazione dipende da chi è in grado di ospitare, cioè da chi ha una casa dove ospitare gli evangelizzati e farli riunire.

La comunità  nel suo insieme è soggetto di evangelizzazione, come è oggetto di persecuzione, che è la controprova dell’efficacia dell’evangelizzazione.

Esaminando il termine fratelli, negli Atti degli Apostoli troviamo tantissimi dati: per esempio, i fratelli formano la comunità e sono responsabili dell’evangelizzazione; i fratelli si rivolgono a Pietro, ormai entrato in casa dei pagani, e nel cap 15,23  insieme decidono di eleggere alcuni da mandare ad Antiochia per dire che c’è il consenso per l’evangelizzazione ai pagani.

Nel cap 1,14-15 la comunità intera si trova con Maria e con i dodici, anche se la comunità è di 120 persone. Al cap 2 abbiamo l’esperienza dello Spirito che riguarda tutti coloro che si trovavano insieme nello stesso luogo.

Se la missione nasce a Pentecoste e non dall’elezione dei dodici, la missione deve avere come soggetto tutti, perché la Pentecoste è l’esperienza di tutti. Pochi sono gli apostoli Pasquali, mentre tutti, nella Chiesa, sono apostoli Pentecostali.

Nella lettera ai Corinzi Paolo dirà: “In primo luogo ci sono apostoli, in secondo luogo i dottori,  i maestri, ecc. ma il ruolo dei fratelli è il ruolo di sostegno agli apostoli. Il caso più significativo è il rapporto fra Paolo e Anania. Anania chiama Paolo fratello mio e Paolo di fronte al sinedrio, in una occasione ufficiale solennissima e dove aveva rischiato la vita, ricorderà Anania e proprio il fatto che Anania lo chiama fratello mio. Il ruolo di Anania nei confronti di Paolo, all’interno della comunità di Antiochia, fu certamente quello di una paternità spirituale.

Il Cristo risorto lo aveva chiamato, ma poi per farlo crescere lo aveva affidato a Barnaba. Paolo senza una comunità avrebbe vissuto una grande esperienza e sarebbe rimasto lì; la comunità ha evangelizzato Paolo, eppure aveva ricevuto la fede cristiana e la missione direttamente dal risorto. Questo è un elemento irrinunciabile per Paolo. Ma tutto quell’intreccio di crescita, di esperienza e di formazione di vita gli viene dalla comunità di Antiochia.

Un altro ruolo importante lo svolgono i fratelli nei confronti di Paolo ormai adulto nell’apostolato: a Tessalonica, nottetempo lo fanno fuggire; a Damasco lo accolgono e lo nascondono; a Pozzuoli, alla fine degli Atti degli Apostoli, lo accolgono,  lo fanno riposare, lo nutrono e lo fanno ripartire per Roma.

Questo ruolo di sostegno dei fratelli nella missione è sottolineato in tutti gli Atti; ma c’è anche la partecipazione diretta alla missione.

Non ci sono casi singoli di una comunità che evangelizza; si vede bene che la missione che nasce dallo Spirito fa leva sui carismi. C’è un’articolazione  per la vita interna come c’è un’articolazione per la missione.

In Atti 13 la comunità di Antiochia si riunisce, prega e sotto l’ispirazione dello Spirito sceglie i suoi missionari: Paolo e Barnaba.

La missione quindi nasce dalla comunità.

Conclusione

Gli Atti hanno tanto da insegnarci e da mostrarci, quasi da farci “toccare con mano”, a proposito della missione; non sono una predica astratta; sono un racconto e a volte anche un’analisi cioè una teologia antichissima della missione. Gli Atti non dimenticano mai qual è l’origine della missione.

Anzitutto, secondo gli Atti, con i richiami continui all’Antico Testamento e, nella predicazione ai pagani, al Dio creatore di tutti, la missione si innesta nell’atto creatore di Dio.

Il missionario non va a raccontare una storia che è all’origine della religione; il missionario va a portare la premura di Dio per le sue creature e a compiere il disegno del Creatore.

Oggi la teologia è diventata molto sensibile al recupero della dimensione creaturale, cosmica. La storia della salvezza non è storia di atti singoli e attraverso i singoli, ma il compimento dell’opera iniziale, sorgiva, fontale del Creatore. E la missione  è l’idea che c’è un unico Vangelo che continua.

Non è che all’inizio c’era il Vangelo e poi è venuta la Chiesa (anche se qualcuno ha detto che Gesù ha predicato il Regno e invece è nata la Chiesa).

La storia di Gesù, secondo il Vangelo di Marco, è l’inizio del Vangelo; noi viviamo lo stesso movimento, lo stesso Vangelo. Leggendo il Vangelo scopriamo i dati, ma non dobbiamo limitarci a questo, perché siamo chiamati a vivere il Vangelo e scrivere nuove pagine.

