La riflessione di p. Serge Tchatche, missionario saveriano, sul tema della Giornata Missionaria dei Ragazzi: Poveri Come Gesù

All’inizio della sua missione nel Vangelo di Matteo, Gesù presenta la via della felicità: le Beatitudini (Mt 5). Lo scopo della sua venuta è indicare la via della felicità ad ogni uomo e ad ogni donna, ed essa è la conseguenza dell’impegno per la costruzione del Regno di Dio su questa terra. Il primo passo su questa via verso la felicità è espresso con: “Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno dei cieli“ (Mt 5, 3). È la prima e la più importante delle beatitudini, le altre ne sono solo una esplicitazione.

Non è un comandamento, è una constatazione. Gesù dice in fondo: Tu sei nato/a per vivere come povero/a, e se sceglierai la povertà come stile di vita potrai entrare in possesso del Regno di Dio che è già dentro di te.

Infatti «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!» (Lc 17, 21). Sappiamo che il Regno che è in mezzo è Gesù stesso. Se dunque il Regno arriva in mezzo a noi con Gesù e per ereditarlo bisogna vivere come poveri, possiamo dedurre che bisogna imparare da Gesù a vivere come poveri. Cosa significa essere poveri come Gesù? In che modo Gesù ha vissuto la sua povertà? Di fatto Gesù poteva vantarsi di avere una tunica cucita tutta d’un pezzo che, come tale, aveva un certo valore (Gv 19, 23-24), e anche un mantello (Mc 5, 21-43) e dei sandali (Lc 3, 15-16.21-22). Aveva al suo fianco i dodici e alcune donne, «Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni» (Lc 8, 2-3). Non era dunque un indigente per quanto facesse un mestiere umile: il carpentiere (Mc 6, 3).

La scelta dei poveri appartiene al modo con il quale Dio guarda e ama l’umanità. Ed è questa la Buona Notizia, il Vangelo della Gioia.

San Paolo dice che «conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Con questo ci rivela intanto qual è lo stile di Dio. Non si rivela con i mezzi della forza o della potenza, o ancora della ricchezza del mondo, ma con quelli della povertà. Iniziando dal luogo dove nasce (Lc 2), dalle prime persone a cui si rivela, – i pastori (Lc 2, 8-12) – e dalle sue relazioni: privilegia storpi, pubblicani, donne e bambini, peccatori e peccatrici. Gesù è povero perché con la sua nascita ha accettato di condividere la nostra vita umana, «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uo- mo. Nascendo da Maria Vergine, Egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Past. Gaudium et spes, 22). Sceglie di essere povero per amore, generosità, desiderio di prossimità; e ci insegna che amare è condividere in tutto la sorte dell’amato. L’amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze. E Dio, in Gesù, ha fatto questo per noi. L’amore è vero solo se è povero.

La prima cosa che impariamo da Gesù è proprio il senso della prima beatitudine: in essa Gesù parla di una povertà assoluta! Si potrebbe dire così: “Beati coloro che sono azzerati nelle loro pretese, nella loro ansia di prestazione, coloro che non vivono solo per dimostrare agli altri che valgono qualcosa, coloro che continuamente accettano di essere creatura”; in questo senso l’espressione “mi sono fatto da me non è segno di povertà”. Gesù non parla dunque di quelli che sono poveri perché le rudi necessità della vita li hanno resi indigenti, ma di coloro che lo sono per un atto lodevole di volontà. Il povero non è colui che non ha nulla di sé a cui attingere per poter vivere. È invece colui che sa che per potere arrivare alla fine della giornata, ha bisogno di un altro. Il povero sa che esiste e vive grazie a qualcun’altro. Un altro ha costruito la sedia che usa, un altro ha coltivato e raccolto quello che mangia, prodotto il cellulare che usa, i vestiti che indossa, dei muratori hanno costruito la casa che abita. Possiamo esistere solo grazie agli altri, in tutto.

I poveri sono coloro che accettano di riconoscere che un Altro e altri gli permettono di vivere, e per questo scelgono di rendere grazie perché sanno che ogni cosa è un dono.

Vivono per rendere grazie, e questo compie la salvezza. Si tratta dunque di creare uno spazio dentro di noi in cui l’altro/a ci può fare del bene. Essere poveri è accettare di fare dei propri limiti il luogo dove gli altri possono farci del bene. Incontriamo gli altri dove siamo limitati, deboli. Diventiamo fratelli e sorelle dove siamo pove- ri e non dove siamo ricchi. Inoltre essere poveri è anche accorgersi del bene che gli altri ci fanno e dirglielo. C’è una povertà da cercare che è sobrietà, dipendenza da Dio, senso e rispetto per il creato, accettazione di avere bisogno dell’altro; e una povertà da fuggire: la miseria, la schiavitù, l’emarginazione. È quello che Paolo intende dicendo che Gesù si è fatto povero perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà, secondo la “ricetta dello Spirito”: ricchi della sua divinità, della vita stessa di Dio. Gesù non è d’accordo con la povertà ma con i poveri, persone che si affidano a Lui, che si lasciano riempire della Sua vita e della Sua Parola, secondo la ricetta dello Spirito. Poveri in Spirito si potrebbe tradurre con “povero allo Spirito” (un po’ come diciamo “pasta alla norma, all’arrabbiata…”, per dire la pasta cotta secondo il modo della norma, dell’arrabbiata). Il povero in spirito sarebbe il povero fatto secondo lo Spirito. Ora lo Spirito è l’amore con il quale il Padre ama il Figlio e il figlio ama il Padre. Questo amore fa poveri.

La povertà secondo lo Spirito è tutto ciò che lascio andare per amore degli altri, tutto quello che accetto di perdere per stare con quelli che amo, come ha fatto Gesù diventando umano.

Allora più amo e più sono povero, più amo e più scelgo di lasciare andare tutto ciò che mi impedisce di amare. La beatitudine si potrebbe riscrivere allora dicendo: “Felice chi sceglie di camminare nella mendicanza dell’amore, gli/le appartiene il regno dei cieli”, proprio perché è cotto secondo la ricetta dello Spirito.