Infine la missione nasce dalla forza dello Spirito; non può esistere missione senza un’esperienza esaltante ed energizzante, programmatica e nello steso tempo personalissima ed emozionante dello Spirito.

Io credo che i limiti della missione di oggi derivino dalla mancanza di una vera esperienza nello Spirito; non possiamo portare agli altri i nostri progetti, i nostri programmi; noi possiamo soltanto sentire l’orgoglio, l’onore, la gioia di accompagnare Dio nel suo cammino verso gli altri, o permettere agli altri di riconoscere il Dio che li ha già raggiunti.

Se non rinasce una comunità spirituale, non rinascerà mai la vera missione; ci saranno sempre delle caricature; la comunità di Gerusalemme attraeva, la comunità di Corinto dava l’impressione di avere molti problemi, ma aveva qualcosa da mostrare dal suo interno. La Comunità di Antiochia sarà talmente legata al Cristo che la chiameranno cristiana. Si avverte bene che è un titolo dato dall’esterno; si vede che gli altri l’hanno vista talmente legata a Cristo che l’hanno chiamata cristiana.

“Se non c’è l’esperienza della Trinità e se Dio non vuole agire attraverso di noi, i nostri convegni, le nostre programmazioni non hanno senso.”

La missione si regge sulle ali dell’esperienza carismatica, non sulla progettazione alla maniera delle aziende. Bisogna avere il coraggio di affermare: la missione è opera di Dio, nella forza dello Spirito, per continuare il Vangelo di Gesù.  Se non è opera di Dio restiamo a casa.

In secondo luogo, ricordo che gli Atti degli Apostoli ci fanno riflettere sulla natura del messaggio da portare e su come portarlo. E per questo ci vuole un radicamento nella tradizione e nella fede ma nello stesso tempo una cultura che sappia  dare continuamente le coordinate con cui scrivere questo messaggio.

Il messaggio, nei suoi contenuti, deve collegarsi con il Kerygma  e l’Evangelo.

Negli Atti e in tutto il Nuovo Testamento vediamo bene che ci sono due discorsi che vanno avanti di pari passo: il primo è quello dell’annuncio del Signore risorto, come presente, come motore e anima, nel suo Spirito, della comunità. Il Kerygma fonda la presenza attuale del Cristo; tutto questo è sviluppato nelle Lettere, negli Atti e nell’Apocalisse; si vede bene che il Signore risorto tende a creare una comunità.

Quella che viene chiamata l’opera dell’apostolo è la creazione di una famiglia. Una famiglia che è la famiglia di Dio e quindi deve comprendere virtualmente tutti.

Ma c’è un altro filone che completa il precedente ed è la memoria del Signore, l’evangelo inteso proprio come vangelo scritto. Se il Kerygma dà il senso della presenza del Signore, il ricordo, la memoria del Gesù storico dà le coordinate della nostra azione.

Un’insistenza, come ha fatto il Concilio, troppo unilaterale sul Kerygma, l’anno liturgico tutto basato sulla struttura fondamentale del Kerygma, il Natale e la Pasqua, secondo me porta ad una Chiesa auto-sufficiente e intenta a vedere la presenza del Signore e l’azione dello Spirito al suo interno. Senza un riferimento alla prassi storica di Gesù, noi tenderemo sempre a guardare noi stessi o a guardare oltre noi stessi per espandere noi stessi.

É la memoria di Gesù che ci dice qual è il contenuto concreto della missione, ed è:

“l’attenzione ai poveri, il perdono dei peccati, la guarigione del malato, la riunione dei dispersi.”

Il messaggio non può fare a meno del Kerygma perché ci fa sentire la forza e la presenza del Risorto, ma non può fare a meno nemmeno della memoria dell’Evangelo perché ci dice le coordinate dell’azione. Non possiamo emanciparci dal Vangelo; dobbiamo ripetere i gesti concreti del Gesù terreno per poter godere della sua presenza e della sua forza.

Il messaggio è sempre una forma di dialogo, quindi la cultura è essenziale perché il messaggio diventi efficace; è necessaria cioè la lettura della situazione dell’altro a cui ci si rivolge, è necessario conoscere i suoi veri problemi.

Allora la missione è Dio che si espande, che cammina verso i suoi figli, li trova così come sono, li accoglie, li accetta, li abbraccia e attraverso il Vangelo li perdona e li riporta alla comunione con sé; questa comunione è lo Spirito che continuamente ricrea in ogni persona un carisma , ridà a ciascuno un compito, fa di tutti una comunità e continuamente ricrea, attraverso le cose antiche, la novità della missione.

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